Europa: dalla Brexit al Coronavirus

di Marcello Prisco.

Dopo un mese dall’uscita del Regno Unito e il pieno avvento del periodo di transizione che porterà all’applicazione completa del “distacco” dall’Europa, non è stato raggiunto alcun accordo commerciale tra le due realtà geopolitiche.

Un fatto questo che non interessa solo e unicamente la terra della regina Elisabetta, bensì l’intero continente e ciò che potrebbe significare un divorzio, senza l’applicazione delle regole concordate, tra una nazione e l’Unione.

Infatti, con il referendum inglese del 23 giugno 2016 e la messa in atto dell’articolo 50, secondo il quale ogni Stato appartenente all’UE può lasciare l’Unione, sono emerse questioni di carattere generale che meritano una maggiore considerazione.

Uno dei fenomeni da tener presente è l’euroscetticismo che ormai imperversa in tutta Europa. L’Unione, difatti, non ha saputo dare risposte concrete ai grandi problemi economici, finanziari e sociali che ormai colpiscono l’intero continente.

Troppi gli interrogativi che ci portiamo dietro da tempo: quale Europa? Quale identità? Quale missione europea?

Nella confusione le singole nazioni hanno preferito agire senza una linea comune, senza una coerenza europea, dal tema dell’immigrazione a quello del debito pubblico, fino ad arrivare alla gestione di crisi internazionali, con strategie completamente opposte tra loro.

Ne è un esempio la gestione comunitaria della crisi sanitaria dovuta al Coronavirus che ha evidenziato la mancanza di una vera politica d’azione unitaria e l’assenza di una cabina di regia unica.

In pratica, quella che dovrebbe essere la coerenza europea è una chimera lasciata alle affermazioni di rito il cui vuoto viene, costantemente e per forza di cose, riempito da determinazioni nazionali che si muovono in funzione di interessi locali. Altro che Europa unita!

Non venga, inoltre, sottovalutato uno specifico dato analitico del referendum inglese. La Brexit altro non è che la rivolta dei lavoratori poveri: il 52% dei voti per il Leave era composto nel 2016 in gran parte da lavoratori neri, asiatici e di bassa fascia. La maggior parte dei voti proviene dalle piccole città, dove il tratto distintivo dei ceti popolari è ormai la diffidenza nei confronti della sinistra, del partito Laburista, di una certa idea di politica sociale.

Un elemento quest’ultimo che si pone nel solco di una crescente sfiducia verso un’Istituzione, quella europea, che non è riuscita a entrare nel cuore dei popoli. Un megastato che ha senso nei palazzi importanti e dell’alta finanza ma che, man mano che ci si allontana da quelli, perde logica e consistenza.

La stessa rivolta dei gilet gialli, ha un che di antieuropeista considerato come il bersaglio della protesta sia proprio quella Presidenza della Repubblica francese da altri accusata di determinare, insieme alla Germania, le linee economiche sulla quale si indirizza l’Unione. Linee economiche che gran parte dei popoli non sente proprie mentre lo spettro di ciò che è successo in Grecia ancora aleggia sul continente.

Bisogna dunque riformulare l’idea di Europa e di democrazia comunitaria. Bisogna agire con buon senso ma cambiando strada poiché quella battuta negli ultimi 30 anni è stata un fallimento totale. Questo vale per l’economia, per il commercio e, soprattutto, per i popoli stessi.

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