Vite bruciate

Quindici e ventitrè anni. Spari. Sangue. Una vita cancellata e un’altra segnata per sempre. Tutto quel che viene dopo è un tragico e squallido corollario che può solo appesantire il dolore e coinvolgere persone e destini oltre ogni misura. L’altra sera questo è successo.

Una rapina, una pistola, un carabiniere, gioventù che si misurano su due binari differenti, troppo lontani tra loro ma anche, improvvisamente, maledettamente vicini.

E poi le parole, la ricerca di una verità forse troppo semplice a capire per essere accettata. Da un lato il tentativo di dimostrare di valer qualcosa in una società di cui si ha poca fiducia e rispetto, dall’altro il terrore che solo chi l’ha provato nello stesso modo può capire.

Il resto è nebbia. Una scura, maledetta nuvola di supposizioni e particolari che servono solo a rendere ancora più cupo l’accaduto.

Quel che è certo che siamo di fronte alla più dura sconfitta di una società malata che stritola i suoi figli tra le pieghe di stupidi valori e falsi miti.

Sul banco degli imputati dovremmo esserci noi tutti con l’accusa di non aver saputo mostrare la via giusta a chi ha pensato di trovare una scorciatoia per affermarsi. Un orologio, una catenina, pochi soldi e magari la fama di duro, un sistema per trovar conferma di esserci in una vita troppo impegnata a bruciare idoli e destini.

La devastazione di un Pronto Soccorso e gli spari verso una Caserma altro non sono che la dimostrazione chiara, evidente, di una resa. Ѐ odio, è rancore, è un malessere verso se stessi, colpevoli di un fallimento, che si riversa sugli altri. Perché in fondo a chi importa se quei due ragazzi, magari poco tempo prima si sono sfiorati con un sorriso? A chi potrà mai interessare che quei sorrisi non torneranno più?

Ecco, questo è il vero punto. Tra un niente ci scrolleremo di dosso ogni emozione e ogni rabbia, attenti a distrarci, assorbiti dai soliti ritmi balordi perché in fondo è toccata a qualcun altro. E saremo pronti, ah se saremo pronti, a riprendere le nostre litanie al prossimo giro di dramma, ponendoci mille domande e sputando diecimila sentenze, senza però riuscire a dare una sola risposta sensata.

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