Ci siamo: ritorna la serieA

di Maria Labanchi.

Finalmente buone notizie anche per gli sportivi: dal 20 giugno prossimo, infatti, ripartirà la Serie A, adottando tutte le necessarie precauzioni per garantire la sicurezza di giocatori e staff.

La prima regola è contingentare e organizzare le presenze per fasce orarie: allo stadio potranno essere presenti complessivamente 300 persone, gli ingressi saranno divisi e ciascuno dovrà arrivare ad un’ora diversa, preferibilmente con un veicolo personale.

Sarà obbligatorio l’uso della mascherina, così come la sanificazione di bus e spogliatoi (dove sarà vietato anche l’ingresso delle telecamere) prima e dopo le partite; alla fine di ogni match ciascuno avrà una doccia singola e anche tutti gli strumenti utilizzati dal direttore di gara e il suo team dovranno essere sanificati.

Si cercherà insomma di evitare quanto più possibile il contatto tra persone: saranno chiuse le sale stampa; le interviste pre e post partita potranno essere fatte solo in streaming e con domande poste attraverso i social. Non ci saranno bambini ad accompagnare gli atleti in campo, mascotte, si allargheranno i posti in panchina con la possibilità di utilizzare le tribune.

Sarà assolutamente proibito protestare con l’arbitro, dal quale si dovrà necessariamente una distanza di almeno un metro e mezzo. Dunque, sarà vietata anche la classica foto prepartita delle squadre e non ci si potrà abbracciare dopo un gol.

Ogni giocatore avrà una bottiglietta personale e personalizzata, è vietato sputare e a chiunque arrivi allo stadio verrà sottoposto un questionario per capire se sono stati riscontrati sintomi da Coronavirus nei giorni precedenti.

In caso di positività di un atleta, questo sarà sottoposto ad isolamento, con ritiro del resto della squadra per due settimane, che potrà solo allenarsi e non continuare a giocare.

La Coppa Italia potrebbe concludersi in 3 giorni: tra 13 e 14 giugno si disputerebbero le semifinali, mentre il 17 ci sarebbe la finale. Il campionato riprenderà invece da dove era stato interrotto, con i recuperi della 25esima giornata, proseguendo poi (ipoteticamente) giocando partite di sera nei giorni feriali e aggiungendo la fascia oraria pomeridiana il sabato e la domenica. Nei prossimi giorni, comunque, sarà reso noto il calendario ufficiale.

Se qualcosa dovesse andare storto (e facciamo gli scongiuri del caso), resterebbero comunque un piano B e C: il primo prevede la possibilità dei play-off e play-out, mentre il secondo darebbe lo stop immediato al campionato e terrebbe in conto la classifica così com’è rimasta.

ASL Napoli 1: nessun commissariamento

Per tutta la giornata si sono rincorse e fatte sempre più insistenti le voci che indicavano come imminente il commissariamento della ASL Napoli 1 la cui Direzione Generale è affidata a Ciro Verdoliva, noto funzionario molto vicino al Presidente De Luca.

Voci che parlavano di una decisione già assunta dal ministro Lamorgese che sarebbe stata prossima a presentare il dossier al Consiglio dei Ministri per ratificare poi il commissariamento.

Il tutto sarebbe legato all’inchiesta partita l’anno scorso sulle infiltrazioni camorristiche presenti nell’ospedale San Giovanni Bosco e che avrebbero visto il cartello di Secondigliano assumere la gestione di vari servizi annessi allo stesso nosocomio. Già allora Verdoliva era interessato alla struttura come commissario dell’Azienda Sanitaria Locale Napoli 1 di cui poi è diventato direttore generale.

Tra l’altro lo steso Verdoliva risulta già coinvolto in un processo che riguarda il presunto sistema-Romeo, un impianto articolato di contatti e amicizie che avrebbero consentito all’imprenditore partenopeo di trarre vantaggi su una serie di appalti come quello delle pulizie dell’Ospedale Cardarelli, la cui struttura dell’Economato era retta allora proprio da Verdoliva.

In serata invece è arrivata una nota stampa da fonti del Viminale che precisano come “nessuna decisione è stata sinora assunta dal ministro dell’interno in merito alla proposta di scioglimento dell’Asl Napoli 1”.

In pratica – secondo le fonti del ministero rese note dall’Ansa – sarebbe ancora in corso la fase istruttoria affidata agli uffici competenti. Tra l’altro a seguito dell’entrata in vigore del decreto legge 18/2020 il ministro dovrà proporre la cosa al Consiglio dei ministri entro il mese di dicembre prossimo,

Si smonta quindi la voce dell’imminente commissariamento anche se le perplessità per il futuro dell’Asl rimangono e si fanno sempre più fitte le nubi sull’attuale gestione.

Asl Napoli 1 – Distretti e Territorio:

  • Distretto 24 – Chiaia, Posillipo, S. Ferdinando, isola di Capri
  • Distretto 25 – Bagnoli, Fuorigrotta
  • Distretto 26 – Pianura, Soccavo
  • Distretto 27 – Arenella Vomero
  • Distretto 28 – Chiaiano, Piscinola, Marianella, Scampia
  • Distretto 29 – Colli Aminei, San Carlo all’Arena, Stella
  • Distretto 30 – Miano, Secondigliano, S.Pietro a Patierno
  • Distretto 31 – Avvocata, Montecalvario, Pendino, Mercato, San Giuseppe Porto
  • Distretto 32 – Barra, S.Giovanni, Ponticelli, Insediamento 167
  • Distretto 33 – Vicaria, S.Lorenzo, Poggioreale

Paese senza progetto ma Di Maio regala sorrisi

di Raffaele Lauro *

Lo scandalo planetario,  svelato dalle intercettazioni Palamara&Company, ha confermato che neppure la magistratura, fatta salva una ridotta minoranza e nonostante le garanzie costituzionali di cui gode, risulta indenne, come molti temevano, alle “malattie ereditarie” del tradizionale malcostume italico, che pregiudica, mortifica e mette in pericolo la nostra democrazia: familismo, nepotismo, clanismo, partitismo, intromissione nelle lotte politiche, collusione e scambio di favori con settori del giornalismo e imperi editoriali, lotta per il potere fine a se stessa e violazione della deontologia professionale, per tacer d’altro.

Le “Considerazioni Finali” del Governatore della Banca d’Italia hanno radiografato drammaticamente la gravità della crisi economico-sociale del nostro paese, che minaccia di mettere in crisi la stessa pace sociale e l’ordine costituito.

Anche se la previsione di una caduta del PIL, a fine anno, del 13%  appare, ahinoi!, ancora del tutto contenuta.

Implacabile l’accusa del neo-presidente di Confindustria, di Confcommercio, di Unimpresa e di altre associazioni di categoria, al Governo e all’intera classe politica, di non avere uno straccio di progetto, un visione organica e credibile, anche sul piano delle riforme strutturali, per la ricostruzione futura del nostro paese dalle presenti macerie, nonostante i trionfalismi verbali, nazionali ed europei, del premier Conte e dei suoi fan.

Ad alleviare l’avvilimento e lo sconforto collettivo, provocati da quanto sopra, a lenire le ferite aperte nel cuore della nazione, é intervenuto, di nuovo e provvidenzialmente, il ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio, con un’altra “perla” del suo irresistibile repertorio, che allieta tanto le cancellerie di tutto il mondo: la spiegazione, “urbi et orbi” televisiva, delle finalità dell’app “Immuni”.

Satollo del “bottino” delle nomine e dei “successi” filo-cinesi del progetto “Le vie della sera”, il sublime Di Maio ci ha voluto regalare un sorriso di conforto per il fine settimana. Grazie, veramente grazie, Signor Ministro!

* Scrittore, saggista, già prefetto e senatore della Repubblica”

Contagi: ancora lontani da zero

De Luca emana l’Ordinanza n°53 ma De Magistris non la rispetta e modifica i termini delle chiusure

Rimane sostanzialmente stabile il rapporto tra Tamponi effettuati ed esiti positivi che risulta dello 0,22%. In pratica i tamponi effettuati sono stati 4.364 mentre i test risultati positivi sono 10, un dato che comunque segnala come sia ancora da venire il tanto agognato 0 contagi

Il Presidente Vincenzo De Luca ha firmato l’Ordinanza n.53 del 29 maggio 2020, con ulteriori misure per la prevenzione e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19.

A seguito delle problematiche registrate nello scorso fine settimana e degli incontri avuti in settimana con le Camere di Commercio, è stato disposto quanto segue:

a) è fatto divieto di vendita con asporto di bevande alcoliche, di qualsiasi gradazione, dopo le ore 22,00 da parte di qualsiasi esercizio commerciale (ivi compresi bar, chioschi, pizzerie, ristoranti, pub, vinerie, supermercati) e con distributori automatici;

b) dalle ore 22,00 alle ore 6,00, è fatto divieto di consumo di bevande alcoliche, di qualsiasi gradazione, nelle aree pubbliche ed aperte al pubblico, ivi comprese le ville e i parchi comunali;

c) per i bar, ‘baretti’, vinerie, gelaterie, pasticcerie, chioschi ed esercizi di somministrazione ambulante di bibite, resta consentita la facoltà di apertura a partire dalle ore 5,00 ed è disposto l’obbligo di chiusura entro le ore 01:00, con obbligo di somministrazione esclusivamente al banco o ai tavoli a partire dalle ore 22,00.

– Come da precedente ordinanza, non vi sono limitazioni nell’orario di chiusura di ristoranti, pub e pizzerie.

Scarica l’ordinanza:

Ordinanza n. 53 del 29/05/2020

Ma il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris non ci sta e in una sua ordinanza determina sostanziali differenze da quanto deciso dal Governatore.

Infatti, tra le altre cose – come la riapertura di alcuni spazi della città come l’Ippodromo di Agnano, il bosco di Capodimonte e la Floridiana – ordina ai gestori di esercizi commerciali e quelli di produzione artigianale di alimenti e dei chioschi di rispettare gli orari di chiusura che vanno dalle 2.30 del giorno successivo alla domenica fino al mercoledì e dalle ore 3.30 per i restanti giorni.

Insomma uan decisione non proprio in linea con quanto indicato dal Palazzo di Santa Lucia; un altro elemento di uno scontro che si sta facendo sempre più marcato in vista della tornata elettorale regionale.

Proprio sulla data delle elezioni, De Luca si lancia un una nuova polemica con il Governo centrale definendo irresponsabile il comportamento dello stesso che non si rende conto di quanto possa essere “ridicolo nelle condizioni di apertura quasi totale prevedere le elezioni a settembre, così come di fatto ha fatto due mesi fa il Governo, mentre la proposta delle Regioni dove si vota sarebbe quella di portare gli elettori alle urne nel mese di luglio anche per evitare difficoltà alle scuole.”

Palamara, magistratura inquietante

Quel che si è abbattuto sulla magistratura dopo la pubblicazione delle chat e delle telefonate di Luca Palamara (ex capo dell’ANM ed ex componente del CSM) è stato descritto come un terremoto ma, in realtà, somiglia più che altro a uno squarcio che ha rivelato ciò che molti sapevano e tanti tacevano.

Come tutti i poteri, immaginarne uno scevro da sotterfugi e da interessi di parte appare come un esercizio di fantasia lontano anni luce dalla realtà. Tra l’altro se si va ad analizzare a fondo il corpo della magistratura nostrana, non possiamo che prendere atto di una serie di rivoli che si muovono in direzioni diverse o l’uno accanto all’altro a seconda delle specifiche situazioni.

Ci riferiamo alle correnti che per come sono strutturate e per come agiscono, dimostrano in maniera evidente come una parte dello Stato, alla quale è riconosciuta la totale autonomia, è essa stessa alla ricerca di una forma di “dipendenza” che ne determini specificità e potere.

Certo anche i magistrati sono uomini con idee e valori. Nessuno  vuol mettere in dubbio una tale evidenza e una simile libertà ma, nel momento in cui vanno a rivestire la nera toga, dovrebbero lasciar spazio ad una sola regola: quella dettata dalla Legge. Ma è sempre così?

Il caso Palamara e tutti i risvolti ad esso connessi determinano un clima inquietante che non può essere lasciato senza risposta e, soprattutto, senza prenderne atto. Sino ad oggi ogni volta che qualcuno tentava di mettere mano al mondo della magistratura, il più delle volte, veniva tacciato di voler attaccare quella famosa indipendenza che, poi, abbiamo visto frantumata nel loro stesso interno.

Solo i più miopi o quelli con interessi di parte non si sono accorti di trovarsi di fronte ad una sorta di potere illibato nelle vesti e, a tratti, putrido nel corpo. Troppo spazio è stato dato ad una sorta di “sistema-magistratura” che ha portato a quello che in questi giorni sta diventando pubblico.

Tutto ciò, occorre dirlo, è stato reso possibile pure per la convivenza (anche ideologica) di una parte politica che, spregiudicatamente, ha usufruito di consistenti vantaggi nel non mettersi contro un potere tanto ben arroccato da risultare inattaccabile.

Leggendo la storia degli ultimi trent’anni come non avere il dubbio che determinati obiettivi siano stati definiti a priori e non in seguito ad indagini scevre da inquinamenti ideologici e pretestuosi?

Gli intrecci e le commistioni che si stanno delineando, e che hanno inquinato la credibilità dello stesso Consiglio Superiore della Magistratura, non possono più essere nascosti sotto le parole o con facili slogan di libertà quando proprio quest’ultima esce con le ossa rotta da questa vicenda. I meccanismi contorti che sono venuti alla luce, di fatto, offendono quei magistrati che fanno il loro dovere senza piegarsi alle correnti e avendo come indirizzo unico i Codici e la lealtà verso lo Stato.

E allora tocca proprio allo Stato, al potere legislativo e politico, al Parlamento determinare tempi e modi per uscire fuori da questa situazione.

Non bisogna temere gli strali infuocati di giudici altezzosi e occorre, una volta per tutte, con il coinvolgimento di tutte le parti politiche, mettere mano a una riforma vera della magistratura che le dia nuovo smalto, credibilità e piena funzionalità.

La giustizia non può essere in balia di correnti, associazioni e interessi di parte. La giustizia e la sua gestione devono essere alla base di uno stato democratico, ma l’indipendenza della magistratura non può certo significare anarchia e potere autogestito oltre il lecito.   

Autostrade per l’Italia: la svolta?

di Anna Abbruzzese.

Era il 15 agosto di due anni fa quando la tragedia del Ponte Morandi segnava in modo indelebile il Paese e la certezza che la mobilità autostradale fosse in mani sicure. Da quel momento, per l’Azienda di via Bergamini (Autostrade per l’Italia) e più in generale per l’intero Gruppo che fa capo alla famiglia Benetton (Atlantia) iniziava un periodo segnato dal tentativo di ripulire la propria immagine e far fronte al rischio di una revoca della Concessione.

Il cambio della guida, l’uscita dei dirigenti più esposti e, soprattutto, una serie di proposte di investimenti unite alla disponibilità a trovare un’intesa sulla riscrittura della Concessione non sono bastati ad arginare la pressione.

Dopo le affermazioni di principio, le considerazioni legali e la valutazione del peso economico di una gestione complessa come quella di autostrade (compreso le migliaia di incolpevoli dipendenti) siamo arrivati ad oggi con uno scenario che lascia trapelare una possibile soluzione finale.

Se da un lato Autostrade, o meglio Atlantia è pronta a confrontarsi sui vari aspetti che possano garantire la continuità di gestione visto anche il peso che ASPI riveste all’interno dell’universo Benetton, dall’altro l’esecutivo ha maturato l’idea che revocare tout court la Concessione è una strada talmente irta di ostacoli e incertezze da non poterne sostenere il peso. Quindi occorre trovare una soluzione che abbia il giusto equilibrio tra i vari aspetti, non dimenticando – pur in attesa di un giudizio che ne determinerà le responsabilità – il dolore indelebile che quell’evento ha provocato.

La soluzione che in queste ore sta assumendo sempre più consistenza è quella di un mantenimento della Concessione in capo ad Aspi con l’entrata di nuovi soci, cosa questa che farebbe scendere il peso di Atlantia sotto il 50% del pacchetto azionario (oggi ne detiene oltre l’88%). Tale evenienza eviterebbe la crisi di un gruppo dal fatturato miliardario con ricadute che vanno dal mantenimento dei posti di lavoro sino a quelle più squisitamente finanziarie.

Gli attori che dovrebbero affiancare Atlantia nella gestione di Autostrade sono il Fondo F2i e Cassa Depositi e Prestiti. Due strutture solide, impegnate su vari fronti e del tutto affidabili.

Il primo (F2i) è il maggiore gestore italiano indipendente di fondi infrastrutturali con interessi che vanno dalla logistica ai servizi di telecomunicazione, dai trasporti alle reti di distribuzione energetica e, ironia della sorte, fondato e guidato per molto tempo da Vito Gamberale ex amministratore delegato della stessa ASPI. Un fondo dalle innumerevoli risorse e in grado di far fronte a diversi impegni.

Cassa Depositi e Prestiti è invece la principale istituzione finanziaria del Paese, una Società per Azioni il cui controllo è detenuto per oltre l’80% dal Ministero dell’economia e delle Finanze, quindi un controllo pubblico. Il suo principale obiettivo è la valorizzazione dei finanziamenti che fornisce, anche attraverso la gestione del risparmio postale, puntando allo sviluppo delle imprese. Tra le altre cose nel Gruppo Cassa Depositi e Prestiti sono presenti società “pesanti” e fondamentali per il sistema Italia come SACE e Fintecna.

Insomma siamo in presenza di due realtà in grado di sviluppare un piano industriale di tutto rispetto e capace di interloquire in maniera opportuna con Atlantia. Il tutto senza incorrere nel rischio che un asset fondamentale per la Nazione possa ritrovarsi nelle mani di investitori stranieri.

Non dimentichiamo inoltre che Autostrade per l’Italia ha nel proprio portafoglio diverse aziende e, quindi, aumenta anche il numero dei dipendenti interessati a ciò che accade nel palazzo romano.

Proprio sul discorso dipendenti il sindacato si mostra particolarmente preoccupato sia per l’ausilio alla Cassa Integrazione fatta dal gruppo, sia per la questione Concessione.

Su questi aspetti si è espressa in maniera chiara la Segretaria Nazionale dell’UGL Viabilità e Logistica, Paola Avella, ritenendo “riduttivo circoscrivere la questione ad una controversia tra Stato e Società privata: di mezzo ci sono 6.500 lavoratori. Dopo la Pandemia le prospettive sono peggiorate. Aspi ha richiesto ulteriori mesi di Cassa Integrazione nonostante ci siano le condizioni per un riavvio pieno delle attività – prosegue Avella –  e si continua a parlare di revoca ma nessuno, a partire dall’esecutivo, si preoccupa dei lavoratori che vivono nel limbo di questa precarietà”.

Una situazione quindi delicata e dalle mille sfaccettature, per la quale – come abbiamo visto – la soluzione potrebbe essere a portata di mano anche perché continuare nel braccio di ferro non serve a nessuno, men che meno al Paese.