Il Premier dell’incompiuto nel Paese dell’incompiuto

 di Raffaele Lauro*

Dopo i precedenti scritti arriva oggi l’ultima a riflessione di Raffaele Lauro sulla situazione politica nel periodo della pandemia. Un diario, quello delineato dallo scrittore con i suoi articoli, che sarà pubblicato in formato digitale e messo a disposizione gratuitamente.

Occorre fare un bilancio, sia pure in estrema sintesi, degli eventi drammatici che hanno caratterizzato, nel nostro paese, il primo semestre dell’anno, da gennaio a fine giugno 2020, nonché dell’inazione iniziale del Governo Conte II (febbraio, prima decade di marzo), superficiale e gravemente colpevole, nonché dell’azione successiva dello stesso, contraddittoria, lenta e sostanzialmente inefficace, per fronteggiare, sia sul piano sanitario che economico-sociale, un evento straordinario, come la pandemia da coronavirus.

Senza i paraocchi della odiosa partigianeria dei “leoni della tastiera” ed evitando di cadere nei trucchetti illusionistici della propaganda di Palazzo Chigi, orchestrata dall’ormai famoso ingegner Rocco Casalino, di cui questo governo ha fatto un utilizzo sconsiderato e strumentale, per tentare un resoconto significa entrare in una galleria degli orrori o salire su una spericolata montagna russa, provando brividi, non piccoli, e una sensazione viscerale di paura. Con la differenza che i brividi e la paura, quando indotti dalle quelle attrazioni da luna park, dopo poco si dissolvono, mentre, nella nostra realtà, di fronte a fatti incontestabili e documentati, si moltiplicano e si traducono in angoscia, specie quando i consuntivi vengono proiettatI sulle prospettive del secondo semestre 2020 e del triennio successivo 2020/2023. 

Si sono avverate, purtroppo, le “profezie” del diario politico della campagna elettorale 2018, dal titolo “l’Italia sul baratro”, con la prima alleanza “spuria” tra gli ex-acerrimi nemici M5S-Lega Nord di Matteo Salvini, a sostegno del Governo Conte I, seguita, a stretto giro, dalla seconda alleanza, altrettanto “spuria”, tra gli ex-implacabili nemici M5S-Partito Democratico, a sostegno del Governo Conte II.

Alleanze e governi che, dissolti gli incensi dei sondaggi favorevoli, saranno ricordati come le pagine più oscure, indecifrabili e controverse della storia politica italiana e che hanno portato all’agonia dell’istituzione parlamentare, modificando, di fatto, il baricentro della nostra democrazia costituzionale e repubblicana. 

Va precisato, tuttavia, come anticipato in precedenza, a scanso di fuorvianti interpretazioni, che non solo Giuseppe Conte, il premier “per caso”, dovrà essere chiamato a responsabilità per le condizioni, attuali e future, del nostro paese, ma l’intera classe politica e di governo di centrodestra e di centrosinistra, che ha mal governato l’Italia dalla fine della  prima repubblica fino al 2018. Quasi un quarto di secolo di promesse e di annunci (i mitici programmi di governo, i libri dei sogni!) di rivoluzioni epocali e di riforme strutturali (istituzionali, costituzionali, amministrative, economiche, fiscali e sociali), nonché di ammodernamento degli apparati pubblici, centrali e periferici, indifferibili nell’era digitale. Promesse di cambiamento e annunci propagandistici, rimasti quasi tutti sulla carta, sospesi nel vuoto della ciarlataneria politica all’italiana, dispersivi di ingenti risorse finanziare, scaricate irresponsabilmente sul debito pubblico. 

Elencare la maggior parte, se non tutte, di queste “incompiutezze” della cosiddetta seconda repubblica occuperebbe, in questa sede, uno spazio non disponibile. Basti ricordare, a titolo di esempio, il fallimento di tutte le proposte di riforma fiscale organica, equa e giusta, secondi i principi della nostra costituzione.

Nonostante i superenfatici e abusati slogan elettorali “Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani!”, il risultato finale è stato quello di consegnare alla legislatura in corso un ordinamento fiscale, oppressivo e predatorio, una congerie di norme, farraginose e disorganiche, una giungla bacata da condoni, improvvisati e falliti, che hanno mortificato e punito i cittadini onesti e le imprese, alimentato l’evasione e l’elusione fiscale, nonché l’economia para criminali del nero, distruggendo la fiducia nella politica e nelle istituzioni democratiche e determinando, in tal modo, il successo elettorale di movimenti antisistema, populistici e demagogici, come i cinque stelle, altrimenti detti “grillini”, dal nome del loro vate ispiratore, il comico genovese Beppe Grillo. 

L’avvocato Conte, quindi, ha ereditato un sistema-paese incompiuto, ottocentesco, capace di veleggiare nei tempi delle vacche grasse, ma inidoneo ad affrontare la navigazione nei tempi delle vacche magre e nelle situazioni emergenziali, come constatato in precedenza con la crisi finanziaria mondiale del 2007/2009. Fare di lui, dunque, l’unico capro espiatorio del pantano presente e del temibile disastro futuro, sarebbe, quindi, un’operazione di mistificazione, un altro alibi nell’assolvere le altrui responsabilità storiche. Si può constatare, comunque, come il premier sia diventato, paradossalmente, l’espressione più significativa della incompiutezza del nostro sistema politico, l’epifania e l’estrema parodia dello stesso, il suo drammatico epilogo, avendo esaltato, in questo biennio,  con maggior enfasi retorica, con superiore sfrontatezza e con una straordinaria abilità illusionistica, la prassi degenerante dei predecessori delle promesse mai mantenute e degli impegni mai onorati. Conte, dunque, il premier dell’incompiuto nel paese dell’incompiuto! E senza neppure poter lenire questa sgradevole constatazione con un nobile riferimento alla Sinfonia n. 8 in si minore D 759 di Franz Schubert, detta l’incompiuta. Si tratta, quella di Conte, di ben altra musica, rispetto al capolavoro del grande compositore viennese.

Il ruolo della “Volpe foggicana” rafforzato dalle debolezze altrui… un passo verso il Quirinale?

Si parta dalle omissioni e dalle irresponsabili sottovalutazioni iniziali, costate finora quasi 35.000 morti e seguite, per circa quaranta giorni alla dichiarazione dello stato di emergenza nazionale (Delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020), senza neppure preoccuparsi di definire delle “linee guida nazionali per il coordinamento delle misure di prevenzione e di contenimento dell’epidemia”, il minimum necessario per disciplinare e coordinare i rapporti tra Stato e Regioni, come da norma costituzionale.

Di seguito, la frenetica attività di Conte, attraverso un profluvio di decreti presidenziali, spesso confusi e contrastanti, e di conferenze-stampa a reti unificate, all’insegna dell’improvvisazione e della rincorsa dei problemi, ha determinato un’anarchia istituzionale, scientifica e comunicazionale, spacciata agli occhi dei ciechi e degli stolti come “il metodo italiano”, imitato persino (in peggio) dagli altri paesi europei ed extraeuropei (USA, Brasile e Russia, in primis). Il metodo di governo del premier Conte, in realtà, si è risolto in un costante, consapevole e raffinato tatticismo per conservare il potere, caratterizzato: nel periodo pre-epidemico, dal 2018 al gennaio 2019, dal rinvio sistematico di ogni decisione politicamente significativa, tranne mercanteggiare e distribuire nomine e incarichi tra i partner, vecchi e nuovi, unico e acclarato collante delle due “false” maggioranze; nel periodo epidemico, tuttora in corso, dalla moltiplicazione dei centri decisionali (consulenti, comitati scientifici, commissari straordinari e commissioni), sui quali, ad ogni difficoltà e contestazione, poter rovesciare le proprie responsabilità decisionali, persino quelle di natura politica. Machiavellismo o ponziopilatismo, che sia stato e sia, questa eccellente abilità di prestigiatore della politica politicante, nonostante fosse un neofita, gli è ben riuscita, fruttandogli non solo il gradimento nei sondaggi, anche i più recenti, ma l’annichilimento progressivo dei suoi primi “dante causa” (il M5S) e delle concorrenziali leadership, dentro e fuori le due maggioranze (Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Matteo Renzi). Nonché, dentro i due governi, la svalorizzazione pubblica di molti ministri, alcuni modesti e del tutto inidonei a gestire le problematiche più complesse dei rispettivi dicasteri. Nel Governo Conte I spiccavano: i Tria, le Stefani, le Lezzi, i Toninelli, i Fontana e le Grillo; nel Governo Conte II si sono evidenziati: le Dadone, i Provenzano, i Gualtieri, i Di Maio, i Fioramonti, i Patuanelli, le Bellanova  con una particolare menzione di demerito assoluto da assegnare ad Alfonso Bonafede per il caos, gli scandali e le ombre del pianeta giustizia  e a Lucia Azzolina per il caos e le altalenati decisioni sulla riapertura delle scuole a settembre. 

Questa non comune abilità di Conte, della quale gli va reso merito, ne ha reso centrale il ruolo politico-istituzionale, rafforzato dalle crescenti debolezze altrui:

– l’asservimento totale del PD zingarettiano alla vocazione governista dei suoi esponenti di punta, a costo di compromessi al ribasso sulle alleanze con i cinque stelle, di recente persino promosse come strategiche, di tradimenti morali e di abiure ideali dei principi fondanti del partito, su temi come la giustizia, la garanzia delle libertà, la tutela dei diritti fondamentali, il contrasto al gioco d’azzardo e alla criminalità organizzata;

– la lotta sanguinosa di potere in corso nel M5S, tra i “governisti”, la nuova casta, di cui è simbolo assoluto e senza rivali Di Maio, guidati dal comico genovese, e i “puristi”, animati da uno cripto-rivoluzionario, come Alessandro Di Battista, difensore dell’identità pseudo-ideologica (quale?) del movimento e dei cosiddetti valori (quali?), a fronte di una silente quanto minacciosa “palude“ di parlamentari, decisa ad allearsi anche con il diavolo (o rifugiarsi in altri gruppi!) pur di non rinunciare, prima della scadenza naturale della legislatura, nel 2023, al seggio e ai “privilegi”, anche economici, un tempo contestati, con accuse infamanti, ai loro antecessori;

– le reiterate, rutilanti, mirabolanti ed estemporanee “discese in campo”, le cosiddette mosse del cavallo, e i successivi “dietrofront” di Matteo Renzi, mirate ad riacquisire visibilità nel teatrino della politica o qualche nomina, nel disperato tentativo di sopperire al fallimento di una scelta, provocata da una sopravvalutazione egolatrica;

– l’irresolutezza e l’incapacità dei partiti di opposizione (quale opposizione?), Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, di presentarsi realmente uniti e con un credibile programma di governo, costretti a ricorrere a compromessi provvisori (ad esempio, le candidature alla presidenza delle Regioni per il rinnovo elettorale del 20/21 settembre!). In realtà, partiti disuniti e lacerati da strategie contrapposte, anche promozionali, da propositi inconciliabili tra loro e da “reciproci furti di consenso sul territorio” (la caduta della leadership di Salvini nella Lega, fortemente contrastata dall’ascesa progressiva di Giorgia Meloni, nonché l’eterno e immarcescibile appeasement verso i detentori del potere pro-tempore di Silvio Berlusconi, gli accomodamenti di un partito personale a tutela dell’impero mediatico del fondatore e degli interessi aziendali, aspiranti ad una dimensione europea;

– il sostegno dei vertici delle istituzioni europee, terrorizzati, dopo il trauma ancora irrisolto della Brexit, da un presa di potere del sovranisti italiani, giudicata come il preludio di una rottura del sistema monetario euro e di una conseguente disintegrazione dell’Unione. Le astuzie del premier, tipiche dei legulei di provincia, non vengono snidate, tranne qualche rara eccezione, nelle sedi parlamentari, ridotte ad un bivacco di impotenza, ma addirittura sono supportate, talvolta esaltate, dal mondo dell’informazione, sia radiotelevisivo, pubblico e privato, che cartaceo, quest’ultimo a mezza strada tra il flebile sussulto critico di qualche commentatore indipendente e una sostanziale omertà verso il potere del premier. Il servizio pubblico televisivo, in particolare, si è prodotto e si produce quotidianamente, in una servile esaltazione, che manco nella Russia di Putin, quasi Conte fosse diventato l’autocrate della nostra nazione. 

Dal canto loro, i gruppi mediatici ed editoriali privati, condizionati dai loro interessi finanziari e commerciali, collegati al mercato della pubblicità, continuano a gestire, come sempre, realisticamente e diplomaticamente, i rapporti con il premier di turno, tranne farlo massacrare e sputtanare non appena deprivato del bastone di comando.

L’esempio temporalmente più vicino a noi, per non arrivare ad evocare l’ex-presidente Bettino Craxi, rimane quello dell’ex-premier Matteo Renzi, il rottamatore rottamato, oggetto oggi persino di derisione, sulla stampa un tempo amica. Si può solo immaginare quale trattamento “di riguardo” sarà riservato anche a questo “salvatore della patria”, in un non lontano futuro, a fine servizio, quando gli adulatori si trasformeranno in giudici severi del suo operato governativo. A meno che la “volpe foggiana”, novello “stupor mundi” per gli ingenui, non riesca a sbalordire ancora l’Italia, l’Europa e il mondo, fondando, con un prevedibile successo elettorale, il “partito della mediazione permanente”. Oppure ascendendo, con il garbo e l’eleganza che lo contraddistinguono, alla suprema magistratura dello Stato, andando ad abitare, per la gioia incontenibile dei suoi fans, sul colle più alto dell’Urbe, protetto dai Dioscuri, la splendida ex-residenza estiva dei Papi. Da Palazzo Chigi al Palazzo del Quirinale sarà un passo breve? E, perché no, allora gli sarebbe possibile premiare lo stratega dei tanti suoi successi, l’ingegner Rocco Casalino, elogiato senza riserve come un “servitore dello Stato”, elevandolo al rango di segretario generale della presidenza della Repubblica, in mancanza, nel tempo presente, di una porpora cardinalizia, segno distintivo, nel Rinascimento, del nepotismo pontificio. Il cardinal Casalino, non sarebbe suonato poi male!

Le incompiute contiane: la Fase1, la Fase2, la Fase 3… reinventare il Paese

Si può affermare che la cosiddetta Fase 1 si sia compiuta, conclusa definitivamente? Oppure è rimasta incompiuta e minaccia di diventare la Fase 1-bis nel prossimo autunno, come accadde con l’epidemia della spagnola del 1918/1919, che causò, nel mondo, con la seconda ondata, decine di milioni di morti e, in Italia, centinaia di migliaia. Il primo tempo incompiuto del premier Conte, quindi, è rappresentato proprio dalla Fase 1, seguita dal secondo tempo, ancor più incompiuto del primo, la cosiddetta Fase 2, quella, per intenderci, del “Cura Italia” e della “Liquidità”, gli ormai celebri decreti economici, annunziati dal premier, tra rulli di tamburi ed enfatiche espressioni distributive di centinaia di miliardi, come provvedimenti di immediata attuazione ed esecuzione. Nei fatti, invece, atti scritti male, sotto il profilo giuridico, operativo e gestionale, con migliaia di articoli incomprensibili, con procedure farraginose, fondate su presupposti organizzativi errati (le carenze di sistema!), rivelatisi inefficienti e tardigradi, a partire dall’INPS, dal sistema bancario e dalla rete istituzionale delle entrate. I mutui, i prestiti garantiti, i bonus, i rinvii a breve delle scadenze fiscali, i divieti di licenziamenti, la cassa integrazione e tutto l’ambadaram delle misure assistenziali, varate per provvedere, nella lunga fase di chiusura, alla sopravvivenza immediata delle famiglie e delle imprese, specie le piccole e le medie, sono ancora, a fine giugno 2019, rimaste incompiute. Se i provvedimenti anti epidemia, comunicati in modo ansiogeno, hanno provocato (e provocano ancora) sentimenti diffusi di paura, di ansia e di angoscia, i ritardi applicativi dei due decreti economici hanno suscitato (e suscitano ancora) sconcerto, delusione, amarezza, timore del futuro e disperazione da parte di tutte le categorie sociali interessate, in particolare dei soggetti più deboli, facendo paventare dal ministro dell’Interno un’imminente bomba sociale. 

Questa disgregazione del tessuto sociale può essere strumentalizzata dalla criminalità organizzata, dalle mafie nostrane ed estere, divenute ancor più sovrane non solo nel Sud, ma sull’intero territorio nazionale. Il loro sovrabbondante denaro sporco (frutto dello spaccio di droga, dell’usura, delle estorsioni, del caporalato, del lavoro nero, del gioco d’azzardo, della prostituzione di strada e del traffico degli essere umani, mai interrotto) può essere messo a disposizione “generosamente” delle famiglie e delle imprese in crisi di liquidità, strette nella morsa dell’azzeramento dei fatturati e degli adempimenti fiscali, ancorché rinviati sempre  a breve dal governo. Una “generosità” che verrebbe pagata a caro prezzo dalla sicurezza nazionale con l’estensione degli imperi economici criminali e con il definitivo inquinamento dell’economia sana del paese. Dove lo Stato democratico risulta intempestivo o assente, infatti, il soccorso criminale si rivela sempre tempestivo e presente! La rete di protezione, dunque, stesa da Conte su milioni di italiani, fatta di sussidi da economia di guerra (dalla cassa integrazione alle garanzie pubbliche sui prestiti bancari, dalla sospensione dei rimborsi alla banche di debiti preesistenti al rinvio di alcune scadenze fiscali, si è rivelata, finora, incongruente, piena di buchi e di falle. Una rete pubblica di sussidi, di garanzie e di tutele, rimasta anch’essa ancora incompiuta. Conte, tuttavia, non si è arreso, e neppure ravveduto.

Con le riaperture delle attività, dopo il lock down, ha inaugurato, con il consueto trionfalismo da operetta, la Fase 3, ancorata al terzo decreto economico (quello di maggio, ex di aprile), intitolato, per merito del consueto umorismo nominalistico degli estensori, decreto “Rilancio”, con la conferma di bonus e di aiuti, nonché di misure a sostegno delle famiglie e delle imprese, ma privo del tutto di investimenti reali. Ci può essere sviluppo senza investimenti?  Questo decreto avrebbe dovuto avviare il superamento dell’assistenzialismo di massa e la ripresa economica del nostro paese, di fronte alla gravissima e allarmante emergenza economico-sociale. Ad oggi, questa ripresa non è neppure iniziata, condizionata dalla previsione (peraltro ottimistica!) di un PIL 2020 a meno 14%, dalla caduta della produzione industriale in tutti i settori, con percentuali mai registrate in passato, da decine di migliaia di imprese sull’orlo del fallimento, da una disoccupazione crescente, nonostante redditi di cittadinanza, sempre di marca grillina, graziosamente distribuiti e i “procuratori del lavoro”, benevolmente assunti (per far che?).

La grandeur contiana: Stati Generali, tanto rumor per nulla.

Alle critiche esplose a livello popolare sui ritardi, Conte ha risposto rovesciando, come suo costume, le responsabilità sui presidenti di regione, sui sindaci, sulla burocrazia che gli rema contro, sul sistema bancario e sull’INPS. Sull’istituto di previdenza, tuttavia, ha preferito soltanto “sculacciare” il presidente dell’INPS, targato sempre grillino, chiamandolo a rapporto, per un caffè, a Palazzo Chigi, piuttosto che imporgli immediate dimissioni e sostituirlo. Agli autorevoli rilievi, interni e internazionali, su un governo allo sbando, senza una bussola, alla giornata, mancante di una strategia complessiva per lo sviluppo, fondata realisticamente sulle disponibilità finanziarie armai ridotte al lumicino, nonostante le acrobazie del ministro Roberto Gualtieri sul bilancio e le promesse europee (Recovery Fund, MES, ecc…), tutte da verificare nelle prossime settimane, ha replicato, con rinnovata abilità, varando la stagione delle riforme. Le ha annunziate, con date precise, soccorso, in queste nuove performance anche dai suoi ministri-gregari (ad esempio, la riforma dell’IRPEF, annunziata dal ministro Gualtieri). Per fare ponte sul futuro, quindi, ha lanciato la grande sfida riformatrice, a partire dalla deburocratizzazione, dalla semplificazione, dal fisco, dalla scuola, dal turismo e dalla cultura, con uno slogan degno di miglior causa: “Dobbiamo reinventare il paese!”. Caspita, altro che Cavour, Churchill o De Gasperi! E in questo rinnovato delirio salvifico, ha convocato a Villa Pamphili, sfidando anche infausti precedenti storici, gli “Stati Generali dell’Economia”, che, nelle sue intenzioni, avrebbero dovuto disegnare, in dieci giorni, prima dell’inizio dell’estate, un road map per la ripresa.

 Ma, ahi noi, anche quest’ultima iniziativa si è rivelata un bluff, un’altra mossa propagandistica, un empty box, inconcludente e modesto nei contenuti. In poche parole, un fiera della vanità, etero-diretta dal solito Casalino, il Richelieu nostrano, il quale ne ha proditoriamente escluso la stampa, ma non ne ha potuto impedire il fallimento. Le signore delle istituzioni europee hanno ripetuto opinioni e impegni già espressi, Colao ha illustrato il suo piano, già noto, le associazioni di impresa e i sindacati hanno lamentato i ritardi e la mancanza di strategia del governo. Il resto comparse, riempitivi della decade di lavori.

Risultato: tanto rumore per nulla, di cui si ricorderà, forse, la rissa sulle accise tra Conte e il presidente di Confindustria. Proposte conclusive? La riduzione dell’IVA, peraltro temporanea, che brucerebbe l’attesa di una riforma globale del fisco, ridotto ad una congerie di norme, ingiuste, inique e predatorie del mondo produttivo e del lavoro. E il progetto? Non fare niente, come ha ironizzato brillantemente Maurizio Crozza, il quale, con la sua satira sottile, riesce a cogliere sempre nel segno. Siamo al bilancio di una disfatta morale, istituzionale, politica, economica, finanziaria e sociale. Eppure alle truppe dei ciechi, dei sordi e degli ingenui, si è unita la schiera dei nuovi plauditores del premier Conte: quegli imprenditori che, in alcuni settori interessati dalle politiche del governo e dalla crisi, sanitaria ed economica, ci stanno guadagnando e ci guadagneranno, raddoppiando i loro fatturati e i loro utili, mentre il resto del paese langue. 

Fase 4: Chi erediterà le macerie autunnali? Quale futuro per l’Italia?

Ci si interroga e ci si interrogherà, lungo questa estate rovente (luglio/agosto/settembre), non soltanto meteorologica, su “come” si potrà governare la cosiddetta Fase 4. Una fase, quest’ultima, fondamentale che cadrà nel prossimo autunno e che non potrà essere gestita da chicchessia, senza un preliminare discorso di verità (finalmente!), rivolto agli italiani: la presa d’atto delle condizioni reali della nostra nazione e delle macerie lasciate sul campo da uno tsunami che ha svelato tutte le carenze e le arretratezze del nostro sistema-paese, nonché i limiti di un’intera classe politica. Un discorso di verità che servirà ad introdurre la definizione di un piano di ricostruzione nazionale, fatto di investimenti strategici e di sblocco immediato delle opere pubbliche già finanziate, realistico, concreto e fattuale, senza rinunziare a quei valori ideali che hanno sempre contraddistinto il nostro popolo: la creatività, la laboriosità, la solidarietà e lo spirito di sacrificio, senza essere necessariamente santi, eroi o navigatori!

Su chi governerà la Fase 4 pesano molte variabili indipendenti: il ritorno (sperando di no!) di una nuova ondata epidemica; l’aggravarsi della crisi occupazionale; il mancato recupero estivo del settore turistico; i risultati delle elezioni regionali parziali del 20/21 settembre; il conseguimento delle misure europee di sostegno alla nostra economia, per l’entità delle risorse, per la qualità degli interventi, per le condizioni imposte e, soprattutto, per i tempi di erogazione degli aiuti. Quest’ultimo nodo sarà sciolto nelle prossime settimane e ulteriori rinvii delle decisioni non sarebbero di buon auspicio. Come non risulta di buon auspicio, per la stessa sopravvivenza del Governo Conte, lo scontro dell’ultima ora tra il M5S e il PD sull’utilizzo dei fondi del MES, che Conte dovrà provare a disinnescare! Resterà sempre sul tappeto la capacità di impiego tempestivo delle risorse finanziarie acquisite con progetti ambiziosi a breve, a medio e a lungo termine, nei settori infrastrutturali e in quelli peculiari della nostra economia nazionale di trasformazione e di valore aggiunto, a partire dal reticolato delle piccole e medie imprese.  L’idoneità politica del governo e la competenza dei responsabili nei diversi ambiti della pubblica amministrazione, quindi, saranno determinanti.

Sarà ancora Conte il protagonista della Fase 4, smettendo il suo metodo di governo, fatto di roboanti annunzi e di scarsi risultati, di rinvii e di promesse deluse, che tanti danni ha provocato finora? Tutto dipenderà da una rivoluzione di mentalità, dalla sostituzione di alcuni ministri inidonei, dai risultati finanziari della missione europea e dalla capacità del premier di tenere insieme i cocci dei partiti della maggioranza, dai quali tracima una malcelata intolleranza e una repulsione verso il suo protagonismo inconcludente.

In autunno, non saranno più i tempi delle mediazioni, dei rinvii e delle passerelle mediatiche, ma quelli delle scelte forti, chiare, coraggiose e impopolari. Altrimenti il destino dell’Italia verrà ulteriormente pregiudicato.

Non resterà, in quel dannato e certo non auspicabile accadimento, che rispondere all’appello per una “nuova resistenza”, già invocata nel 2018, resa più urgente e inderogabile per salvare l’onore, la libertà, la democrazia e il futuro civile del nostro paese e delle nuove generazioni.

* Scrittore, saggista, già prefetto e senatore della Repubblica

Per il Napoli quinta vittoria consecutiva.

di Maria Labanchi.

È finita sul risultato di 3-1 la prima partita in casa post quarantena del Napoli di mister Gattuso. Partenopei che ormai sembrano essere più che motivati a scalare la classifica, per recuperare tutto il tempo perduto in questa stagione: la quarta posizione, che permetterebbe agli azzurri di assicurarsi un posto alle qualificazioni di Champions League, rimane tuttavia ancora a 12 punti a causa della vittoria dell’Atalanta sull’Udinese. Ma se il quarto posto sembra lontano, così non è per il quinto: sono solo tre i punti di distanza dalla Roma, che ieri sera ha perso un importantissimo match con il Milan.

Tornando al campo, la formazione schierata da Gattuso, per certi versi, è parsa un po’ un ritorno al passato avendo rivisto titolare “il trio delle meraviglie” costituito da Insigne, Mertens e Callejón. Proprio questi ultimi due sono andati a segno nel primo tempo: il belga, dopo appena 4 minuti, lo spagnolo, al 36’, in seguito ad un momentaneo pareggio della Spal, che dopo 55 anni è tornata a segnare al San Paolo in una partita di campionato.

Ad ogni modo, a dominare il match in modo palese sono stati proprio gli azzurri, con un possesso palla che ha superato, in media, il 60%.

Ormai, i partenopei, nonostante qualche svarione (come l’occasione concessa sul gol di Petagna), sembrano star riprendendo il ritmo e giocare in modo decisamente più fluido, concentrato e determinato. Sono stati ben 10, infatti, i tiri in porta, più volte tentati soprattutto da Fabián Ruiz. Addirittura, al 45’, Insigne ha segnato il terzo gol, annullato però dopo interminabili attimi di silenzio dal check del Var, mandando le squadre negli spogliatoi (dopo 3 minuti di recupero) sul risultato di 2-1.

Artefice del triplice vantaggio azzurro (questa volta definitivo) è stato Younes con un colpo di testa, un minuto dopo esser subentrato al posto di Callejón.

A far vacillare per un attimo questa sicurezza è stato Floccari, pure lui entrato per sostituzione, sempre con un colpo di testa, che tuttavia non ha trovato lo specchio della porta. Buona anche la prova di Lozano  che pur non segnando, ha dimostrato la sua voglia di giocare con una buona ultima mezz’ora di gioco in cui ha rimpiazzato Insigne.

I partenopei dunque hanno trovato il modo di riscattarsi dal deludente 1-1 dell’andata, quando ancora a dirigere una nave che proprio allora iniziava ad affondare c’era Carlo Ancelotti. In ogni caso, ormai, le cose stanno finalmente andando per il verso giusto, e anche se la strada è ancora in salita, l’importante è non mollare. Sembra essere proprio questo il motto di Gattuso, che ha riportato alla luce la voglia di vincere di un gruppo che ha finalmente (e stabilmente) ritrovato grinta e compattezza.

Lettera al Ministro Azzolina: Lasci perdere Scampia

di Gennaro De Crescenzo*

Cara ministra, lasci perdere Scampia. Ci lasci perdere. Insegno e vivo a Scampia ma non rivendico nulla e non provo neanche rabbia di fronte alle sue dichiarazioni e a quelle del presidente Conte su quell’appartamento “destinato a scuola” e sulla vostra sicurezza ostentata (“daremo a Scampia la scuola che merita”).

Eviterò anche di ricordarle tutti i suoi errori di questi mesi o le confusioni di decreti e linee-guida: le chiedo semplicemente di evitare di parlare di Scampia perché lei non conosce Scampia e forse, insieme al presidente Conte, si sarà limitata a conoscerla vedendo qualche fiction televisiva.

Che ne sa lei dei miei ragazzi? Che ne sa dei loro sogni? Che ne sa dei loro genitori disoccupati prima e dopo questa emergenza, degli occhi bassi e del pudore di non dirlo? Che ne sa dei loro messaggi da emigrati nel resto dell’Italia e del mondo? Che ne sa della tristezza di quelle domande agli esami di stato in queste ore sui loro progetti irraggiungibili? Che ne sa della loro e della nostra rabbia tutte le volte, le tante volte, in cui qualcuno usa il marchio “Scampia” per offendere e per associare famiglie, ragazzi e bambini a tutto quello che è negativo da queste parti?

La vostra “best practice”, la “migliore pratica”, quella che voi vorreste insegnarci e portarci, è già a Scampia ma voi non lo sapete perché non siete mai stati a Scampia.

La “best practice” è già nei corridoi della mia scuola, negli occhi felici di ragazzi, preside e prof durante i concerti del liceo musicale o nelle divise impeccabili delle ragazze del turistico. I nostri ragazzi realizzano la nostra “best practice” tutte le mattine anche solo entrando nella nostra (grande e bella) scuola.

Il problema non sono loro ma siete voi che da 150 anni non assicurate a questi ragazzi gli stessi diritti e le stesse speranze di quelli del resto dell’Italia e dell’Europa.

Il problema non è Scampia. Scampia, Napoli, Sud… il razzismo è (anche) questo. Poco importa, mi creda, se quella scuola nell’appartamento sia o no a Scampia: lei e il Presidente del Consiglio avreste dovuto solo evitare di nominare 5 volte Scampia senza vergognarvi del fatto che qui o altrove possa esistere una scuola in un appartamento e che possa esistere più o meno da 150 anni (oltre 2 quelli in cui lo stesso Conte è stato premier ma quella scuola sta sempre là).


Cara ministra, lei oggi dichiara che si è sbagliata e che quell’appartamento-scuola è da qualche altra parte ma noi non abbiamo più bisogno di rettifiche che non rettificano e di scuse che non scusano. Abbiamo bisogno solo di rispetto e forse anche di silenzio. Fino a quando lei, i premier e gli altri ministri di turno non smetterete di usare, parlando di Scampia e del resto del Sud, il futuro e inizierete ad usare il passato prossimo o addirittura il passato remoto. Non più “faremo”, allora, ma “abbiamo fatto” o “facemmo” e allora, forse, avrete il diritto di parlare di Scampia.

*Professore a Scampia. Presidente del Movimento Neoborbonico – Movimento per il Nuovo Sud

Autostrade: continua la festa dell’assurdo!

di Anna Abbruzzese.

Proprio non c’è pace per Autostrade. Adesso il problema è il traffico prodotto sulle tratte in territorio ligure che ha provocato una quasi totale paralisi della viabilità. Un vero e proprio incubo per migliaia di automobilisti che sono rimasti imbottigliati tra scambi di carreggiata, chiusure e cantieri vari.

Ma andiamo per ordine e cerchiamo di comprendere cosa sta succedendo.

A fronte di tutta una serie di prescrizioni indicate dal Ministero delle Infrastrutture (MIT), Autostrade per l’Italia (ASPI) ha dato il via a un “piano di controllo di 587 gallerie della rete nazionale” e la prima fase è stata regolarmente effettuata.

Nel maggio scorso sono pervenute dal MIT ulteriori prescrizioni che hanno investito in maniera diretta le gallerie liguri. Tali lavori avevano come caratteristica la necessità di essere conclusi in tempi molto rapidi. Proprio per questo motivo, fanno sapere da ASPI, l’Azienda ha “messo in campo tutte le forze e le competenze disponibili, elaborando, tra i diversi scenari un piano di massima densità di cantieri a partire dall’A26.”

In ogni caso l’effetto di tutto ciò è stato il blocco del traffico! Adesso c’è una convocazione – per oggi stesso, domenica 28 giugno – presso il MIT per cercare di individuare possibili soluzioni, anche con tecniche differenti per risolvere i problemi che stanno facendo impazzire il Governatore Toti. Il tutto tenendo comunque presente – sottolineano al Ministero – che i lavori avevano e avranno come termine ultimo il 15 luglio prossimo.

In realtà, quello che emerge da questa situazione è, ancora una volta, il totale stato confusionale in cui versa il rapporto tra Ministero e il Gruppo di via Bergamini.

Una situazione dalla quale non si riesce a uscire in quanto da un lato ci si è accorti che qualcosa non funzionava (ma dov’erano il Ministero e gli organi ispettivi fino al crollo di Genova?) e dall’altro gli azionisti di Aspi una volta che si sono resi conto che “il giocattolo” era stato messo in mano a personaggi, quantomeno, non del tutto affidabili (ma, anche loro, dov’erano quando si delineavano situazioni strane e all’interno del Gruppo già si sollevavano sacche di malessere?) cercano di metter in fretta riparo a quanto può crear problemi.

Il tutto mentre la discussione per la Concessione, vero nocciolo della questione, si trascina tra “stop and go” che stanno solo provocando disordine operativo e ricadute sull’utenza.

Ben venga, dunque, la presa di posizione del Governatore Toti che starebbe preparando un’Ordinanza per imporre al Ministero delle Infrastrutture e ad Autostrade di presentare un Piano di Lavori che unisca sicurezza e mobilità al territorio. In pratica, un richiamo alle parti ad agire con intelligenza e praticità cosa che sta del tutto mancando nel rapporto tra il Dicastero e la Società guidata da Tomasi.

Quello che comunque va rilevato è come il Paese non può più veder sospesa nel limbo la questione concessione.

Siamo una nazione che necessita d’indicazioni e soluzioni precise per potersi muovere in sicurezza e velocità. Di controlli seri e non solo quando accade qualcosa, di una struttura societaria chiamata a gestire le tratte cosciente di avere in mano non solo dati e bilanci, ma la vita delle persone.

Senza dimenticare, in quest’allucinante festa dell’assurdo, le Società controllate che compongono il panorama di ASPI e delle quali mai se ne parla anche se problemi vi sono e il personale che sente il peso di una situazione che, per vari motivi, potrebbe provocare diverse ricadute e tensioni.

Appare la Vergine in una chiesa di Siano?

Apparizione, miracolo, riflesso, impressione. Insomma si possono usare tutti gli aggettivi per raccontare quel che sta succedendo in una chiesa di Siano, in provincia di Salerno, dove da qualche giorno un fenomeno, quantomeno curioso si sta ripetendo.

Su una parete interna alla chiesa di Maria SS. Dell’Annunziata ad un’ora precisa, le 16 e 30, appare una figura che ricorda, in maniera piuttosto precisa, la sagoma della SS. Vergine.

L’apparizione rimane visibile per circa un quarto d’ora per poi scomparire del tutto. La notizia sta facendo accorrere sul posto molti fedeli che rimangono decisamente colpiti dalla cosa. Qualcuno ha provato a limitare la luce proveniente dalle vetrate ma la figura, dicono, non ha subito alcuna modifica.

Il parroco tende a minimizzare ciò che sta accadendo, evitando di accendere qualsivoglia entusiasmo attribuendo il fenomeno a cause naturali come i riflessi provenienti da qualche vetrata. Comunque, il tentativo di oscurare la parete è stato fatto, e poi – si chiede più di qualche fedele – perché mai questo fenomeno naturale sarebbe stato visibile solo in questi giorni visto che nessun modifica è stata fatta negli ultimi tempi alle vetrate e alla chiesa in generale?

Di sicuro, quel che sta accadendo ha dato anche adito a interpretazioni religiose soprattutto legate al particolare momento storico che stiamo vivendo. La maggior parte dei credenti legge questo fatto come un segno di speranza e un messaggio di fiducia per il futuro.

In tutto ciò dobbiamo comunque prendere atto che i fedeli, e anche i curiosi, si stanno muovendo con il massimo rispetto anche nell’attesa di entrare in chiesa.

Un segno che, comunque, lascia spazio a delle riflessioni circa la necessità di sicurezza che la gente avverte, ma soprattutto fa riflettere sul valore della fede che in taluni momenti si manifesta ben oltre quello che sarebbe lecito pensare.

“La fede è viva – ci ha detto un uomo sorridendo –  e la gente che esce dalla chiesa con le lacrime agli occhi ne è la prova, forse più dell’apparizione”.

Scuola: Venghino signori… venghino…

Si aprirà il 14 settembre il nuovo anno scolastico e le linee guida del Ministero lasciano molte perplessità.

Straordinari, veramente straordinari. Non vi è un altro aggettivo da utilizzare per descrivere quanto siano eccellenti e capaci nel vendere l’acqua calda questi fantasiosi governanti che abbiamo. Un continuo inno al “come siamo buoni e bravi”, al “come lavoriamo sodo” e, soprattutto “al faremo, diremo, agiremo, emo… emo… emo…”

Ultimo esempio la performance a cui abbiamo assistito relativa alla presentazione delle linee guida per la riapertura della scuola. Un momento di altissima e geniale interpretazione da Mago Merlino e apprendisti stregoni.

In primo piano il grande, immenso Presidente del Consiglio, ormai tanto abituato alle telecamere da trovarsi a pieno agio di fronte ad esse e a dettare, lui direttamente, tempi e modalità di risposta anche al Ministro Azzolina che gli sedeva accanto.

E poi il Piano, le famose Linee Guida che dopo qualche mal di pancia, con un colpo di bacchetta sono state digerite anche dai Governatori (escluso De Luca).

In tutto, compreso allegato tecnico, stralcio di verbali e dati, 54 pagine di eccellente e chiara ovvietà ammantata dai soliti “…emo” ma lasciando ad altri la necessità di trovare soluzioni pratiche ai problemi. 

Ma ci sono perle di illuminata grandezza in queste linee guida che veramente danno da pensare. Il Ministro afferma, con invidiabile candore, che ci troviamo al cospetto – a conti fatti  – di un 15% di alunni da portare fuori dagli edifici scolastici.

15%? Bene, gli alunni da “risistemare” sarebbero quindi più di un milione e 200.000. Robetta da nulla, basterebbe trovare qualche stadio, un po’ di cinema e teatri, una decina di piazze e il gioco è fatto. Dunque, è evidente, c’è un problemino di spazi, come risolverlo? Ecco la grande intuizione: lavoriamo e riattiamo gli edifici che ci sono e, soprattutto, recuperiamo gli edifici dismessi.

Giusto! Ora andiamo ai numeri. Gli edifici lasciati nel corso degli anni sono circa 3.000 e per avere l’idea delle attività di edilizia minore da svolgere basta pensare che le classi attuali sono circa 370.000. Chi conosce un qualsiasi plesso scolastico sa cosa vuol dire!

Alla luce quindi dei numeri, e considerato che non viviamo nel mondo della fantasia e di quello che “potrebbe essere”,  nasce spontanea una domanda: “quando verranno fatti questi lavori visto che siamo ormai a luglio?”

E andiamo avanti.

Con abilità e capacità di scrittura, le responsabilità (quelle vere) sono, di fatto demandate, ad altri soggetti per cui tutto ciò che andrà bene sarà merito dei tradizionali “faremo… diremo…. agiremo…” del Presidente del Consiglio, il resto sarà invece colpa degli Enti locali, dei dirigenti scolastici e dell’opposizione che, in questo caso c’entra poco, ma metterla non fa mai male.

Ma torniamo seri. Senza fare voli pindarici, non sarebbe stato molto più pratico prevedere assunzioni stabili (non temporanee come superficialmente indicato) attingendo alle graduatorie e diminuendo sensibilmente il numero di studenti, come immaginato in altre realtà europee, portando le classi ad un massimo di 15 alunni?

Un fatto che per quest’anno avrebbe provocato un po’ di turnazioni (cosa che comunque avverrà) ma, considerato quanto affermato circa gli edifici da riattare ed altre soluzioni strutturali definitive, già l’anno prossimo il tutto sarebbe potuto rientrare nella normalità. Anche perché in dodici mesi (e non in 8 settimane) certi interventi possono essere fatti. Inoltre una tale consistenza di alunni, consentirebbe ai docenti di garantire alla classe una maggior concentrazione sui temi e sulla didattica. Un risultato non proprio banale!

Per il resto siamo in presenza di indicazioni tanto scontate che colpisce il tempo perso per emanarle. Igiene, formazione, cultura della salute, raccordi tra strutture scolastiche e dipartimenti. A qualcuno sembrano linee da dettare in caso di Pandemia o semplicemente indicazioni che dovrebbero essere nel DNA del Ministero il quale avrebbe dovuto perseguirle già per suo naturale compito?