Salvini e Open Arms: plotone d’esecuzione

È inutile girarci intorno. Quello a cui abbiamo assistito ieri in Senato, con il voto per l’autorizzazione a procedere per il rinvio a giudizio di Salvini, è stato l’ennesimo tentativo di eliminare un avversario politico attraverso la consolidata prassi italica del rinvio a giudizio.

Il meccanismo è semplice, si inquadra il personaggio, lo si studia, si comincia a demolirne l’immagine attraverso media consenzienti, e, infine, il colpo di grazia politico-giudiziario. Richiesta di rinvio a giudizio, il Parlamento approva. Il resto lo si lascia magari fare a quelli che qualcuno ha definito “plotone di esecuzione”. Il gioco è fatto!

Gli esempi che potremo citare non sono pochi, anche se – guarda caso – s tratta sempre e comunque di figure anteposte ad un’area politica, solitamente molto vicina a una certa magistratura. Un caso, certamente un caso, o meglio la famosa divisione dei buoni da una parte e i cattivi dall’altra.

In questo caso poi siamo al capolavoro dell’ipocrisia politica. Si, perché gli stessi soggetti che avevano condiviso la linea politica dell’allora Ministro degli Interno, oggi si sono elevati – essi stessi – al rango di giudici o meglio di boia. Una vera e propria apoteosi dell’assurdo. Si sta mandando a giudizio una persona che nella sua qualità Ministro  assume una decisione che, pur tutelando la sicurezza dei soggetti interessati (non dimentichiamoci di questo), cerca di difendere un interesse nazionale, la difesa dall’immigrazione incontrollata, riconosciuto come tale dall’allora Governo il cui Premier è lo stesso di questa maggioranza!

Questo, tra l’altro, serve anche per alzare una doppia cortina di fumo che copra l’inefficienza dell’esecutivo nel mentre il PIL interno perde oltre 12 punti percentuali, la ripresa è lontana, migliaia di imprese sono al collasso, la scuola è in preda alla più totale confusione e si avvicina un autunno che sarà tra i più “caldi” a livello di tensioni sociali degli ultimi 30 o 40 anni.

Anche perché se finora il rischio di elezioni è stato scongiurato, questo non potrà essere in eterno e considerato il quadro che si presenta all’orizzonte la soluzione migliore è quella di far fuori gli avversari che possono rappresentare un’alternativa e che, già oggi, sono la maggioranza nel Paese.

Adesso l’importante sarà trascinarsi, attaccati alle poltrone governative, sino al momento in cui la demolizione del soggetto assumerà l’aspetto di un dato di fatto. Di un qualcosa che andrà anche oltre il giudizio del tribunale. Ha funzionato con Berlusconi, prima ancora con Craxi perché l’alchimia dovrebbe oggi fallire?

Il Paese però è alle strette, le chiacchiere governative, le prospettive elle potenze di fuoco, i sorrisi ammiccanti non stanno producendo nulla se non disperazione. È in piedi una grossa messinscena dietro la quale c’è il vuoto. E quando questo accade il popolo è capace di far saltare tutte le alchimie di potere.

Palermo. Credito Emiliano, la Fabi costituisce la R.S.A.

Al Credito Emiliano è stata costituita a Palermo la nuova Rappresentanza Sindacale Aziendale della Fabi, il sindacato maggiormente rappresentativo del settore bancario.

Eletto dai lavoratori responsabile dell’organismo sindacale, Giovanni Pasqualino, Quadro Direttivo con una grande esperienza aziendale.

Per Carmelo Raffa, Coordinatore regionale della Fabi in Sicilia: “Si aggiunge un nuovo ed importante tassello nell’isola a presidio dei diritti dei lavoratori del Credem, di ciò ne siamo fieri”.

“Siamo riusciti  a conquistare la fiducia dei lavoratori – spiega Filippo Virzì del Dipartimento Nazionale Comunicazione e Immagine della Fabi – lavorando in questi lunghi e difficili mesi gravati dall’emergenza sanitaria con l’informazione continua e trasparente, il nostro impegno è stato premiato dai lavoratori i quali non si sono mai sentiti da soli in una fase che ha richiesto un dispiegamento di energie senza precedenti da parte di tutta la Fabi”.

Italiani all’estero: patrimonio da tutelare.

La principale attenzione che hanno le comunità italiane all’estero è sicuramente quella di non perdere la propria identità e la propria cultura. A ciò va aggiunto il tentativo di sviluppare, laddove possibile, lavoro e progetti imprenditoriali funzionali e produttivi anche al fine di promuovere il nostro Paese.  

Per tali motivi i nostri connazionali fuori dai confini del Paese rappresentano un vero capitale da tutelare e aiutare nelle difficoltà in cui, nella loro condizione, è facile trovarsi.

Su questo tema vi sono associazioni e movimenti che tendono a creare un substrato fatto di interscambio d’idee e solidarietà capace di far crescere l’idea Italia all’estero. In pratica una rete che funga da supporto. Un sostegno che molte, troppe, volte non viene fornito da uno Stato distratto.

In quest’ottica, il Movimento Italiani Residenti all’Estero (M.I.R.E.) è quello che più di altri si sta imponendo al centro dell’attenzione per la capacità di strutturarsi nel mondo, di ricercare contatti e sinergie e di proporsi come nuova forza rappresentativa capace di evidenziare una diversa prospettiva scevra da interessi che non siano le finalizzazioni dichiarate.

Nato grazie al proprio leader e presidente Vincenzo Odoguardi, il M.I.R.E. si sta sempre più strutturando. In Europa, ad esempio, è “approdato” con l’adesione al Movimento di Anna Mastrogiacomo che del proprio impegno per il made in Italy e per gli italiani all’estero ne ha fatto ragione di vita e dal quale discende la sua notorietà. A lei è stato affidato il Coordinamento  M.I.R.E. per l’Europa.

Nel perseguire l’obiettivo di unire le collettività italiane presenti nel mondo per accrescerne lo sviluppo e, quindi, garantire alle stesse una sostanziale forza di negoziazione, lo stesso M.I.R.E. e il F.I.E. (Fondazioni Italiane in Europa) hanno sottoscritto un protocollo d’intesa al fine di proteggere gli interessi dei nostri connazionali all’estero, così come la lingua, scambi culturali, corsi universitari oltre la naturale promozione del made in Italy sui mercati internazionali.

Siamo dunque di fronte ad una decisa azione di tutela di quel patrimonio sparso per il mondo, e spesso dimenticato, formato dai tanti nostri giovani e meno giovani che hanno cercato e cercano di realizzarsi oltre i confini. Un patrimonio fatto di sacrifici, impegno, creatività e, soprattutto, di caparbietà e capacità di continuare a sentirsi italiani pur lavorando e vivendo in contesti spesso molto diversi dal nostro.

La bandiera per molti può aver poco senso, per altri (e noi siamo tra loro) ha invece un profondo valore e ci fa estremamente piacere sapere e rendere noto che vi sono realtà che s’impegnano per creare, difendere e tutelare i nostri connazionali aiutandoli a sviluppare quella piccola e media imprenditoria che, da sempre, rappresenta il nostro immenso patrimonio.

L’emergenza (propria) del Conte di Casalin.

di Carmine Crocco.

Un paio di settimane fa proprio da queste pagine era stata anticipata la proroga dello stato di emergenza sanitaria che il Governo Conte si apprestava a emanare. Un atto scontato che però ha dovuto registrare alcune battute d’arresto “imposte” soprattutto dal nervosismo che serpeggia tra i banchi della maggioranza.

Le limitazioni più importanti riguardano un (forse…) maggior coinvolgimento del Parlamento, da mesi surclassato nelle sue prerogative, alcuni limiti nel caso di istituzione di zone rosse e libertà dei soggetti e, soprattutto, il periodo ridotto rispetto a quanto richiesto originariamente dal Preimer. Rimangono comunque tutte le prerogative in merito alla velocizzazione delle procedure di spesa (Arcuri ringrazia) e di appalti oltre al più importante dei risultati: la sopravvivenza mediatica sotto i riflettori del Premier e del suo entourage! Questo sì elemento essenziale per il Paese.

Tutti gli sforzi del nostro mitico Premier in Parlamento sono stati tesi a dimostrare l’assoluta sincerità nel voler tener premuto l’acceleratore delle possibilità d’intervento per il rischio di un ritorno ai tempi cupi della pandemia in Italia.

Un bla bla bla tutto fumo e disponibilità verso il dimenticato Parlamento ma con qualche sorriso di troppo seppur di nervosismo, soprattutto mentre parlava uno dei leader della minoranza alle Camere e Maggioranza nel Paese. Quella Giorgia Meloni che gli ha elencato, a muso duro, una serie di incongruenze talmente evidenti da non poter essere negate.

Ma il problema non è il Covid-19, assolutamente no.

Il Coronavirus è lo strumento, fantastico e insperato per il Conte di Casalin, di mantenere in primo piano il suo profilo e consolidare un potere alla luce del fatto che uno stato di emergenza, con le paure del caso, rappresenta una calamita di rara portata su stesso e sulle mille cose dette, promesse, giurate e mai fatte!

La stessa maggioranza si sta rendendo conto del problema e, soprattutto importanti figure del Pd, cominciano a soffrire troppo l’ingombrante presenza dell’uomo che ride, che promette, che si bea sotto i riflettori e che niente fa per il Paese.

Ma ci rendiamo conto di quello che sta accadendo?

  • Si parla di stato di emergenza sanitaria per avere la garanzia che non vi siano scossoni sull’esecutivo. Chi sarebbe il pazzo della pseudo maggioranza che oggi regna che metterebbe a rischio la compagine di Governo con la prospettiva di essere accusato di aver danneggiato la Nazione?
  • Si parla di stato di emergenza sanitaria per garantire la permanenza sotto i riflettori di una parte politica improponibile e che in caso di elezioni, in tempi normali, sarebbe già stata spazzata via;
  • Si parla di stato di emergenza sanitaria mentre muoiono a centinaia le aziende e la cassa integrazione è solo un misero e inutile palliativo per la ripresa economica;
  • Si parla di stato di emergenza sanitaria quando sarebbe meglio parlare di un’emergenza economica e occupazionale di rara portata.

Qui si parla ma non si fanno fatti… bensì banchi a rotelle!

E allora andiamo avanti con un Conte di Casalin sempre più sorridente, con una democrazia commissariata e con un Paese che si avvia all’autunno più caldo degli ultimi vent’anni.

Napoli: meglio che vada chi non vuole esserci

di Maria Labanchi.

Terza sconfitta post Covid per gli azzurri di Gattuso, che rimangono stabili in settima posizione, regalando invece il secondo posto ai nerazzurri di Conte. I partenopei sono parsi poco convinti nei primi minuti, tant’è vero che il vantaggio dei padroni di casa è arrivato già all’undicesimo minuto, con un gol di D’Ambrosio su assist di Biraghi.

È stata questa la scossa che ha mosso i ragazzi di Gattuso, risvegliandoli dal torpore con cui avevano iniziato il match, facendo partire la solita “giostra” dei tiri fatti e non finalizzati. Prima con Insigne, poi con Zielinski, infine con Politano, l’unico a rispondere “assente” all’appello è stato Milik, partito titolare per assenza di Mertens, risultato quasi invisibile alla fine dei primi 45 minuti. Ma, nonostante i vari tentativi, il Napoli, come da un po’ di tempo a questa parte, non ha avuto quella spinta in più per pareggiare i conti.

Su questa scia è iniziata anche la seconda frazione di gioco. Unica vera occasione prima del raddoppio dell’Inter, un tiro di Elmas che ha sfiorato il palo al 63’.  Anche questa volta, comunque, la “sfortuna” è stata dalla parte degli azzurri. Dieci minuti dopo, difatti, Lautaro ha tirato da fuori area ed il pallone, rimbalzato proprio davanti alla faccia di Meret, è andato in rete. Da questo momento, gli azzurri hanno definitivamente mollato la presa, e nulla hanno potuto i cambi, che non hanno fatto la differenza, nonostante i “grandi ritorni” di Ghoulam e Malcuit.

Una partita come questa, in un certo senso, ha preoccupato non solo la panchina, ma anche i tifosi. E, se queste fossero le premesse, un po’ da spaventarsi ci sarebbe, sia per la Champions che per il prossimo campionato. Se è vero che ormai non c’è nulla da perdere, ma nemmeno da vincere, è anche vero che un gioco così, che non convince né diverte, non si addice ad una squadra che potrebbe dare tanto almeno a parole, ma che, nei fatti, conclude poco.

Sarà la svogliatezza, sarà la mancanza di giocatori giusti (per esempio un attaccante o due non guasterebbero), ma un Napoli che prima vince un trofeo e poi perde così, di certo non lo riconosciamo. E sicuramente non ci si può affidare solamente a quelli che saranno gli acquisti per il prossimo calciomercato: dopotutto, se le fondamenta non sono solide, le costruzioni poi crollano!

A questa squadra, così com’è, sicuramente le armi per vincere non mancano, ma per il prossimo anno sarà fondamentale saperle mettere in pratica per riuscire a tagliare il traguardo finale conseguendo qualche (o almeno uno) obiettivo.

Certo è che non si possono addossare tutte le colpe all’allenatore (o all’ex allenatore), a un giocatore in particolare, al momento storico che tutti stiamo vivendo (o, per meglio dire, cercando di sopportare) oppure alla società, ma c’è bisogno in ogni caso che ognuno si prenda le proprie responsabilità e capisca che, se non vuole continuare il cammino con questa squadra, perseguendo gli obiettivi prefissati e aderendo pienamente al suo progetto, forse sarebbe meglio dirsi addio.

Noi, italiani, stranieri nel nostro Paese!

di Lorena Polidori.

E’ cosa risaputa che il tema dell’immigrazione è da sempre cavallo di battaglia della Lega di Salvini, è anche risaputo  che la maggior parte degli italiani di vocazione moderata ed europeista non si siano troppo spesso ritrovati nelle prese di posizione, ed esternazioni a volte troppo poco istituzionali, del leader leghista a tal riguardo.

Oggi però che a fatica l’Italia sta cercando di uscire dalla pandemia del secolo, che la legge la detta il covid19, le parole del leader leghista per alcuni tratti non sono più  cosi distanti dalla maggior parte degli italiani.

Ma è necessario procedere per ordine.

L’Italia e gli italiani sono stati chiamati nel mese di Marzo scorso  alla prova più dura che mai nell’epoca democratica e in uno Stato di diritto si pensava possibile: la limitazione della libertà.

Si può tranquillamente dire  che la paura e l’affetto per i familiari più deboli, siano state la leva che ha  rinchiuso facilmente e  senza la minima disubbidienza gli italiani in casa per due mesi circa,  anche le nuove generazioni per amore dei propri nonni, hanno dato dimostrazione di grande maturità.

Il lockdown ha cambiato lo stile di vita dell’italiano in quasi tutta la sua interezza se si pensa al lavoro con l’introduzione dello smartworking, alla scuola divenuta virtuale, allo sport praticato tra le mura domestiche.

Di colpo le case italiane sono diventate scuola, ufficio, palestra. I mesi di sacrificio chiesti agli italiani, se da una parte li ha tutelati sotto l’aspetto sanitario non li ha di certo risparmiati per quanto concerne economia e occupazione.

Il lockdown ha altresi contribuito a mettere in luce quelle diversità sociali che seppur da sempre presenti non erano mai state rese cosi evidenti, indebolendo il paese anche sotto l’aspetto della “geografia sociale”.

Oggi, a distanza di mesi, gli italiani che a fatica stanno cercando  di convivere al meglio con il covid19 tra tante rinunce nello stile di vita e tante accortezze protettive  verso loro stessi e i propri cari,  vedono disperso tutto il loro sacrificio per “mano straniera”.

Non si vuole assolutamente affrontare l’argomento con il retrogusto dispregiativo dello straniero visto come invasore del proprio territorio, no; lo si vuole fare cercando di mettere in luce quei passaggi che gli attuali governanti stanno perdendo di vista nella gestione di  tutta questa gigantesca e complessa operazione.

Iniziando dalla difformità d’informazioni che arrivano da un mondo sanitario sempre più diviso, quando dovrebbe essere fronte unito, voce unica e  fonte di rassicurazione.

Proseguendo dalle  decisioni governative che alimentano timori e incertezze rilevabili dai tanti, forse troppi, atti di proroghe, precisazioni su precisazioni mai chiare, dovute al probabile pericolo di ritorno del virus, fino ad arrivare agli estremi atteggiamenti minacciosi nel ricorrere  all’esercito in tenuta mimetica con tanto di armi alla mano per controllare e scongiurare eventuali assembramenti sulle spiagge.

Senza dimenticare il trauma che le nuove generazioni stanno vivendo nel dover affrontare un ambiente scolastico lontano dalla socializzazione, sempre più individualista e stimolo di diffidenza verso il prossimo.

Da  far tremare i polsi!

A tutto questo e molto altro a cui sono stati sottoposti gli italiani, (e si arriva allo snodo), fa da  contro-altare la questione degli  immigrati che stanno   arrivando da giorni, numerosi sulle coste della penisola, e indisturbati riescono persino a fuggire dai centri di accoglienza e girare per il territorio nazionale sebbene positivi al covid 19.

E’ il drammatico aspetto di due mondi che devono condividere lo stesso territorio e uno Stato che usa atteggiamenti  d’austerità verso i propri cittadini e poco controllo  per lo straniero immigrato.

Ecco che, davanti a questo scenario a dir poco inquietante, la tolleranza dei cittadini italiani non può che venire meno soprattutto quando si  teme per la  sicurezza sanitaria di se stessi e dei propri cari.

E’ evidente che questi governanti si stanno misurando con situazioni molto al di sopra delle loro capacità, cosa questa che mette sempre più in luce quanto ci sia bisogno di una classe dirigente capace di gestire il sentimento di nervosismo sempre più evidente nel paese.

Dunque, in un paese dove la propria gente è sottoposta a regole ferree, sanzioni e   continui bombardamenti mediatici sul pericolo del covid19 e i migranti liberi di circolare indisturbati la domanda sorge spontanea: sono gli italiani ad essere stranieri nel loro territorio?