30 agosto: la Campania registra più contagi

Nei bollettini giornalieri diramati oggi, è la Campania a registrare il più alto numero di contagi. Sono ben 270 i casi accertati alla mezzanotte di ieri di cui 58 provenienti dalla Sardegna e 67 da paesi esteri.

In ogni caso sono ben 145 i Campani che risultano positivi nella giornata di ieri nonostante non rientrino nel novero dei vacanzieri “intercettati”. 

Un dato che, comunque, non può evitare di allarmare soprattutto alla luce dell’illusione creata in questi mesi di trovarsi al cospetto di una Regione che aveva ben controllato il fenomeno.

Inoltre, c’è da dire che a fronte dei casi verificati, sebbene il numero dei tamponi sia tra i più alti fatti nella regione in tutto il periodo, in pratica siamo alla metà di quelli effettuati nelle scorse 24 ore in Lombardia (che ha registrato 235 casi nella stessa giornata).

In questa situazione appare inevitabile che, oltre le parole e le esternazioni anche pittoresche, si metta seriamente mano a uno screening di vaste proporzioni che delinei il fenomeno e lo focalizzi con precisione in un dato momento.

Una sorta di punto zero da cui partire. Su questo potrebbe rivelarsi utile fornire alle varie aziende l’indicazione di sottoporre quanto meno a test sierologici il proprio personale, fermo restando che i costi affrontati potrebbero essere rimessi alla stessa Regione.

In tal modo si avrebbe un primo elemento di valutazione certo anche in funzione della prossima riapertura delle scuole che, in questo momento, con i numeri attuali e soprattutto con la confusione che ancora si registra nell’ambito scolastico appare sempre più improbabile.

Lavoro e produzione: è il momento del coraggio

C’è poco da dire, tra il coronavirus, una politica industriale inesistente e le difficoltà dettate da una gabbia burocratica mai aperta, i dati sui nuovi rapporti di lavoro nei primi 5 mesi dell’anno che l’inps ha reso noto nell’ambito dell’Osservatorio sul Precariato segnalano un trend non solo preoccupante ma addirittura allarmante.

In pratica le assunzioni, nel periodo gennaio/maggio, sono calate del 43% rispetto l’anno scorso. Questa contrazione è stata terribile nel mese di Aprile (-83%) ma si è mantenuta a livelli molto alti anche a maggio (-57%). Parliamo, inoltre, di tutte le tipologie contrattuali e quindi di una situazione che ha investito come un uragano ogni categoria, segno evidente di difficoltà in ogni settore produttivo. Tale drammatica circostanza è resa ancora più evidente se consideriamo che al 31 maggio di quest’anno risultano perse 742.000 posizioni di lavoro attive rispetto lo stesso periodo dell’anno precedente.

Questi sono numeri, freddi numeri che però rappresentano il vero snodo per il futuro del Paese. Fino a qui, e sono i dati a raccontarcelo, le iniziative assunte dall’esecutivo per limitare i danni non hanno prodotto i risultati sperati. Anzi, se consideriamo il blocco dei licenziamenti e gli ammortizzatori sociali che dovranno, prima o poi, cessare il panorama che si presenta non è dei più rosei. Occorre quindi modificare completamente l’atteggiamento tenuto sinora in materia di sviluppo e di lavoro. Avere coraggio e attivare tutte le necessarie azioni affinché si attivi quel ciclo virtuoso che, rilanciando la produttività,  genera occupazione

Non è più il momento della politica dei piccoli passi. Ora al sistema serve uno shock violento che consenta in tempi brevissimi un cambio di marcia. Occorre puntare a una struttura produttiva che abbia la capacità di auto-generarsi e creare lavoro.

Per arrivare a questo serve coraggio e, soprattutto, un esecutivo che non tema di prendere decisioni e liberarsi da una burocrazia ingessata e ingessante.

Gli incentivi alle imprese ora devono essere a fondo perduto o, in alternativa,  a recupero proiettato nel tempo, magari a percentuali fisse sull’utile prodotto. Occorre una politica d’investimenti che si muova di pari passo con un nuovo modello fiscale giusto ed equo, con la capacità di modellarsi attraverso una pressione unica e chiara.

Necessitano iniziative strutturali come liberarsi dalle mille leggi e leggine, dalle mille regole e clausole. Inoltre sarebbe utilissimo, soprattutto in funzione di una ripresa produttiva, dare finalmente attuazione in maniera organica a ciò che la nostra costituzione già prevede. Ci riferiamo a all’articolo 46 che recita: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.”

Scuola: la confusione che genera lo scaricabarile

Il Segretario Nazionale UGL Scuola  Ornella Cuzzupi, denuncia il poco realismo delle azioni messe in campo che vanno a cozzare con le difficoltà derivanti dal quotidiano

E l’UGL Scuola torna a tuonare contro l’approssimativa gestione del momento da parte di chi dovrebbe dettare tempi e condizioni per la riapertura dell’anno scolastico.

A questo proposito, il Segretario Nazionale, Ornella Cuzzupi, ha reso alcune dichiarazione all’Agenzia di Stampa AGI che indica senza mezzi termini la posizione della sigla sindacale sulla questione dei test ai docenti oltre a denunciare le carenze che si stanno manifestando in queste ore.

Fermo restando che lo stesso Ministero ha ritenuto di rendere facoltativo il test sierologico, la Federazione UGL Scuola, riconoscendo l’importanza di una corretta prevenzione soprattutto nel rischio Covid-19, valuta favorevolmente l’opportunità di una verifica del contatto con il virus preventivamente all’inizio delle lezioni”.

Questa la premessa di Cuzzupi che poi ha continuato:

C’è comunque da dire che sono diverse le segnalazioni di difficoltà ad effettuare i test, cosa questa che ci preoccupa notevolmente in quanto appare ancora una volta evidente come l’architettura prevista dal Ministro per la gestione della scuola in questo particolare momento sia improntata ad una filosofia del tutto teorica che poi va, inevitabilmente, a cozzare con le difficoltà derivanti dal quotidiano”.

Inoltre, lo stesso Segretario Nazionale sottolinea, ancora una volta, le carenze che si stanno manifestando e le preoccupazioni per il prossimo futuro: “Le stesse polemiche che stanno montando in queste ore sui test, dimostrano come la mancanza di precise indicazioni e di strutture concretamente preparate agli eventi creano tensioni tra i soggetti direttamente interessati. Una sorta di confusione che genera uno scaricabarile di responsabilità che non aiuta nessuno!

Un fatto questo molto grave – secondo la Cuzzupiche conferma le serissime preoccupazioni circa l’apertura dell’anno scolastico e per la gestione a seguire. Il personale scolastico ha sempre e in ogni modo dimostrato come sia pronto ad affrontare tutte le difficoltà per portare avanti il proprio compito, il problema è che chi dovrebbe rappresentare il “riferimento certo” sta mostrando tutte le proprie lacune”.

Inoltre non è mancato all’esponente UGL fare un cenno anche alla questione del personale definito “fragile”: “L’UGL Scuola  è per la tutela e la salvaguardia dei lavoratori. In presenza di una supposta fragilità, questi lavoratori siano mandati a visita presso le ASL al fine di comprovare lo stato di salute. Se la fragilità dovesse essere confermata, occorrerà attivare un’adeguata tutela anche, laddove necessario, attraverso assenze giustificate senza però che rientrino nel computo delle malattie

Politica industriale: le occasioni mancate

di Raffaele Lauro.*

L’economia e la società italiana stanno disperatamente tentando di uscire dal periodo più buio dal secondo dopoguerra. La produzione nazionale quest’anno è in caduta senza precedenti, stimata in un -12%, e il prossimo non ci si aspetta che recuperi se non una frazione di quanto perduto. L’esclusione dal lavoro tra disoccupati e inoccupati ha raggiunto i limiti della tollerabilità, molte imprese hanno dovuto chiudere i battenti e ben difficilmente li riapriranno, i redditi si riducono, i debiti insoluti stanno aprendo voragini nei bilanci delle banche e il debito pubblico viaggia verso vette da cui non si può scendere senza farsi molto male. Gli effetti nefasti della pandemia si sono così sommati alle carenze strutturali di un sistema-Paese, che, negli ultimi vent’anni, di fronte alle sfide della globalizzazione e ai “paletti” europei, senza avere la capacità di raccogliere gli stimoli positivi dell’Unione, non ha avuto uno straccio di politica industriale, coerente, continuativa e flessibile. Una barca in mezzo ai flutti, senza una rotta, senza un timone, senza un timoniere!

Un ventennio senza politica industriale.

I due governi Conte di questa diciottesima legislatura repubblicana, paralizzati da programmi contraddittori, sostenuti da maggioranze spurie, non si sono neppure posto il problema di definire una politica industriale. Il governo attuale, inoltre, travolto dall’emergenza epidemica, ha finora cercato di tamponare la crisi ricorrendo a interventi in tempi normali incompatibili con un’economia di mercato concorrenziale, varando soltanto misure tampone e rivelando una totale mancanza di strategia per l’uscita dal baratro in cui siamo caduti. In particolare, manca una visione e una strategia di “politica industriale” che orienti e indirizzi le scelte di imprese, famiglie e settore pubblico verso quei fattori trainanti lo sviluppo economico-sociale. Si registrano, invece, interventi di puro assistenzialismo, che generano dipendenze interminabili, e solo pochi frammenti di sostegno a qualche importante attività, come innovazione ed export, senza un quadro prospettico per i prossimi anni e senza intaccare i ceppi profondi che da anni hanno penalizzato e impoverito il nostro Paese.

Per affrontare le molte sfide dell’oggi per un domani migliore, la classe politica nella sua interezza e i componenti dell’esecutivo in carica farebbero bene a far tesoro del libro di un esperto con molta esperienza, Salvatore Zecchini, dal titolo “Politica industriale nell’Italia dell’euro”, edito dalla Donzelli, da poco uscito in libreria. Si tratta di un voluminoso saggio sulle manchevolezze e le sfide derivanti dalla mancanza di una “politica industriale” nello scorso ventennio, in cui si analizzano i termini del problema, si chiariscono i fondamenti di un approccio valido e si passa al setaccio quanto messo in campo e attuato da tutti i governi che si sono succeduti dal 2000 al 2020. È un vero unicum nel panorama della letteratura sul tema, in quanto molto è stato scritto su singoli interventi, ma non sull’insieme delle azioni di ogni singolo governo, né sulle loro interconnessioni, o incoerenze.

Innanzitutto si sgombra il campo dalle credenze propagandistiche secondo cui l’euro abbia contribuito ai mali della nostra economia, perché i dati le smentiscono e il confronto con gli altri Paesi membri evidenzia che tutti hanno dovuto adattarsi all’unione monetaria, conseguendo un diverso grado di successo. È importante, quindi, che l’Autore abbia chiarito all’inizio quanto la “politica industriale” sia cruciale per risolvere le debolezze del sistema e potenziarne i punti di forza in un contesto di estesa integrazione nel “mercato unico europeo”, di limiti condivisi tra Stati alla loro autonomia di politica economica e di straordinaria apertura ai concorrenti esterni all’area.Questa consapevolezza non è stata presente nell’azione dei passati governi per diversi motivi, tra cui la scarsa chiarezza sui contenuti di una politica di tal fatta. Si è ritenuto erroneamente che bastassero gli incentivi e gli aiuti a questo o a quel settore industriale per realizzarla, mentre al contrario essa abbraccia tutti i nodi del sistema, tanto del manifatturiero che dei servizi, perché vi è una stretta interdipendenza tra questi settori. La conferma, ad esempio, si trova nelle tendenze oggi in atto nel mondo, in cui si assiste a una “servitizzazione” dell’industria, nel senso che il suo successo è legato sempre più ai servizi di cui si avvale prima, durante e dopo i processi produttivi.

Le conseguenze devastanti sul sistema e i nodi rimasti irrisolti.

Se fare “politica industriale”, quindi, significa modificare l’allocazione delle risorse determinata dal mercato per stimolare in modo sostenibile nel tempo competitività e crescita economica e sociale, bisogna definire i suoi tratti e caratteristiche per poterne valutare l’adeguatezza, in ciò superando la difficoltà che gli esperti hanno incontrato nel riuscire a coglierne le molte ramificazioni. Di particolare rilievo è l’accento posto sulla disciplina del mercato del lavoro, sull’efficienza del sistema finanziario nel fornire risorse alle imprese meritevoli, sulle condizioni per diffondere ricerca e innovazione nel sistema imprenditoriale e sul contesto ambientale in cui operano le imprese, ovvero giustizia civile, burocrazia, tassazione e sicurezza. Il confronto con gli approcci seguiti nei maggiori Paesi sviluppati serve a comprendere l’influenza reciproca che è esercitata dal posizionamento del nostro Paese in un sistema internazionale, in cui bisogna tener conto delle azioni degli altri per rispondere alle ricadute sfavorevoli e sfruttare quelle favorevoli. Più pervasivi sono stati l’influenza e i condizionamenti dell’Unione Europea, che si sono articolati in diversi rami, nella disciplina degli aiuti di Stato e della concorrenza di mercato, nella politica commerciale verso l’esterno, nelle misure per le grandi industrie in crisi, quali la siderurgia e la cantieristica, nei programmi di ricerca e sviluppo per l’avanzamento tecnologico e, più tardivamente, nel ritorno di interesse al disegno di una politica industriale di respiro europeo, alla quale, peraltro, sono stati destinati finanziamenti modesti. Le iniziative di Bruxelles hanno avuto in realtà un ruolo proficuo di stimolo e anche di guida per il nostro Paese soltanto nell’avviare politiche di settore e acquisire una visione di insieme sul da farsi.

Su questo sfondo l’Autore traccia l’evoluzione del sistema produttivo e identifica un insieme di fattori nodali sui quali sarebbe stato necessario l’intervento pubblico per emendare progressivamente le debolezze esistenti e per far leva più efficacemente che nel passato sui fattori di traino del potenziale di competitività e crescita economica. Questi sono giustamente così individuati da Zecchini: l’investimento in ricerca e innovazione, da intensificare ed estendere a tutto il tessuto imprenditoriale, la formazione delle competenze nei campi richiesti dal sistema economico, l’internazionalizzazione delle PMI e la loro aggregazione per superare gli svantaggi della minore dimensione, la crescita dimensionale delle imprese per competere meglio, l’accesso a una molteplicità di fonti di finanziamento, lo sviluppo dei servizi alle imprese, dalla logistica al marketing, la concorrenza equa, l’accesso all’energia a costi comparabili a quelli dei concorrenti esteri, la flessibilità nel lavoro per adattarsi alla rapidità della quarta rivoluzione industriale in corso, il potenziamento delle infrastrutture materiali e immateriali, la sicurezza sul territorio e nell’ambiente, la semplificazione amministrativa e normativa e, non da ultimo, il “sistema di governance della politica industriale dal momento della formulazione alla fase di attuazione e verifica dei risultati”.

Le occasioni mancate: 2005/2006 e nel 2015/2016

Come hanno risposto i governi a queste esigenze? L’analisi è condotta sulla base delle misure prese ed effettivamente attuate, con dovizia di dati e richiamando studi approfonditi sull’efficacia dei singoli interventi. Il quadro che ne scaturisce è di politiche disorganiche, prive di un chiaro programma, frammentarie, incerte negli orientamenti, nell’attuazione e nell’impegno di risorse, con scarso coordinamento tra autorità centrali e periferiche, con un misto di continuità tra governi su alcuni fronti e discontinuità su altri, insieme a qualche inversione di marcia: il tutto, infine, ostaggio della burocrazia, di procedure complesse e inefficaci rispetto al loro scopo, di resistenze latenti al cambiamento e con importanti vuoti. La normativa, richiesta anche dall’UE, per favorire la concorrenza su un piano esente da preferenze e posizioni dominanti non è riuscita a venire alla luce, se non un paio di anni fa e con modesta portata: gli investimenti in infrastrutture sono stati decurtati dopo lo slancio impresso nella prima metà degli anni 2000, la detassazione dei redditi d’impresa è risultata marginale, il peso della giustizia civile sull’economia per nulla alleviato, l’insicurezza sul territorio e la malversazione delle risorse non sono stati aggrediti in misura consistente. Sovente i lunghi ritardi nel tradurre in realtà i nuovi interventi ne hanno compromesso l’utilità stessa. Su qualche fronte, invece, sono stati fatti passi in avanti che potrebbero produrre positivi risultati alla lunga: ad esempio, la costituzione e i compiti delle autorità indipendenti di settore, la creazione del mercato energetico, il varo del contratto di rete per l’aggregazione delle PMI, il piano per sostenere il passaggio a Industria 4.0 e quello per la digitalizzazione del Paese, la normativa per l’equitycrowdfunding.

Soltanto in due occasioni i governi hanno tentato di varare un programma coerente di politica industriale, seppure di portata parziale: una prima volta, nel 2005-2006, e una seconda volta dieci anni dopo. Nel primo caso, di cui lo scrivente è stato testimone diretto nella responsabilità di capo di Gabinetto del MISE, divergenze all’interno del governo Berlusconi, rivalità e protagonismo di alcuni ministri (Tremonti e Scajola) ne impedirono l’approvazione e l’esecuzione. Nel secondo caso, nel periodo successivo al varo di diversi incentivi per l’investimento in ricerca e innovazione, questi nell’ultima parte di legislatura furono tardivamente integrati nel programma Impresa 4.0. Due occasioni mancate!

L’economia futura e la quarta rivoluzione industriale dopo lo choc pandemico.

L’Autore conclude l’estesa indagine e i riscontri sul campo con indicazioni per migliorare l’approccio seguito finora. Auspica, in particolare, un cambiamento di paradigma di policy nel senso di avanzare verso una politica industriale “funzionale” all’evoluzione del sistema produttivo, nel senso indicato dalla rivoluzione tecnologica in atto. Una politica sostenuta in particolare da interventi per il potenziamento delle infrastrutture strategiche e per migliorare le condizioni di contesto per l’impresa. In breve, una politica che aiuti a traghettare l’economia e non solo l’industria nella “quarta rivoluzione industriale”, facendo perno soprattutto sulla realizzazione dell’economia della conoscenza attraverso l’innovazione, la ricerca, le infrastrutture e la formazione ad ampio raggio. Si prefigura un programma olistico che si concentri su poche assi tra cui individua il sostegno all’imprenditorialità, una più ampia articolazione del sistema finanziario, la formazione di una classe manageriale capace di gestire il cambiamento e la riforma delle istituzioni rilevanti per l’economia: dalla giustizia civile agli appalti e commesse pubblici, agli eccessi della normazione e regolamentazione, nonché alle disfunzioni della pubblica amministrazione. Con una simile impostazione, dopo lo choc pandemico, si supererebbero le vecchie dicotomie tra misure orizzontali e verticali, tra difensive e strategiche, tra Stato imprenditore e Stato regolatore, tra Stato promotore e Stato facilitatore. Tutti gli strumenti andrebbero messi in campo, ma in un programma organico e coerente in cui ogni azione abbia la sua giustificazione in una logica serrata. Data l’ampiezza della sfida, l’Autore giustamente si chiede, e lo scrivente con lui, se le sue siano semplicemente indicazioni velleitarie o vi siano margini e capacità per realizzarle in qualche misura, nel corso di questa disgraziata legislatura e con il governo attualmente in carica. In altre parole, se questa legislatura debba considerarsi, dopo vent’anni di attese deluse, definitivamente perduta ai fini della definizione di una politica industriale, degna di questo nome, oppure se l’attuale leadership politica, purtroppo dominata finora dalla confusione e dalla inconsistenza gestionale, sia in grado di affrontare e di risolvere l’annosa questione. Exigua his tribuenda fides, qui multa loquuntur!

* Segretario Generale Unimpresa

Dopo l’estate il rischio bomba sociale

Siamo ormai prossimi a lasciarci l’estate alle spalle. Una circostanza che, se per gli anni precedenti rappresentava un ritorno alla routine quotidiana, questa volta ha un significato diverso e molto più importante. Innanzitutto già prima che finisse l’aria vacanziera abbiamo scoperto che il coronavirus è tra noi e, presumibilmente, ci rimarrà ancora per parecchio. Un risveglio brusco da un’illusione poco o per niente giustificata, ma che aveva in qualche modo colpiti un po’ tutti. A questo scenario, già di per se preoccupante, vanno aggiunti due elementi che rischiano di farci trovare in una situazione talmente grave da poter essere considerata una vera e propria bomba sociale.

Il primo è la manifesta incapacità dell’attuale esecutivo a produrre azioni concrete a difesa di un Paese che dopo il solleone è impantanato nei suoi problemi. Un dato che – dopo le tante belle chiacchiere, le potenze di fuoco mai concretizzate, gli aiuti economici che però non sollevano le sorti del sistema  produttivo – comincia a generare un continuo e preoccupante scricchiolio nel sistema-paese.

Il secondo elemento è la strana, strisciante, quasi impalpabile aria di rabbia che sta lentamente montando in maniera trasversale tra la gente, cosa che sta accentuando situazioni di disagio dai risvolti imprevedibili.

Non dimenticando poi situazioni che in un modo o nell’altro interessano tutti: ripresa della scuola e crisi delle attività produttive, soprattutto di quelle piccole, medie e micro imprese che rappresentano il più importante tessuto produttivo del Paese. Contesti questi appena indicati che possono rappresentare la miccia di quella bomba sociale a cui prima si accennava.

Per definire il momento vissuto dalla scuola non esiste altro termine che caos. La confusione regna ormai sovrana in ogni aspetto della questione. Esperti che parlano come se non avessero mai vissuto la scuola, indicazioni non troppo indicative, linee guida che suggeriscono ma non determinano, Regioni contro Stato, responsabilità frammentate sui territori, edilizia scolastica rimasta nelle intenzioni e chi più ne ha più ne metta. Insomma a parte i banchetti go-kart che forse arriveranno o forse ancora no, a parte la febbre che qualcuno dovrà misurare da qualche parte agli alunni, a parte le distanze boccali e le mascherine che dovranno essere indossate o forse anche no, il resto è ancora più confuso… e siamo a poco più di due settimane dall’apertura.

Vi è poi la drammaticità di chi il lavoro lo perderà nei prossimi mesi. I dati che si stanno materializzandosi parlano di un’economia in ginocchio. Gli ammortizzatori sociali, seppur importanti non sono in grado, da soli, di mantenere in vita il sistema.

Occorrerebbe un qualcosa di molto più strutturato, una sorta di Patto per l’Italia tanto per citare il Presidente di Confindustria Bonomi, ma che dovrebbe vedere come regista un esecutivo politicamente forte, capace di sviluppare un’idea unica e, soprattutto che sappia assicurare stabilità e vitalità al nostro sistema produttivo anche attraverso nuovi modelli industriali. Insomma un esecutivo che veramente rappresenti il Paese.

Tanti avvocati nelle liste elettorali. Perché?

di Lorena Polidori.

Quando si parla  di aule come il Parlamento,  Consigli Regionali,  Consigli Comunali,  si intende   stanze chiuse, frequentate da rappresentanti eletti dal popolo, ai quali, lo stesso popolo,  affida il potere legislativo  e  gli stessi eletti  instaurano un  rapporto di fiducia con il proprio elettorato e territorio.

All’interno di queste aule devono essere  rappresentati, gli interessi generali e collettivi della società civile che delega, in sua rappresentanza e a gestire le necessità del territorio, parlamentari, consiglieri provinciali e comunali.

Si pensa altresì che all’interno di queste stanze vi debba essere un’ampia rappresentanza delle varie categorie e professioni che popolano il variegato mondo del lavoro e della società tutta.

Salta invece all’occhio un fatto alquanto curioso e singolare che sta accadendo in una delle regioni prossime al voto il 20 e 21 settembre, la Regione Marche, dove si rileva nelle liste elettorali (sia regionali che comunali) una massiccia presenza di candidati appartenenti alla professione forense.

Ora, nulla a ridire che gli avvocati abbiano ambizioni politiche,  molto invece viene da pensare  quando la professione forense è rappresentata all’interno delle liste elettorali in modo tanto elevato rispetto a tutte le altre categorie e professioni.

Come mai, viene da chiedersi, l’ambito politico, oggi tanto bistrattato diventa meta tanto ambita?

Come è noto, nelle aule Parlamentari e dei Consigli Regionali è prevista l’attività legislativa, ossia,  la realizzazione di leggi che vanno poi ad incidere direttamente e/o indirettamente nella vita dei  cittadini.

Purtroppo può capitare che tali norme trovino difficoltà di conciliazione con il territorio, il più delle volte  generando del contenzioso che poi dovrà inevitabilmente trovare soluzione all’interno delle aule dei tribunali e, guarda caso, a discutere di ciò potrebbero essere sempre gli stessi legiferanti ossia gli avvocati.

Ora non per fare il processo (tanto per rimanere nell’ambito) alle intenzioni ma una certa perplessitàsorge soprattutto quando l’afflusso della categoria è cosi numericamente importante.

Che vi sia la rappresentanza forense all’interno di tali istituzioni è legittimo ma che ve ne sia cosi tanta lascia indubbiamente pensare, e qualche malizioso potrebbe immaginare che si guardi all’ambito politico più come forma di reddito “indiretto” che missione per risolvere i problemi della collettività.

È evidente, a questo punto, che ai dirigenti di partito possa essere imputata una scarsa attenzione nel redigere le liste elettorali, ma, in ogni caso, risulterebbe auspicabile una norma che regoli la questione o ci si ritroverà con una politica delegata a una maggioranza trasversale rappresentata da una singola categoria professionale, il che non è certo auspicabile.