Banche: crollano i prestiti alle aziende

Il segretario generale di Unimpresa, Raffaele Lauro: «Da nuove regole Bce, possibile ulteriore stretta ai prestiti bancari, deleteria per le pmi»

Negli ultimi 10 anni, sono crollati di oltre 186 miliardi di euro i prestiti delle banche italiane alle imprese. Il calo, che in media è pari a quasi 20 miliardi l’anno, è stato del 21,79%, dagli 856 miliardi di luglio 2010 ai 669 miliardi di luglio 2020. Sono scesi bruscamente i finanziamenti alle imprese a breve termine, con una riduzione di 135 miliardi e sono diminuiti di 79 miliardi quelli di lungo periodo: variazioni negative solo in parte compensate dai crediti a cinque anni, saliti di 28 miliardi.

Risultano, invece, sempre più indebitate le famiglie: i finanziamenti ai privati sono infatti saliti di 55 miliardi (+9,5%) da 579 miliardi a 634 miliardi, grazie a 41 miliardi in più di mutui per abitazioni e 45 miliardi in più sul fronte del credito al consumo, che hanno bilanciato la diminuzione dei prestiti personali per 32 miliardi.

Questi i dati principali di un rapporto sul credito realizzato dal Centro studi di Unimpresa, secondo il quale i prestiti non rimborsati (sofferenze) da parte di famiglie e imprese sono scesi di quasi il 7%, grazie a una diminuzione di quasi 5 miliardi da 70 miliardi a 65 miliardi.

«I rubinetti delle banche sono chiusi da un decennio. Adesso, siamo fortemente preoccupati per l’effetto negativo sui prestiti alle piccole e medie imprese, derivante dalle nuove regole europee sulla svalutazione dei crediti deteriorati e degli incagli. Mentre gli istituti sono riempiti di liquidità, dall’altro vengono vessati con regole di vigilanza che si riveleranno controproducenti per la ripresa» dichiara il segretario generale di Unimpresa, Raffaele Lauro, commentando lo studio dell’associazione con riferimento anche all’imminente giro di vite sui bilanci bancari. «Assistiamo a due politiche in conflitto fra loro: in era Covid è assurdo imporre alle banche la svalutazione di tutti i crediti incagliati, poiché il settore verrebbe messo alle corde; per le banche questa ulteriore stretta si tradurrebbe nel conteggio di nuove perdite, sofferenze azzerate e rubinetti del credito serrati» conclude Lauro.

E le scuole riaprono. Più o meno.

Nel mentre c’è preoccupazione per quanto avverrà con l’inizio dell’anno scolastico, appare sempre più necessario realizzare un Piano Programmatico di Interventi sulla scuola così come proposto da Cuzzupi (UGL Scuola).

La scuola domani riapre. Non in tutta Italia, a macchia di leopardo, ma l’attesa c’è tutta e trascina con se molte preoccupazioni per l’impatto che un simile, normale, evento comporterà su un sistema messo a dura prova dalle situazioni contingenti e da una gestione del momento quantomeno discutibile.

I cancelli verranno riaperti, ma non sappiamo ancora in che condizione saranno accolti gli alunni. Classi, docenti, personale scolastico, arredi necessari, spazi utili, gestione delle criticità… tutto lasciato alla buona volontà e alla traduzione delle linee guida (che sono una sorta di suggerimento e nulla più) da parte dei docenti e dirigenti scolastici.

Già, i dirigenti scolasti, coloro ai quali sono demandate una serie di decisioni e responsabilità che, in un modo o nell’altro, li porranno nell’occhio di un ciclone che si sta avvicinando. La speranza è chiaramente che tutto vada per il meglio e che il virus risparmi il popolo scolastico o, almeno, non vi siano eccessive difficoltà nella gestione di inevitabili situazioni di allarme. Quel che però appare certo che, a fronte delle tante belle chiacchiere e dell’irritazione alle critiche, il sistema appare ancora molto vulnerabile e non pronto all’impatto di milioni di persone, tra studenti, personale e tutto ciò che gira intorno al mondo scuola. C’è forte la sensazione che alcune critiche, definite poco simpaticamente corbellerie, non siano proprio campate in aria e le scadenze indicate in questi mesi e puntualmente saltate o rinviate ne sono un banco di prova concreto.

Da qualche parte si è chiesto a viva voce un confronto su fatti e sul realismo di quanto messo in campo. E invece, la dove c’è stato, è risultato piuttosto limitato con l’esclusione di chi poteva infastidire perché ostinato a porre questioni dettate dalla logica.  

In tutto ciò ci sono poi le famiglie. Microcosmi complessi e spaventati dai quali nessuno è escluso. La cosa che in queste settimane ha reso spesso paradossale la discussione è stata proprio questa: parlare delle famiglie come se fossero entità a se stanti che prendono vita solo in determinati momenti. Che sia sfuggito il fatto che la famiglia è la base sulla quale la moderna civiltà (si voglia o meno, si chiami in un modo o nell’altro) è solidamente basata? E allora? Il problema non può essere solo per chi ha i figli in età scolastica, perché poi gli stessi figli sono nipoti, cugini, amici, conoscenti di altri che a loro volta… ed è una catena sociale infinita per quanto meravigliosa ed eterogenea. Dunque il gran limite di chi era chiamato a mettere argine ai problemi appare proprio quello di non aver avuto la giusta cognizione della complessità del meccanismo; un meccanismo in crisi che avrebbe avuto necessità di interventi rapidi, veloci e strutturali come la stabilizzazione immediata dei precari e l’avvio di un’edilizia scolastica ben identificata.

In pratica, come indicato già da tempo dal Segretario Nazionale UGL Scuola Ornella Cuzzupi, occorreva e occorre ancora un Piano Programmatico di Interventi sulla scuola che vada a incidere su tutti gli aspetti, dall’edilizia per l’adeguamento degli spazi didattici sino al dotare di strumenti moderni i plessi scolastici. Un Piano sul quale confrontarsi aprendosi a tutte le realtà che hanno qualcosa da dire, accettando suggerimenti da chi, magari, la scuola la conosce veramente e dimenticando gli schieramenti partitici o presunti tali. Si farà mai? Di certo è un qualcosa sul quale val la pena metter mano, ne va del mondo della scuola, ne va del futuro del Paese.

Mercato globale: le 7 regole d’oro per le PMI

di Raffaele Lauro*.

     In quale misura, oltre la necessaria conoscenza (know-how), inciderà, sulle scelte dei piccoli e medi imprenditori italiani, l’esperienza, acquisita sul campo, nella difficile fase post-pandemica, specie sugli scenari di una globalizzazione di ritorno, di una più complessa competitività e di uno obbligato sbocco sui mercati esteri, evitando gli errori del passato e sfuggendo alle insidiose trappole del presente? Un prima e concreta risposta, per le PMI, viene offerta da un prezioso libro-guida,  dal titolo “Le sette regole per vendere all’estero, anche in tempi di pandemia”, che, prima di essere un piccolo vademecum di marketing, rappresenta un viaggio. Un viaggio fatto di tanti viaggi, di tante esperienze, di tanto studio, di tanto lavoro. Un viaggio di mille miglia che, per dirla con il filosofo cinese antico Lao Tzu, è stato intrapreso dall’autore, Luca Bargilli, cominciando con dei piccoli passi.

     Marshall McLuan, il massmediologo canadese autore di fortunatissimi volumi quali “La galassia Gutenberg” e “Gli strumenti del comunicare”, alla metà degli anni ’60, con piglio davvero profetico, parlò di villaggio globale, intendendo che sarebbe giunta l’epoca in cui, grazie soprattutto ai mezzi di comunicazione di massa sempre più tecnologici, le dimensioni del mondo e le distanze si sarebbero così tanto ridotte fino ad assumere la forma di una piccola comunità, un villaggio, appunto. Il mondo odierno globalizzato ha necessariamente posto in essere anche il ripensamento dell’essenza del viaggio. Se un tempo, il senso era quello di esperire realtà straniere per arricchire la propria cultura di origine (il gran tour!), oggi, grazie alla globalizzazione passata, e a quella prossima ventura, non è più così. I mezzi di comunicazione di massa offrono la possibilità alle persone che li adoperano di recarsi all’estero, senza muovere un passo da casa. Se la tecnologia digitale ha reso il mondo un villaggio, rendendolo piccolo in modo da conoscere tutto di ogni realtà, perché dunque, viaggiare? Ma può il villaggio globale sostituire del tutto il senso antico del viaggiare? Non può! Il villaggio globale, quindi, rischia di svilire il significato, bello e profondo, del viaggiare: scoprire e stupirsi, per un periodo di tempo e, poi, tornare per vedere ciò che si era lasciato con occhi diversi e arricchirlo di immagini nuove. È possibile recuperare tutto questo? Certamente!

     Si potrebbe riprendere l’esempio dello scrittore Emilio Salgari, al quale, pur non avendo mai visitato i luoghi in cui ambientava le sue storie, bastava una cartina geografica e tanta immaginazione – accompagnata da qualche buona lettura – per ricreare nel lettore la sensazione di estraneità rispetto a un mondo che non conosceva. Oppure, invece di recarsi subito nelle grandi metropoli del mondo, per disabituarsi alle immagini stereotipate che i mezzi di comunicazione offrono di esse, si potranno raggiungere quelle piccole comunità rurali e urbane straniere, distanti dai centri abitati che l’occhio del “grande fratello” non ha ancora raggiunto. Allora sì, che lo stupore, mai sopito nell’animo umano, tornerebbe ad alimentare i sogni e gli sguardi della popolazione del villaggio globale.

     Questi e altri più raffinati elementi animano il lavoro di Bargilli. Una consolidata esperienza maturata sul campo, in anni di viaggi (illuminante, è, in questo senso, una frase dell’autore: “perché viaggiare è la condizione necessaria per quanti vogliano occuparsi di internazionalizzazione”), esperienza che diviene “didattica” e, quindi, insegnamento da trasferire, partendo dalla realtà esperita che si fa, poi, regola, anzi, le regole per vendere all’estero, richiamate dal titolo. La pandemia da Covid-19 ha rimesso tutto in discussione. Un imprenditore, oggi, deve saper operare scelte corrette, sia nella programmazione che nell’utilizzo delle risorse economiche della sua azienda ma, sopra tutto, deve saper prendere le giuste decisioni, specialmente, appunto, nei momenti di grave crisi come quello che stiamo vivendo. Il Covid-19, infatti, ha stravolto i modelli della gestione aziendale e dell’organizzazione del lavoro. Distanziamento sociale, notevole difficoltà a intraprendere viaggi d’affari, restrizioni di varia natura, hanno dato adito al ricorso a sistemi e paradigmi di contatto inediti, che utilizzano prevalentemente piattaforme web, cagionando mutamenti nella gestione del business. Quali saranno le conseguenze di tutto questo al momento non è semplice prevedere, ma bisogna affrontare il nuovo sempre con uno spirito umanistico. Su tutto, infatti, resta sempre e solo l’uomo, con i suoi comportamenti e i suoi sistemi relazionali. Appare chiaro, quindi, come nell’esplicazione del suo sistema normativo (dall’esperienza vissuta alle regole!), l’autore prediliga la componente schiettamente umana, che ne anima e ne arricchisce la fatica e che coinvolgerà quanti avranno il privilegio di ripercorrerla, facendone tesoro per le sfide imprenditoriali da affrontare.

     Ed ecco svelate le regole (sette, appunto, il numero magico!) da seguire per il successo del proprio business: 1) la costruzione di una rete di contatti basati sulla fiducia, l’immersione nella cultura del paese col quale si fanno affari e la sintonia con la gente, a cominciare dai partner d’affari;  2) la creazione di partnership con quegli operatori locali con i quali si condividono le esperienze nel medesimo settore;  3) l’accurata pianificazione, l’organizzazione della rete dei contatti e delle procedure di controllo;  4) la scrupolosa progettazione, l’attenzione maniacale ai dettagli e le precise analisi delle varie situazioni;  5) l’affiancamento alle nuove risorse umane dell’azienda di uomini d’esperienza, per meglio affrontare e gestire i cambiamenti;  6) la tutela del capitale umano, tramite la cultura della sicurezza;  7) la partecipazione a incontri formativi, tavoli di lavoro e road show, per accrescere la conoscenza degli scenari esteri e degli strumenti a disposizione da utilizzare.

    Il solido know-how e la ricchezza delle esperienze acquisite sul campo rendono efficaci e spendibili i consigli generosamente messi a disposizione, un autentico ponte (meglio, un golden gate!) tra idee e realizzazioni pratiche. Un libro questo che, a buon diritto, può considerarsi un manuale pratico per il commercio con l’estero, il cui apprendimento può giovare davvero a quanti, oggi, decidano di intraprendere questo viaggio di umanità, di cultura e… di business!

 *Segretario Generale di Unimpresa

Taglio dei Parlamentari: le ragioni di un SI.

di Lorena Polidori.

Il prossimo 20 e 21 settembre, i cittadini dovranno esprimersi sulla modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione, meglio identificata come “taglio dei parlamentari”, ciò sta a significare che i due rami del Parlamento italiano saranno ridotti: alla Camera da 630 a 400 Deputati, al Senato da 315 a 200 Senatori, rimangono invariati i 5 Senatori a vita.

L’art. 138 della Costituzione, definisce chiaramente il meccanismo assai complesso di modifica della Carta Costituzionale, dove, si lascia spazio anche ai cittadini italiani, di pronunciarsi direttamente sulla opportunità del cambiamento attraverso il voto referendario.

Per cambiare la Costituzione e le leggi costituzionali occorrono:

           – due successive deliberazioni di Camera e Senato ad intervallo non inferiore a tre  mesi  l’una dall’altra;

           – l’approvazione in seconda deliberazione da parte della maggioranza assoluta di Camera e Senato.

Quando nella seconda deliberazione non si raggiungono le maggioranze richieste, la legge non viene approvata, se invece è raggiunta una maggioranza non superiore ai 2/3 dei componenti di ciascuna Camera, la modifica viene poi sottoposta a referendum popolare.

Il 20 e 21 settembre i cittadini italiani dovranno pronunciarsi proprio perché il disegno di legge costituzionale sulla riduzione del numero dei Parlamentari, non aveva superato i 2/3 della maggioranza nella seconda deliberazione al Senato avvenuta l’11  luglio del 2019.

Nel 2019 votarono a favore: Movimento 5stelle, PD, Italia Viva, Leu, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia.

Oggi, cosa assai bizzarra, è vedere come molti appartenenti ai partiti e movimenti che nel 2019 votarono a favore della riduzione,  li si ritrova a pubblicizzare convintamente la scelta per il NO al referendum, ossia, l’esatto contrario … certo che qualche dubbio sulla coerenza e il “metodo di lavoro” del parlamentare del terzo millennio sorge a chiunque.

La questione principale su cui molto si dibatte, cavallo di battaglia del fronte del no,  è quella della “Rappresentanza”.

 E’  allora quanto mai necessario   rimarcare    che quando fu scritta la Costituzione Italiana, non esistevano le Regioni o meglio, non esistevano i Consigli Regionali,  eletti per la prima volta nel 1970.

La legge del 16 maggio 1970 n. 281 e il relativo regolamento di attuazione il DPR 15 gennaio 1972 n.8  decretò l’istituzione delle regioni italiane come enti territoriali e con suddetto DPR si regolamentarono le modalità di trasferimento delle funzioni amministrative statali alle regioni con propri poteri e funzioni.

Competenze ancora oggi  regionali e,  relativa rappresentanza dei  consiglieri regionali nei vari territori, che si suddividono tale ruolo con i tanti Parlamentari.

Se poi si approfondisce maggiormente l’argomento rappresentanza parlamentare, non si può non tirare in ballo l’attuale legge elettorale che non consente di fatto ai cittadini italiani  di  scegliere il proprio rappresentante a causa delle liste bloccate dove sono i leader dei vari partiti a scegliere  i parlamentari da inserirvi. In buona sostanza se la si definisce “rappresentanza relativa” non si commette alcun errore.

La riduzione del Parlamento a 600 parlamentari, decreterà la nascita di  collegi  di circa 150.000 abitanti per la Camera e, di circa 302.000 abitanti per il Senato, si potrebbe ben dire di  una rappresentanza politica  più che adeguata  nei vari  territori italiani, se poi, vi si sommano anche i tanti consiglieri regionali.

Una rappresentanza che non solo continuerebbe a interpretare in modo eccellente i bisogni della popolazione ma garantirebbe una migliore efficienza e un maggiore snellimento dei lavori parlamentari soprattutto nelle varie Commissioni oggi formate da un ampio  numero di politici…

Altresì, il minor numero  di parlamentari, al di là della riduzione dei costi della politica, che potrebbero anche essere irrisori per le casse dello Stato, rappresenterebbe un maggiore impegno lavorativo per il singolo  rappresentante politico che metterebbe sicuramente più in risalto una sua eventuale efficienza senza tralasciare il fatto (e non è proprio un dettaglio) di vedere registrate più presenze che assenze in aula.

Cuzzupi (UGL): corbellerie e la scuola che non c’è

Siamo arrivati alla vigilia del fatidico 14 settembre, data indicata dal Ministero per la riapertura dell’anno scolastico, è ancora troppa indecisione regna nel settore. Molti presidi e dirigenti scolastici stanno sollevando perplessità sulla data, fermo restando che son già ben 7 le regioni e diversi capoluoghi di provincia sposteranno la data oltre il giorno indicato.

Sul tema dell’apertura dell’anno scolastico, il Segretario Nazionale UGL Scuola, Ornella Cuzzupi, ha manifestato tutta la propria preoccupazione ribadendo come, ormai da mesi, il grido dell’UGL sulla necessità di un confronto concreto sui fatti e sulla realtà sia rimasto inascoltato.

Insomma il cosiddetto “ritorno alla quasi normalità” si sta rivelando una corsa ad ostacoli, non solo per i dati di contagio registrati nel periodo post vacanze, ma soprattutto per la difficoltà delle istituzioni a fornire soluzioni valide e funzionali. Tra l’altro – afferma Ornella Cuzzupi – occorre anche dire che la macchina organizzativa che avrebbe dovuto essere messa in moto in vista dell’apertura delle scuole, appare quantomeno farraginosa se non del tutto sconclusionata, nonostante la massima disponibilità registrata tra docenti e personale tutto della scuola.

Non bastano le belle parole e i progetti sulla carta – continua il Segretario UGL – non è sufficiente raccontare nelle conferenze stampa che i ritardi non sono ritardi, le misure previste sono più che sufficiente e che il rischio zero è impossibile a raggiungere. Queste sono termini che non solo lasciano l’amaro in bocca, ma nei fatti non si tramutano in alcuna certezza. Sarebbe stato meglio misurarsi con la realtà, con quello che effettivamente è presente, con le strutture (sia esse scolastiche, sanitarie e di trasporto) che materialmente si hanno sul territorio per cercare di adeguarle all’esigenze. Si è fatto questo? Si è fatto tesoro delle parole di chi poneva problemi veri e non solo prospettive di passerelle? No. Si è invece data molta enfasi ai “faremo” e poca, pochissima sostanza a quel che è”.

Tra le altre cose, il Segretario Cuzzupi specifica come: “Non è solo la consegna dei banchi singoli in netto ritardo, la mancata assegnazione dell’organico aggiuntivo di docenti e ATA, l’affanno dei dirigenti scolastici caricati di responsabilità improprie e non tutelati, i Comuni non in grado di reperire aule, il non aver certezza di cosa e come fare in presenza di una positività o sospetta tale. No, non sono solo i singoli i casi a dare il senso dell’approssimazione, è tutto l’insieme che disegna un quadro disastrato verso il quale ci si sta muovendo. Insomma, il problema è strutturale. Che il Ministro Azzolina intraprenda una crociata contro chi denuncia certe cose non cambia i dati di fatto: siamo di fronte a un’apertura della scuola che svela scenari ad alta incognita. Basta pensare a ciò che sta accadendo in queste ore con le numerose riaperture e chiusure d’istituzioni scolastiche colpite da contagi. Poi si potranno anche chiamare “corbellerie”, ma le cose rimangono uguali. Pericolosamente uguali”.

Gianni Lepre: “Senza il Sud l’Italia non esiste”

Le previsioni regionali dello Svimez nel periodo 2020/2021 non colgono impreparato nessuno, anzi, è un’analisi, quella del Centro Studi dell’Ente per lo Sviluppo e l’Industria nel Mezzogiorno, ampiamente condivisa dalla gran parte degli economisti italiani, o almeno da quelli slegati da logiche di appartenenza politica.

È questo un momento storico per l’economia dello stivale – commenta il prof. Gianni Lepre, opinionista economico del TG2 e presidente del Club delle Eccellenze di Confesercenti Campania e Molise – un momento nel quale bisogna mettere a frutto ciò che abbiamo imparato dal Covid, dalla sua aggressione al tessuto industriale, e dalle idee di ripresa e sviluppo consone ad una realtà come il Made in Italy“.

Lo stesso Lepre ha poi continuato: “È evidente che fino a questo punto il governo centrale è stato cieco e sordo agli appelli di tutti noi addetti ai lavori, e questo ha prodotto solo il trasformare il nostro Paese nella cosiddetta ‘Repubblica dei Bonus’ che di per se sono solo dei palliativi ad orologeria messi in campo per convenienza politico elettorale più che con convinzione di risolvere il problema. L’analisi di Svimez – ha continuato il Presidente del Club delle Eccellenze – ci porta a riflettere sui gap tra nord e sud che continuano a lacerare il Sistema Paese, grazie anche alla mancanza assoluta di una politica di coesione territoriale, vera ed unica garanzia per colmare quelle disparità che ancora oggi dividono il Bel Paese. Torniamo quindi a parlare di Sud, senza il quale non è che l’Italia non si salva, l’Italia non esiste. Ecco perché il nodo resta sempre far ripartire il Mezzogiorno per un Paese che riprende a correre in Europa e nel mondo.”