Napoli-Roma: per Diego, per sempre

di Maria Labanchi.

Tornano a vincere anche in campionato gli azzurri di Gattuso, bloccando una Roma che, fino a questa giornata, non era mai stata sconfitta (salvo per la partita persa a tavolino contro il Verona). Una bella prova di forza per il Napoli, che ha evidentemente meritato la vittoria e i tre punti proponendo un bel gioco e quella cattiveria da “marchio di fabbrica” gattusiano.

Anche stavolta, ovviamente, le dediche sono state tutte per Maradona, che gli azzurri hanno voluto ancora una volta omaggiare indossando una maglia che ricorda quella della nazionale argentina, deponendo dei fiori davanti alle due curve prima dell’inizio della partita e fermandosi al decimo minuto di gioco per un applauso al campione argentino scomparso pochi giorni fa.

Pur non brillando tatticamente già dall’inizio, la Roma è stata difficile da sottomettere per gli azzurri, che hanno saputo punirla nei momenti giusti, approfittando anche di un paio di sostituzioni forzate e di un Dzeko appena rientrato dallo stop per Covid. Il risultato, infatti, si è sbloccato solo alla mezz’ora della prima frazione di gioco, grazie ad uno splendido calcio di punizione conquistato da Mertens per un fallo al limite dell’area, ma messo in rete da Insigne, che, certamente emozionato, è corso in panchina a prendere una maglia intitolata al Pibe de oro, baciandola ripetutamente prima di ritornare a giocare.

 Alla ripresa, però, i giallorossi hanno cercato qualche occasione in più, pur senza far preoccupare troppo i padroni di casa, che hanno trovato il raddoppio al 64’ con un sinistro da fuori area di Fabián Ruiz, che ha lasciato completamente spiazzato Mirante. Il portiere giallorosso, in qualche modo, è stato protagonista anche degli ultimi due gol azzurri, arrivati a 5 minuti l’uno dall’altro, che hanno definitivamente spento le speranze degli ospiti di tentare almeno il pareggio. Il primo dei due porta la firma di Mertens, bravo a sfruttare un pallone tirato in porta da Elmas e che proprio Mirante non è riuscito a trattenere. A chiudere i giochi ci ha pensato Politano, che ha scartato diversi avversari, portiere compreso, per trovare la conclusione personale. Il match si è concluso senza recupero, ma con grande emozione per gli azzurri, reduci da una settimana molto delicata e altrettanto complicata in termini mentali. E proprio a questo proposito Gattuso ha parlato nell’intervista post-partita, chiarendo ancora una volta che il Napoli ha bisogno di lavorare ancora su questo per poter perfezionare il proprio gioco, magari arrivando a vincere anche qualche partita pur non essendo al massimo fisicamente visto il calendario ricco di impegni che la squadra avrà da qui alla pausa natalizia, ma sfruttando quella convinzione che a volte ai partenopei manca e che sicuramente è uno dei difetti che pesa di più sul rendimento della squadra. Con questa vittoria combinata ai risultati delle altre partite di questa giornata, il Napoli è riuscito a rimettersi in gioco, portandosi allo stesso livello di Juventus e Roma in classifica. Certo è che erano anni che non si vedeva un campionato così aperto quando ci si sta già per avviare verso la metà del girone di andata, soprattutto considerando la sorpresa di alcune squadre che non siamo abituati a vedere in posizioni così alte in classifica, ma che sicuramente rende il gioco più divertente e avvincente, facendo in modo che il vincitore non si dia per scontato già a gennaio. Con questa distanza minima dal primo in classifica, considerando il punto di penalizzazione e la partita ancora in sospeso, il Napoli ha davvero ottime probabilità di ritornare in Champions il prossimo anno. Forse sarà ancora presto per parlarne, ma quando gli azzurri giocano così, è impossibile non lasciarsi andare a pensieri del genere, soprattutto considerando quanto un ricordo malinconico si sia trasformato e possa ancora trasformarsi in un punto di forza.

Ancora una volta, dopo la partita, sono arrivati numerosissimi post del giocatori sui social, tra cui spicca proprio quello del capitano Insigne, che sotto una sequenza di foto ha scritto “Per Diego, per sempre”: quattro semplici parole che non avrebbero potuto riassumere meglio lo stato d’animo della squadra e di una città intera in questo momento così particolare.

Longo Commissario per la Sanità in Calabria.

Il Segretario dell’Unione Generale del Lavoro della Calabria, Cuzzupi, scrive al neo Commissario per la Sanità chiedendo un incontro.

Dunque l’incredibile vicenda legata al Commissario per la Sanità della Calabria, pare sia – almeno per il momento – terminata.

Dopo l’inverosimile intervista di Cotticelli che lo ha costretto alle dimissioni, le nomine fantasma di Zuccatelli (inciampato in alcune affermazioni  riguardo le mascherine) e di Eugenio Gaudio (rinuncia legata a motivi familiari che lasciano quantomeno perplessi) e i vari nomi che si sono succeduti nel toto commissario si è arrivati alla nomina di Guido Longo, un personaggio di alto profilo istituzionale e di ottima conoscenza del territorio avendo, negli anni passati, ricoperto incarichi di responsabilità nella questura di Reggio Calabria e successivamente, nella stessa sede, il delicato ruolo di Questore e quindi di Prefetto a Vibo Valentia.

Una scelta salutata da molti con un respiro di sollievo anche se sarà tutta da verificare la coabitazione con Gino Strada e la sua organizzazione a cui sono stati affidati compiti di collaborazione ancora parecchio nebulosi. Quel che è certo che la storia di Longo e le sue prime affermazioni di amore verso la terra calabrese lascia ben sperare considerata l’assoluta necessità di metter mano al disastro rappresentato dalla Sanità in Calabria.

Emblematiche sono state le varie attestazioni ricevute dal neo Commissario nelle ore immediatamente successive alla nomina tra le quali spicca quella del Segretario Regionale della Unione Generale del Lavoro della Calabria, Ornella Cuzzupi, che, tra l’altro, richiede un incontro con Longo per identificare un percorso comune che “porti la Sanità calabrese lontano dalle attuali paludi”.

Sempre la Cuzzupi, nella lettera che inizia con un riferimento, salutato con piacere, alle affermazioni circa l’amore per la terra calabrese enunciato dal Commissario Longo, entra senza indugiare troppo nel merito scrivendo: “La Calabria è da tanto, da troppo, una terra martoriata sotto molti aspetti, ma su questo abbiamo contezza che gli incarichi da Lei precedentemente ricoperti Le consentano di avere chiari orizzonti e precise determinazioni.

La Sanità, per quello che la storia recente della Regione ci consegna, rappresenta anch’essa un qualcosa di brutalmente violentato e i cui risvolti, spesso drammatici, si riversano quotidianamente sul popolo calabrese. Non è un caso ciò che è successo in questi ultimi mesi e settimane.

Riteniamo comunque che la nostra terra abbia risorse e volontà atte a costruire una sistema sanitario poggiato su professionalità e funzionalità Siamo certi che per dar spazio a queste ultime siano sufficienti una buona gestione, una volontà di ferro e una trasparente attività di costruzione di quanto manca. Elementi che, non dubitiamo, trovano in Lei un preciso riferimento e un’adeguata esperienza. Altre circostanze sembrano più corollari d’immagine che necessità funzionali”.

Auspicando che il nuovo Commissario apra un confronto con le forze positive del territorio in modo da aver chiaro anche su chi poter contare per un appoggio vero e non solo di facciata, rimane – quella della Sanità calabrese – una situazione da seguire con attenzione e che deve portare risultati in maniera veloce e, soprattutto, concreti per il popolo calabrese.

Il falso mito dell’insostituibilità di Conte

di Raffaele Lauro. 

Impietosa analisi di Raffaele Lauro sull’attuale momento politico, sulla reale portata del Premier e sulle chiacchiere che coprono il nulla!

1. Va doverosamente premesso che, in politica e nella vita, come insegna la Storia, nessuno possa ritenersi o essere giudicato insostituibile o indispensabile. Ritorna alla mente la celebre sentenza, sempre attuale, pronunciata, alla Conferenza di Pace di Parigi (Versailles, 1919), seguita alla fine della prima guerra mondiale, dal primo ministro francese Georges Clemenceau: “Di persone insostituibili sono pieni i cimiteri!”. Ne rendono testimonianza sterminate schiere di sovrani, imperatori, dittatori, autocrati, nonché condottieri, fondatori di imperi, venerati padri della patria e leader democratici, il cui mito della insostituibilità, sia in vita che post mortem, si è sempre disgregato, in un baleno, non di rado insieme con le statue celebrative, sotto i colpi delle alterne e imprevedibili vicende umane. Il mito della insostituibilità, quindi, può definirsi un falso, un falso storico! Nonostante alcuni personaggi meritevoli restino nella memoria per le gesta, per i meriti acquisiti e per i servizi resi ai popoli e alle nazioni, infatti, neppure il mito della loro insostituibilità, coltivato in vita, ha retto all’oltraggio livellatore e devastante del tempo.

2. Una domanda sorge spontanea! Può un qualsiasi personaggio politico, in una democrazia, ancorché presidenziale, semi presidenziale o parlamentare, essere giudicato insostituibile, al di là dei suoi meriti o, persino, dei suoi demeriti? Si tratta di una domanda retorica, perché un regime democratico, per la sua stessa natura, dovrebbe escludere una simile illusione, peraltro chimera aberrante ed effimera. Resta da approfondire, allora, come si possa spiegare il mito falso della insostituibilità del premier Giuseppe Conte, che sembra essersi radicato, come una gramigna, sul terreno già dirupato della nostra democrazia agonizzante, in una fase drammatica della sua esistenza e della stessa sua sopravvivenza. E perché permanga nelle coscienze, ottenebrate da una propaganda manipolatrice, della maggior parte dei responsabili politici, istituzionali, datoriali, sindacali e della comunicazione, questa omertosa condizione psicologica di cieca assuefazione, di accettazione e di rinunzia a prendere atto di una evidente e drammatica realtà, a partire dal già raggiunto record di 52.000 vittime innocenti, diventate, sui media, un dato meramente statistico! Quali sono le ragioni di fondo, o meglio gli interessi, palesi od occulti, che alimentano, anche mediaticamente, questa stortura della nostra democrazia? Si impone un’analisi, senza pregiudizi, di questo coacervo di situazioni e di interessi per capire, se possibile, il “cui prodest?”.

3. Diverse sono le ragioni o, meglio, i pilastri sui quali si fonda questo mito falso che rischia di inquinare e alterare il tessuto democratico nazionale fino alla conclusione, nel 2023, di questa maledetta legislatura e, financo, oltre.

L’anomalia della XVIII legislatura (2018-2023)

Questa legislatura, fuoriuscita dalle urne dopo una campagna elettorale fatta di risse, di insulti, di odio diffuso e di rancore sociale, nonché di programmi folli, illusori e irrealizzabili, ha rivelato, da subito, la sua impotenza e la sua anomalia. In una democrazia parlamentare normale, non malata come la nostra, un parlamento paralizzato andava sciolto, mettendo il corpo elettorale di fronte alle proprie responsabilità. Al contrario, ha partorito due governi, del tutto inidonei, formati da ex nemici, politici ed elettorali, con programmi contraddittori e antitetici, senza nessuna capacità di realizzare le riforme strutturali, di cui il paese necessita. Con un’anomalia nell’anomalia: due governi presieduti da un personaggio, venuto dal nulla, chiamato a mediare su tutto, senza decidere niente, e a garantire alleati incompatibili, nonché programmi inconciliabili.

L’autoreferenzialità e le astuzie machiavelliche del Premier Conte  

Prescelto, agli inizi, per essere un notaio, senza ambizioni future, un mediatore tra opposti (Di Maio e Salvini), aventi entrambi mire, aspirazioni personali e strategie divergenti, tacciato di essere un “vaso di coccio” o un “Re Travicello”, ha rivelato ben presto, con la grazia di stato, doti imprevedibili (e impreviste dai suoi referenti politici!) di autoreferenzialità, di autopromozione mediatica, di astuzie machiavelliche, di gestione sfrontata del potere e di sapiente manipolazione dei suoi alleati di turno. Conte si è trasformato così in un vaso di ferro, in un Re Leone e in un esperto navigatore  tra le fragilità del nostro sistema politico, le debolezze dei suoi alleati (sempre di turno!) e gli errori, nonché le incongruenze, delle forze di opposizione. Un regista (da Oscar!) della politica nazionale in salsa commedia dell’arte, teatrino e recita all’italiana. Il suo capolavoro? L’attacco micidiale a Salvini in parlamento, nell’agosto 2019, “bollato”, in parte a ragione, come un traditore, un pericolo per la democrazia e un cripto-autocrate, con venature razziste e anti umanitarie. Un alibi perfetto, utilizzato da Conte per candidarsi a presiedere un governo agli antipodi del precedente, successore di se stesso perché “insostituibile”. Un alibi condiviso e alimentato dalla propaganda interessata dei “governisti” del PD, pronti ad allearsi anche con il diavolo, pur di rientrare nelle stanze dei bottoni, naturalmente per “salvare la democrazia” dal salvinismo, dal sovranismo e dal populismo, rinnegando princìpi e valori della propria storia politica. Il “nuovo” Conte, quindi, è divenuto magicamente un campione, altro che “avvocato del popolo”, nello sfruttare le arrendevolezze, le viltà, gli interessi sotterranei, le vigliaccherie, gli errori, i deliri di onnipotenza e i tatticismi strumentali del suoi comprimari sulla scena, tra finti alleati e finti oppositori: in primis, i Di Maio, i Renzi, i Salvini, gli Zingaretti, i Franceschini, i Berlusconi, tanto per citare i cosiddetti “pesi massimi”. In tal modo, il giovane foggiano, imbevuto poi di spirito fiorentino, ha ammansito, blandito, messo in riga e ridotto all’impotenza grillini, democratici, renziani, leghisti e forzisti. Metodo di governo? Tatticismo senza limiti: rinviare sempre, mediare laddove possibile, promettere riforme a getto continuo, anche costituzionali, patti di legislatura, piani e contropiani, commissioni di studio, task force, commissari alla giornata, dossier aperti all’infinito, costruire ponti sul futuro. Strategia? Sopravvivere, galleggiare, mantenere il potere, alimentare il mito della propria insostituibilità mediante il gradimento popolare. Risultati strutturali: pari allo zero. 

La poca credibilità del Centrodestra come alternativa di Governo

Se si analizzano in successione tutti i passaggi politici delle (attuali) opposizioni parlamentari, prese singolarmente, Lega di Salvini, Fratelli d’Italia della Meloni e Forza Italia di Berlusconi, dalle elezioni del 2018 a oggi, fine 2020, si constata che, al di là delle dichiarazioni unitarie di facciata a fini elettoralistici, specie in occasione di elezioni regionali o europee, il cosiddetto centrodestra, inteso come alleanza organica, che aspiri, con un programma unitario e una strategia condivisa per il nostro Paese, a diventare alternativa di governo, non esiste. Non ne possiede, allo stato, la sufficiente credibilità. Si tratta di una pseudo-alleanza, una tigre di cartapesta, dominata da contrasti insanabili tra i co-protagonisti su tutti i temi essenziali (politica estera e alleanze internazionali, posizione rispetto all’Unione Europea, politica economica, proposte per la soluzione della crisi economico-finanziaria in atto, riforme strutturali, a partire dal fisco, riforma elettorale, ecc.). La progressiva perdita di ruolo centrale di Berlusconi, come polo propositivo e di mediazione, le ambizioni salviniane a una leadership che faccia terra bruciata anche intorno agli alleati, le aspirazioni meloniane a prosciugare il bacino di consensi di Forza Italia, il tradimento di Salvini nella formazione del primo governo Conte, le risse per le candidature regionali, le divergenze, persino nelle commissioni e nelle aule parlamentari, testimoniano l’inadeguatezza del cosiddetto centrodestra a garantire, allo stato, una seria e valida alternanza di governo. Anche su questo terreno di divisioni, di contrasti, di scavalcamenti e di spietata concorrenza elettorale, nonché di leadership, si è esercitata finora, con riscontrabile successo, l’abilità tattica del premier Conte, in base all’eterno metodo del “divide et impera”. Ne costituisce prova la recente attenzione riguardosa verso il “sovrano” di Arcore, trasformato con l’aiuto delle scandalose giravolte grilline e delle fanfare del PD, da “impresentabile pregiudicato” a “statista responsabile”. Pronto a soccorrere con le sue truppe, ormai ridotte, pur sempre determinanti, un governo in affanno sulla manovra finanziaria e lo scostamento di bilancio. Nonché contribuire all’elezione del successore di Mattarella, ormai alle porte. Il prezzo? Sempre lo stesso, come ai tempi del centrosinistra di Massimo D’Alema: l’emendamento galeotto del ministro Patuanelli pro-Mediaset e la salvaguardia dell’italianità del gruppo Fininvest. Il “Tutto muta, tutto resta eguale” di Calderón de la Barca! Il gattopardismo di ritorno, che infetta l’intera classe politica nazionale. Questa condizione di inadeguatezza delle opposizioni, tra di loro spaccate, consente al premier Conte persino di irriderle, promettendo e chiedendo loro collaborazione, a chiacchiere, magari fingendo di corrispondere ai moniti del Quirinale, ma, nei fatti, non accogliendo neppure una briciola delle loro proposte, come spesso denunzia, con determinazione, la Meloni. Cui prodest? Anche la debolezza del centrodestra contribuisce a irrobustire il mito della insostituibilità di Conte, sia all’interno che in Europa, sia in parlamento che nei confronti della maggioranza di governo. Gli consente di regnare incontrastato sulle spaccature ricorrenti dei grillini, pre e post stati generali, tenendo a bada le ritrovate ambizioni di Di Maio, di placare le ricorrenti irrequietezze e sparate donchisciottesche di Renzi, alla ricerca della visibilità perduta, e di gestire le frustrazioni di Zingaretti&company, nonché di dileggiare, con punte di arroganza, quanti gli agitano davanti lo spauracchio di Mario Draghi. Il fatto che il centrodestra, giovedì scorso, abbia votato unitariamente lo scostamento di bilancio, trainato dal neo-collaborazionismo filo governativo di Berlusconi e mediato dall’abilità diplomatica della Meloni, che ha convinto Salvini a cedere, non modifica di una virgola l’analisi di un centrodestra di cartapesta. Una rondine, infatti, non fa primavera! Si vedrà se questa prova contingente di “responsabilità istituzionale” reggerà ai prossimi appuntamenti, a partire dai futuri e prevedibili scostamenti di bilancio. In ogni caso, si tratta del “trionfo” di Conte, che ha ben volentieri ringraziato, in quanto il mito della sua insostituibilità ne esce rafforzato, anche se dovrà passare, ben presto, in parlamento, sotto le forche caudine del MES, per il quale non basterà neppure il soccorso del centrodestra, in quanto a essere lacerata risulta la maggioranza. I contiani di complemento e i fan dell’avvocato, tuttavia, stiano tranquilli, perché il loro leader morale non si arrenderà facilmente e supererà “miracolosamente” anche questa prova.

L’istinto alla sopravvivenza del Parlamento

La composizione del parlamento in carica e dei gruppi parlamentari, al Senato e alla Camera, rappresenta uno dei pilastri fondamentali del mito sulla insostituibilità del premier Conte. Un’assicurazione sulla vita! Prima di certo, ma particolarmente dopo l’approvazione definitiva del taglio, irrazionale e meramente propagandistico, del numero dei parlamentari. Il timore di ritornare a casa, senza alcuna possibilità di una ricandidatura sicura (magari senza neppure un mini-vitalizio di consolazione!), di molti “giovani” deputati e senatori, al primo o al secondo mandato, ha reso le commissioni e le aule parlamentari luoghi geometrici passivi, deserti e acquiescenti, di ratifica degli atti del governo, senza dibattito, senza possibilità di emendare e senza poter esprimere dissensi motivati o fornire contributi di miglioramenti a testi legislativi non di rado giuridicamente raffazzonati. Prendere o lasciare! Approvare o fare i bagagli! La crisi dell’istituzione centrale della nostra repubblica democratica, già evidente in passato, appare, sotto i colpi della iperdecretazione di urgenza, ormai irreversibile. Ne sono testimonianza quattro constatazioni: i numerosi e crescenti fuoriusciti dai gruppi parlamentari del M5S (più di cinquanta, un vero record!), passati ad altri gruppi o al misto, non hanno mai messo in dubbio, in cuor loro, la “fiducia” nei due governi Conte; nessun provvedimento é stato emendato con il contributo delle opposizioni, nonostante la retorica contiana delle collaborazione; ogni ipotesi di rimpasto é sempre stata bypassata dal premier, nonostante le minacce “a salve” di Renzi e le blandizie inascoltate di Zingaretti; da ultimo, la nuova legge elettorale, pur urgente e necessaria per porre riparo agli effetti devastanti del taglio, è rimasta impantanata nei veti contrapposti. Il M5S in primis, ma non il solo, ha contribuito all’agonia della odiatissima “democrazia rappresentativa”, senza che la loro celebratissima, a slogan, “democrazia diretta” abbia fatto passi avanti, nel segno della partecipazione, dell’efficienza e della trasparenza. Tutt’altro! Questa crisi istituzionale, da un lato, e, dall’altro, l’istinto vitale alla sopravvivenza, fino al 2023, dei parlamentari, nessuno escluso, sono stati gestiti con raffinata maestria dal premier, diventando un collante vitale per il governo, i cui errori, i cui rinvii e le cui improvvisazioni non ne mettono in dubbio la capacità di resistere a qualsiasi sopravvenienza politico-parlamentare. E se anche, al Senato, la cosiddetta maggioranza dovesse traballante, per qualche voto, non mancherebbe il “pronto soccorso” di frange delle opposizioni, timorose anch’esse per il loro futuro o per gli interessi di qualche padrone. L’inesperto Conte è diventato ben presto un abile ed espertissimo dosatore degli equilibri parlamentari, tale da far impallidire i suoi più famosi predecessori della prima o della seconda repubblica, contribuendo così a rendere diffuso il suo mito. Aprės moi, le déluge!

La Pandemia, le tre anarchie e il rovescio delle responsabilità

Mettere in fila, come già documentato analiticamente in due saggi, “L’Italia sul baratro” e “Io accuso”, gli errori commessi e le responsabilità assunte nella gestione della pandemia e degli effetti nefasti della stessa sul sistema economico nazionale e sulla coesione sociale, nel corso di dieci mesi, dal 31 gennaio a oggi, sia pure in estrema sintesi, non risulterebbe agevole. Basta rilevare, ai nostri fini, come la mancanza di coordinamento, di programmazione e di direzione politica del premier, sancita dall’art. 95 della Costituzione, abbia provocato un’anarchia istituzionale, tra Stato, Regioni ed Enti Locali, un’anarchia comunicazionale, fatta di annunzi improvvidi e contraddittori dei membri del governo, e un’anarchia scientifica, alimentata da virologi e consulenti improvvisati. Nonostante errori e ritardi, annunzi e promesse di riforme, mai avviate, stati generali e commissioni di esperti, commissari straordinari, un profluvio di decreti, anche economici, inapplicabili, una distribuzione a singhiozzo e a pioggia di enormi risorse finanziarie, tutte a debito, la mancata ripresa, lo spettro del fallimento di migliaia di imprese, la figura del premier, anche per merito di una strategia comunicativa studiata a tavolino, nel silenzio acquiescente, omertoso e, talora, interessato della maggior parte dei media, ha riscosso un crescente gradimento nei sondaggi, soltanto di recente leggermente appannato. Il presenzialismo mediatico e la retorica da neo “padre della patria”, in mancanza di un contraddittorio, credibile e intransigente, ha coperto e offuscato errori, manchevolezze, inadeguatezza, ritardi, fallimenti, promesse mancate e aperte contraddizioni. La costante tecnica del rovescio delle responsabilità sugli altri livelli istituzionali, sulle forze economiche e sociali, su parte dell’opposizione e, persino, sui cittadini irresponsabili e sordi ai suoi appelli e alle sue paterne raccomandazioni, ha prodotto un miracolo: il mito della sua insostituibilità si è rafforzato. Questo fatto rappresenta il vero “metodo italiano”, non quello contrabbandato nella prima fase della pandemia e, buon per lui, accantonato nel corso della seconda ondata, tuttora in atto.

Conte: il nuovo ago della bilancia della (im)politica italiana

Parafrasando gli storici contemporanei di Lorenzo il Magnifico, che definivano il Signore di Firenze “l’ago della bilancia dell’Italia”, il premier Giuseppe Conte potrebbe essere definito, a ragione, in questo delicato e drammatico passaggio della nostra storia nazionale, come “l’ago della bilancia della (im)politica italiana”. Sebbene abbia commesso errori epocali, sebbene abbia coniugato sempre al futuro gli impegni da prendere (ultimo, in ordine di tempo, il piano nazionale per il Recovery Fund, spostato a febbraio), sebbene abbia spesso sottovalutato le difficoltà e sostanzialmente illuso gli italiani, viene ritenuto, ancora oggi, dai più, come un premier insostituibile. Se nessuno è insostituibile, come insegna la Storia e la vita, resta da chiedersi quanto tempo ancora sarà necessario per vedere svanita questa paranoia collettiva e smascherato questo ennesimo falso storico. Un dato risulta inoppugnabile: la sua abilità e la sua disinvoltura nella gestione del potere, a partire dai servizi segreti che non ha mollato mai, sorprendente per un neofita della politica, senza maestri, tuttavia interprete ed epigono del motto andreottiano: “Il potere logora chi non ce l’ha!”. La scaltrezza volpina non gli fa difetto, per cui anche lui, prima o poi, “finirà in pellicceria”. Questo, però, sarà un nuovo capitolo della tragedia politica italiana, tutto da scrivere.

Tra virus, banchi a rotelle e scuola di domenica…

Ormai abbiamo appurato che, con questo esecutivo, al peggio non c’è mai fine. Di fronte alla situazione drammatica che sta vivendo il nostro Paese con oltre decine di migliaia di contagi al giorno e un numero di vittime raccapricciante, si continua, per un mero disegno opportunistico e scellerato, a voler aprire le scuole ad ogni costo ignorando del tutto la salute pubblica. Docenti, Personale ATA, addetti che vivono il mondo della scuola, i ragazzi stessi e le loro famiglie non possono essere vittime di stupidaggini che ci stanno spingendo verso il baratro.”

Il Segretario Nazionale UGL Scuola, Ornella Cuzzupi, è profondamente indignata dagli ultimi risvolti del “caso scuola”.

Adesso, qualche altro genio, presumibilmente per non apparire seconda a nessuno, ha ipotizzato la nefanda ipotesi di apertura degli istituti scolastici anche il sabato pomeriggio e la domenica. Una follia allo stato puro! Un vero ritenere la scuola un laboratorio per carne da macello, cancellando, con la scusa del coronavirus, anche le più elementari forme di logica e diritto. Tra l’altro l’istituzione scuola, tanto per ricordarlo, ha l’alta funzione di educare e istruire e non di mero parcheggio per i ragazzi. i problemi di chi lavora, si riconducano nell’alveo naturale e si risolvano senza che sia la scuola a pagarne le conseguenze in termine di contagi, vittime e perdita di diritti”.

L’UGL Scuola dunque rimane irremovibile sulla posizione di una riapertura delle scuole solo ed unicamente quando sarà concretizzato un calo di contagi tali che fornisca ampia garanzia sulla gestione di eventuali nuove emergenze e quando le strutture scolastiche saranno messe oggettivamente e strutturalmente in grado di limitare i fattori di rischio.

Questi due elementi – continua Ornella Cuzzupi – non possono essere aggirati da trovate estemporanee come l’assurda presunzione di immunità delle aule scolastiche o dall’aprire le classi anche il sabato pomeriggio e la domenica. Invece di cominciare a lavorare seriamente per garantire la sicurezza delle scuole e dei trasporti e, nel frattempo, migliorare al massimo la didattica a distanza ci si lascia andare a queste sciaguratezze per non ammettere la propria, totale, inadeguatezza a coprire ruoli fondamentali per un qualsiasi Paese civile. Da parte nostra saremo al fianco di tutto il personale scolastico e delle famiglie che si opporranno a queste assurdità governative”.

Napoli-Rijeka: vittoria nel segno di Diego

di Maria Labanchi.

Ha conquistato una vittoria “silenziosa”, ma che gli ha permesso di raggiungere il primo posto del girone in solitaria, il Napoli di Gattuso. E non poteva che essere così, in una notte particolarmente malinconica per la squadra e la città intera, avvolte dal ricordo del mito di Diego Armando Maradona, a cui presto lo stadio San Paolo sarà dedicato.

Dal minuto di silenzio osservato in campo, accompagnato dai cori dei tifosi all’esterno dello stadio, all’omaggio di Insigne fuori la curva B prima dell’inizio della gara e alle foto del campione argentino proiettate sugli schermi per l’intera durata della partita, fino all’ingresso sul terreno di gioco dei calciatori, tutti con la maglia numero 10, dopo essersi allenati sulle note dell’ormai celeberrima “Live is life”, la stessa su cui lo faceva Diego, tutta Napoli, in un modo o nell’altro, ha voluto porgere un ultimo saluto a quello che resterà un eroe per lei immortale, a prescindere da tutto ciò che di sbagliato possa aver fatto.

E Gattuso se l’è saputa cavare pur non schierando la formazione titolare già dal primo minuto, come accaduto domenica scorsa contro il Milan, cambiando sei giocatori su undici, tra cui Ghoulam, che dopo tanto tempo è tornato a giocare per novanta minuti.

Nonostante un primo tempo con la palla quasi sempre sui piedi, gli azzurri hanno faticato a trovare il guizzo giusto arrivato solo al 41’ con Politano (anche se, ufficialmente, il gol è stato giudicato come un autorete di Anastasio), servito da un assist di Zielinski.  Tante altre occasioni sono arrivate anche nel corso della seconda frazione di gioco: la prima, al 51’, è stata per Demme, che non è riuscito però a centrare bene l’obiettivo facendo scivolare il pallone di poco a lato della rete. Al 74’, ancora un palla preziosissima è stata sprecata da Maksimovic, che ha sbagliato a porta spalancata un gol praticamente già fatto. Solo un minuto dopo, però, è finalmente giunto il tanto agognato raddoppio, questa volta a firma Lozano (subentrato proprio a Politano), che ha segnato il suo primo gol in assoluto in Europa League.

Il più “frustrato”, se così si può dire, è stato Insigne, che ha cercato varie volte la conclusione personale, tenendoci particolarmente in questa partita, purtroppo senza successo. Si è concluso dopo tre minuti di recupero un match che tutto sommato il Napoli è riuscito a vincere senza grandi sforzi, vista la poca resistenza opposta dal Rijeka, ma portando a casa tre punti molto importanti, che gli fanno fare un passo avanti verso la qualificazione ai sedicesimi di Europa League, complice anche il pareggio di Real Sociedad ed Az Alkmaar.  

Speriamo che risultato chiuda questo periodo di alti e bassi per gli azzurri  che, dopo un inizio stagione più che convincente,  hanno  dato vita a prestazioni non certo esaltanti. Così come pure auspichiamo che il primo posto nel girone possa aiutare i giocatori a ritrovare la giusta motivazione e la cattiveria agonistica, poiché da oggi in poi avranno una ragione in più per farlo.

Questa vittoria, comunque, è sicuramente tutta per Diego, come ha spiegato anche Gattuso nella consueta intervista post-partita, in cui ha aggiunto che il Napoli quest’anno proverà a vincere qualcosa per onorare la sua memoria che la Curva A ha voluto celebrare con uno striscione da brividi: “La tua scomparsa un colpo al petto, un dolore al cuore… Napoli ti giura eterno amore!”.

Lettera di un uomo di scuola al Ministro Azzolina

Pubblichiamo la lettera inviata la settimana scorsa da un “uomo di scuola”, il prof. Vesco, al Ministro Azzolina sulla questione “riapertura delle scuole”. Un testo da leggere con attenzione, un qualcosa di non artefatto ma sincero che dovrebbe spingere tutti, compreso chi ha l’altissima responsabilità di decidere, alla riflessione e alla valutazione non preconcetta di una situazione che, ancora oggi, mostra cinicamente il suo volto… e mentre ad altre missive (di tutt’altro tenore) è stato dato risalto ed evidenza, a questa non vi è stata risposta!

Gentile Dottoressa 
Lucia Azzolina – In qualità di Ministro dell’Istruzione

premetto che, in ordine alla Sua ferma volontà di mantenere aperte le scuole, ho già avuto modo di sottoporre alla Sua attenzione alcune considerazioni, che ho manifestato tramite note inviate in data 5, 9, 29 e 31 ottobre 2020 al seguente indirizzo: uffgabinetto@postacert.istruzione.it.

Non ho mai ricevuto un Suo riscontro.

Proprio ieri sul Suo profilo di Facebook ho letto la Sua risposta alla lettera inviataLe da “nonno Massimo” (pubblicata su varie testate giornalistiche).

Ebbene, giacché anch’io sono nonno di due bambini che frequentano rispettivamente la terza elementare e la terza media, spero di ricevere la stessa solerte attenzione.

Non ho competenze scientifiche in ambito epidemiologico, ma Le anticipo che esprimo le mie riflessioni da “uomo di scuola“: sono stato docente di Lettere per quindici anni, ho diretto per ventuno anni una scuola media a Palermo, sono stato eletto più volte Presidente del Collegio dei Presidi della provincia di Palermo.

Adesso sono un pensionato, ma la scuola è stata e rimarrà sempre “maestra di vita“: sede deputata all’istruzione, all’acquisizione di conoscenze e di Valori, alla rielaborazione critica, alla socializzazione. Che tutto questo dovesse realizzarsi in un “luogo sicuro” era scontato anche prima. Per contenere i rischi derivanti da un eventuale terremoto o incendio esisteva ed esiste ancora la figura del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione.

Ebbene se non vivessimo questa tragica fase storica, apprezzerei la Sua volontà di dare “valore” al settore da Lei amministrato, ma i Suoi interventi si sono limitati a: fornitura di banchi monoposto (mi astengo dal citare i “banchi a rotelle”), di mascherine e di gel disinfettante.  Se si voleva rendere veramente  le scuole “luogo sicuro” bisognava dotare ogni aula scolastica di un impianto di aerazione forzata, garantendo un vero ricambio d’aria. I flussi di aria, porta/finestra, non fanno altro che accelerare la diffusione del virus.

Entrerò adesso maggiormente nel merito.

La S.V. ha voluto ed ottenuto la riapertura delle scuole, nonostante fonti autorevoli e indipendenti (proff. Galli, Crisanti, Cartabellotta, Spiccia, Battiston, Sestili, Ricciardi) ne profilassero il rischio, pronosticando una impennata della curva epidemiologica e un incremento delle vittime, ma è prevalsa la volontà politica ed economica sulla evidenza scientifica e sugli studi di analisi statistica. Il fisico Roberto Battiston affermava “La riapertura delle scuole ha messo il turbo alla pandemia, stiamo correndo troppi rischi” e proseguiva “I dati dicono che è urgente passare alla didattica a distanza“. Anche adesso il Ministro della salute, Roberto Speranza, ieri nel suo intervento online all’Assemblea ANCI ha affermato “Il livello oggi del quadro di circolazione del virus ci deve far tenere il massimo livello di attenzione“.

Ebbene non occorreva essere eminenti scienziati per comprendere che bambini, adolescenti, ragazzi avrebbero portato a casa il virus, contratto venendo a contatto con asintomatici dentro e/o fuori la scuola,  mettendo a rischio la salute e la vita dei familiari.

Oggi segniamo un record di decessi: neppure una sola parola di cordoglio da parte Sua e del Governo.

Se nonno Massimo cita Fabrizio De André (“in direzione ostinata e contraria”), mi consento di fare un riferimento storico che sarebbe stato appropriato in questo tragico momento “… non possiamo restare insensibili al grido di dolore …” (Vittorio Emanuele II).

La scuola non poteva essere “luogo sicuro” e non lo è: dall’inizio della pandemia sono stati 126.622 i bambini e gli adolescenti risultati positivi al Covid-19, pari a circa il 12% del totale dei contagiati. Di questi 36.622 mila hanno tra 0 e 9 anni e molti di più circa 90.000 tra 10 e 19 anni.

Forse nonno Massimo, tutto questo non lo sa!

Gentile Ministra, Lei conosce la Costituzione Italiana, sulla quale ha prestato giuramento, e sa che l’art. 32 “… tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività …”.

Disponga con urgenza la chiusura delle scuole in tutto il territorio nazionale e il ritorno alla Didattica a Distanza per ogni ordine e grado. Soltanto ad emergenza superata si potrà tornare in presenza in nome della tanto decantata socialità, che si auspica finalmente possibile e reale.

PRIMA LA SALUTE – PRIMA LA VITA

Non vogliamo tornare a vedere bare trasportate da mezzi militari. Basta! Agite con immediatezza!

Confidando nella saggezza della S.V. porgo distinti saluti

Gaetano Vesco