Pier Paolo Pasolini, nostalgia di un intellettuale

di Andrea Marino.

Il 2 Novembre 1975 veniva ucciso con inaudita violenza Pier Paolo Pasolini. Lo scandalo è stato la fondamentale cifra connotante della sua vicenda umana ed artistica: sicuramente nessun intellettuale, nessuno scrittore del ‘900, come lui, ha ossessivamente intrecciato – con evocazione di suggestioni e istanze decadenti, addirittura con venature quasi dannunziane –  esistenza e scrittura, vita e arte: “La sua letteratura”, dice Turoldo, “è la sua vita, e la sua stessa vita un evento letterario”.

Parlare di Pasolini, ancora a quarantacinque anni dalla sua morte, non è per niente scontato, si corre sempre il rischio o della demonizzazione o della santificazione. Di farne, cioè, o un mistificatore, sempre interessato a ricercare e lucrare vantaggi dalla eccentricità dei suoi interventi e dei suoi comportamenti, o una sorta di santo laico, che si è caricato della responsabilità, o come vuole Davide Maria Turoldo, del compito, della “missione” di denunciare il male presente, anche a costo di pesanti pedaggi personali –  isolamento intellettuale, emarginazione politica, persecuzione giudiziaria – fino all’ultimo evento, la tragica morte, inquietante per i troppi misteri che ancora l’avvolgono.

Aveva una concezione fattiva e dinamica della cultura, concepiva l’attività intellettuale come dovere, impegno civile: per lui l’intellettuale deve sempre porsi come attiva presenza nel mondo, in costante intervento nell’attualità per denunciare la violenza del potere,  a difesa della libertà, della giustizia, dei diritti  fondamentali ed inalienabili dell’uomo, per rendere il mondo più libero, più giusto. E questa urgenza di comunicare e di intervenire in ogni ambito della società, della politica, del costume l’ha reso esplicita adottando, praticando, volta per volta, i generi più diversi  (poesia, narrativa, cinema, saggistica).    

È stato il poeta, l’artista, l’osservatore più profetico, tormentato e lucido, della società italiana; personaggio sicuramente problematico, complesso, contraddittorio, comunque scomodo, provocatore. Ha rappresentato una voce di protesta contro gli effetti devastanti della modernità, del consumismo,dell’industrializzazione, della omologazione/massificazione, della metropoli, che  fagocita i vecchi quartieri, della corruzione politica e sociale; un nostalgico dell’anima arcaica, rurale del popolo. Il Friuli che, nel gennaio 1950, è costretto ad abbandonare, con la madre Susanna Colussi, per trasferirsi a Roma, rimarrà per lui sempre un Eden, luogo di felicità, di fervore poetico, intellettuale, politico.     

A Roma vive con profonda inquietudine la vasta trasformazione che negli anni Cinquanta investiva, in Italia, la società, la cultura, i costumi, i valori. Era il periodo del  cosiddetto boom economico, che  avrebbe portato a quella che  definirà mutazione antropologica degli Italiani, che cominciavano a marcire “in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo” e, nel giro di un decennio, anche il sottoproletariato, il popolo, classe contadina ed operaia, si sarebbe lasciato omologare dal Potere, diventando, affascinato, partecipe di questa alienazione.

Nella raccolta La religione del mio tempo (1961), nelle poesie conclusive, si coglie l’inizio di questa distruzione del mondo popolare e di una intera civiltà, c’è già la coscienza che il “popolo” stava diventando “massa” decisa a farsi corrompere e disposta ad assestarsi là dove il Nuovo Capitale vuole: “Altre mode, altri ideali, / la massa, non il popolo, la massa / decisa a farsi corrompere / al mondo ora si affaccia, / e lo trasforma, a ogni schermo, a ogni video / si abevera, orda pura che irrompe / con pura avidità, informe / desiderio di partecipare alla festa. / E s’assesta là dove il Nuovo Capitale vuole” (Glicine).   

Dalla fine degli anni Sessanta fino alla tragica morte intensifica i suoi interventi polemici contro quello che definiva “sviluppo senza progresso dell’Italia”, cioè contro lo sviluppo tecnologico, materiale che genera un miglioramento delle condizioni di vita molto rapido, a cui non corrisponde, però, un progresso delle coscienze.

Lo sviluppo economico certamente rappresentava un fatto positivo, sotto il profilo materiale, ma – non smetterà di ‘predicare’ ossessivamente Pasolini – portava con sé una serie di degenerazioni, quali il processo di omologazione, di massificazione, l’edonismo volgare, l’alienazione dilagante. Si affermava, cioè, secondo lui, una ideologia che andava oltre l’ideologia di destra e di sinistra: l’ideologia del consumismo, che portava con sé i segni della definitiva morte della civiltà umanistica, dei secolari valori dell’umile Italia ( Le ceneri di Gramsci).

Tra i maggiori responsabili di questa degradazione Pasolini indicava la scuola e la televisione (definita lo strumento del genocidio culturale): il punto di massima tensione luterana lo tocca con l’articolo Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia, su Corriere della sera, 18 ottobre 1975  in cui, muovendo da un tragico fatto di cronaca – la morte di una ragazza seviziata e uccisa in una villa del Circeo da tre pariolini –  propone l’abolizione della scuola dell’obbligo e della televisione (chiarirà, in seguito, che per quanto riguarda la scuola usava abolizione ma intendeva una sospensione in attesa di una radicale riforma). Fin dagli Anni Sessanta, fra l’altro, accusava la scuola di essere un mattatoio dell’intelligenza e della creatività, uno dei canali per trasmettere i comportamenti consumistici, di tendere ad omologare sul piano dei bisogni.

Per quanto riguarda la televisione, secondo lui, valeva lo stesso discorso, oltiplicato all’infinito, “dato che si tratta non di un insegnamento, ma di un esempio: i modelli, cioè, attraverso la televisione, non vengono parlati, ma rappresentati. E se i modelli sono questi, come si può pretendere che la gioventù più esposta e indifesa non sia criminaloide o criminale?” (Due modeste proposte…, ).  E, con espressione aulica, Ettore Bernabei, al vertice della RAI dal 1962 al 1974, così considerava gli utenti televisivi e il ruolo affidato al mezzo televisivo: “I telespettatori sono venti milioni di teste di cazzo. A noi il compito di educarli“. (Aldo Grasso, Storia della televisione italiana, 2004).  Dagli Anni Ottanta, poi, le televisioni commerciali saranno i principali veicoli di modelli edonistici, diffusi soprattutto fra i giovani. E gli italiani, in grande numero, apprezzeranno i programmi proposti, sintesi di intrattenimento e consumo, di spettacolo e merce, si riconosceranno nei nuovi modelli televisivi.                                                                                                                

La saggistica pasoliniana, volutamente provocatoria, esprime sempre più posizioni assolutamente controcorrenti, eretiche rispetto alle tendenze dominanti. Fra i testi più significativi la poesia Il PCI ai giovani!!, in cui della contestazione sessantottina  sottolineava la posizione piccolo-borghese degli studenti nello scontro con i poliziotti, a Valle Giulia, il 1° marzo 1968 e si schierava, paradossalmente, a difendere i poliziotti, di origine proletaria; l’articolo Gli italiani non sono più quelli, l’articolo  Il vuoto di potere in Italia, o articolo delle lucciole, e poi Che cos’è questo golpe?, Il processo. Emerge, così, come figura solitaria contro il proprio tempo, che aggredisce come un corsaro la realtà degradata in cui vive e si scaglia contro di essa con la severità eretica di un luterano.

 Al dilagante consumismo  cominciavano a ricondursi, infatti, comportamenti sempre più disinvolti; si delineava, cioè, il tempo della incertezza etica, alimentata da una società eticamente neutra o, come dirà Zygmunt Bauman (Le sfide dell’etica, 1966), una società adiaforica, dell’indifferenza morale, che riduce le scelte etiche a questioni tecniche, ossia indifferenti al problema del bene e del male. E non è casuale che oggi, da più parti, si affermi che la crisi del nostro tempo non ha ragioni economiche e sociali, ma morali.

Allora Pasolini spingerà con sempre più violenta ed ossessiva passione perché si acquisisse e si affermasse la coscienza del degrado del presente e della necessità di cambiare la realtà esistente, non dal punto di vista individuale,  ma per necessità di un reale e profondo cambiamento collettivo.

Ecco perché, lo avvertiamo con tristezza e amarezza, con dolorosa nostalgia;  manca, nel nostro tempo grigio e sventurato, e ne avremmo grande bisogno,  la parola forte e alta dell’intellettuale friulano.