Alla ricerca della politica perduta

Quel che l’avvento al governo di Mario Draghi ha palesemente reso noto è la mancanza di ciò che una volta si chiamava politica. Si, una volta, perché oggi quella parolina spesso tanto vilipesa ha lasciato il posto a una miriade di chiacchiere, foto sui social e chimere inapplicabili, inutili o inconsistenti.

In pratica mentre una volta si faceva attività politica tra la gente, per le strade, quasi porta a porta (e toglierei il quasi), oggi appaiono tutti strenuamente impegnati a “mostrarsi” in modo che l’attimo d’impegno sia moltiplicato, senza troppi sforzi, per migliaia di visualizzazioni. Poco importa se poi latita il progetto politico (ancora questa parola!).

Questo non vuol dire certo che i mezzi a disposizione non possano o non debbano essere utilizzati. Ci mancherebbe, vuol solo lasciare intendere che se a questo si accompagnasse un disegno organico, credibile e attuabile di funzionalità del Paese forse sarebbe meglio. Molto meglio!

Comunque anche in questo caso le differenzazioni occorre farle perché esistono.

Il potere del web, preso come espressione di massima democrazia è miseramente fallito sotto i colpi di una vita reale ben diversa da quella di uno schermo con il quale ci si illude che uno valga uno. L’idea di una politica concreta senza realismo, di un rimanere attaccato a vecchi schemi e, soprattutto, all’idea fissa di eliminare ad ogni costo chi è contro, ha mostrato tutti i suoi limiti nella stessa misura in cui l’ha mostrata l’odiosa parola “rottamazione”. Il tutto condito dalla incapacità cronica di trovare, tra le varie fazioni, un filo comune che non sia il solo avversario di turno.

A destra invece – pur con i limiti determinati da una serie di variabili, ma anche grazie allo sforzo salviniano di spingere la Lega verso un orizzonte più centrista e meno legato a posizioni ormai in disuso – troviamo flussi di gradimento che pur variando rimangono interni allo stesso schieramento, ormai maggioranza nel paese. In tale contesto merita particolare attenzione chi ha mostrato coerenza rimanendo, sì, in posizione alternativa ma avendo l’abilità di non arroccarsi in uno splendido ma inutile isolamento.

Questa operazione, non semplice e piuttosto coraggiosa, ha consentito al partito della Meloni di proiettarsi nei sondaggi verso percentuali impensabili in attesa del voto che dovrebbe concretizzare quanto riscontrato sinora.

Di certo è un qualcosa da tenere ben presente nel quadro generale e nel Centro Destra in particolare. FdI sta mostrando una capacità di intercettare un’area estesa del sentire nazionale superiore agli altri. Un po’ come il primo Berlusconi. Una dote, quella del Cavaliere, di rara portata e che solo la violenza dei suoi avversari (e non solo) ha limitato nelle azioni. E qui va fatta una riflessione.

Si parla in queste ore di federazione del Centro Destra, un’idea già messa in atto con l’esperimento berlusconiano della Casa delle Libertà e quindi, naturalmente, accolta con interesse dal Cavaliere. È chiaro che su tale aspetto Giorgia Meloni appaia, in questo frangente, un po’ meno entusiasta, forte com’è dell’onda lunga di cui sta usufruendo stando all’opposizione così come piuttosto scettiche sono alcune frange di Forza Italia. La verità però è una sola. Semmai una tale operazione federativa dovesse riuscire, convincendo anche la Giorgia nazionale, il Paese si troverebbe di fronte all’embrione di una sorta di novella DC che, nel bene e nel male, è stata comunque l’artefice principale della rinascita italiana del dopoguerra.

E adesso, nel post pandemia, torna l’esigenza di una grande forza politica, moderata ma aderente alla realtà, pronta a dar vita ad una politica concreta e pratica. In questo caso la federazione di Centro Destra, con le anime presenti, risulterebbe molto simile a qualcosa di già visto con le sue correnti, con le proprie differenze interne ma con il chiaro intento di portare avanti, nel bene e nel male, il Paese. Il pragmatismo della gente italica e l’esperienza passata, con un’opposizione che punti ai fatti e non a colpire solo l’avversario a qualunque costo, potrebbero evitare problemi già visti e puntare dritti al futuro.

In quest’ottica appare fondamentale il contrappeso che la stessa Meloni potrà avere all’interno della ipotetica federazione, un’azione che servirebbe da un lato ad evitare tentazioni di un centro spostato verso sinistra, dall’altro a bilanciare anche il leaderismo della Lega.

E poi occorrerebbe il coraggio, e ripetiamo il coraggio, di ridare la parola agli italiani, magari con un Draghi al Quirinale per tranquillizzare i mercati e il continente. Come pure appare indispensabile, in un’ottica del genere, attivare un ripulisti generale interno a tutti i partiti, non certo per uno spirito puramente missionario, ma perché questo consentirebbe di tornare a guardare con rinnovata fiducia a quella vecchia e irrinunciabile arte che si chiama politica.

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