Draghi, l’Europa e gli equilibri mondiali

di Raffaele Lauro (*)

1. Nel tripudio filodraghiano, quasi sempre strumentalizzato dagli interessi elettorali dei partiti della cosiddetta maggioranza di unità nazionale, tra chi lo vuole al Quirinale, perché ambisce ad elezioni anticipate nella tarda primavera 2022, e chi insiste, per ragioni diametralmente opposte, che resti a Palazzo Chigi fino al 2023, rinviando, alla scadenza naturale della legislatura, il ritorno alle urne, l’autorevole figura del premier é diventata oggetto di speculazioni di parte, nell’ambito della litigiosa compagine governativa. Altre fonti lo vedono proiettato, con un sospetto anticipo, alla guida politica della futura Unione Europea,  che, con lui, dovrebbe risorgere magicamente dalla sue ceneri, dopo la crisi afghana, l’eclissi, speriamo momentanea, della guida atlantica degli Stati Uniti e una consolidata leadership internazionale,  dopo gli ipotizzabili successi, alla guida del G20 (2021), sia straordinario che ordinario,  nella complessa mediazione diplomatica, che sta portando avanti,  tra le grandi potenze. Manca solo che qualche improvvisato profeta lo candidi, nel prossimo conclave, al soglio di Pietro, per completare questo rosario di  candidature. Si ignorano, deliberatamente, in questo gioco tattico, le ragioni che hanno costretto Mattarella a mobilitarlo alla guida del governo,  il profilo umano,  etico, culturale e istituzionale di Mario Draghi,  nonché la sua storia personale di servizio alla cosa pubblica, senza improvvisazioni, aspirazioni senza fondamento e, principalmente, senza la sottovalutazione delle sfide, che, in questa drammatica congiuntura di eventi, é stato chiamato a fronteggiare,  in rappresentanza del nostro paese, nella salvaguardia dell’interesse nazionale. Se fosse consentito stabilire un raffronto tra un leader civile di oggi e un leader militare di ieri, consacrato negli annali storici della civiltà occidentale,  si potrebbe affermare che Mario Draghi si trova a dover “combattere”, come Giulio Cesare nell’assedio di Alesia, tra due fuochi: quello interno e quello esterno. Quello interno riguarda la conflittualità permanente  tra i partiti di governo, che si accentuerà, nelle prossime settimane, sulle riforme strutturali ancora da varare, a partire dal fisco, sulle fibrillazioni che precederanno (e che seguiranno!) i risultati (e i ballottaggi!) delle amministrative del 3 ottobre, cioè dopodomani, sulle politiche di accoglienza dei profughi, non solo afghani, che scaturiranno dal G20 e sugli sviluppi irrisolti della pandemia,   nonché sulle tensioni che si cumuleranno, fino al gennaio 2022,  per l’elezione dell’inquilino del Quirinale. Quello esterno riguarda, nell’immediato, la convocazione, la conduzione, i risultati e gli impegni,  tangibili, e non solo di facciata, proprio del G20  straordinario, convocato sulla gestione internazionale della crisi afghana, a fronte della reticenza di una presidenza americana, azzoppata e sotto attacco, della resistenza sotterranea del premier britannico, delle richieste della Russia di Putin (partecipazione del Pakistan e dell’Iran!), delle  manovre di sabotaggio della Turchia di Erdogan e, non da ultimo, delle condizioni che porrà la Cina di Xi Jinping. Interessi strategici, presenti e futuri, del tutto contrapposti e divergenti, che potrebbero esplodere nell’ambito del consesso, determinando il fallimento dell’iniziativa italiana, bollata, a posteriori, come velleitaria e improvvida, con grave nocumento per l’immagine del proponente. Resta l’auspicio che la genialità diplomatica di Draghi segua le sorti vittoriose della genialità militare di Cesare, come premessa per affrontare la sfida delle sfide, che investe il destino futuro dell’Unione Europea  e del vecchio continente, nei nuovi equilibri geopolitici mondiali. 

2. L’Unione Europea, in quanto tale, non fu mobilitata dal presidente Bush jr., nella “coalizione dei volenterosi”, guidata dagli Stati Uniti, che, dopo l’attentato terroristico di matrice islamica del 2001 a New York, alle Torri Gemelle, insieme con la Nato e alcuni paesi alleati, tra i quali la  Germania, la Francia e l’Italia, portò la guerra in Afghanistan per distruggere le basi operative delle organizzazioni terroristiche e introdurre un regime democratico. Dopo venti anni (2001/2021), la guerra si é conclusa con la sconfitta e la caotica ritirata degli americani, della Nato e di tutti i paesi alleati della coalizione. Il presidente Biden ha portato (male, anzi malissimo!), a conclusione un disimpegno, insito già negli sconsiderati “Accordi di Doha” (febbraio 2020), sottoscritti, superficialmente e inanemente,  dalla presidenza Trump. La tragedia, che si sta consumando, in questi giorni, quindi, era  prevedibilissima, anche se le incaute e improvvisate modalità del ritiro (altro che una programmata exit strategy!), hanno esposto la presidenza Biden e l’Occidente ad una figuraccia planetaria, che pone interrogativi sul futuro ruolo di guida degli USA, sulla riorganizzazione della Nato, sui rapporti con gli alleati europei e sul passaggio dal bipolarismo, nato a Yalta, ad un multipolarismo, soggetto alla crescente pressione della Cina di Xi, della Russia di Putin e della Turchia di Erdogan. Questo sconvolgimento geo-politico  mondiale, tuttavia, ha come principale vittima collaterale proprio l’Unione Europea. Per cui, la crisi americana si è tradotta in una crisi dell’Occidente e nella constatazione definitiva della debolezza del vecchio continente e dell’inconsistenza strategica della sua Unione. Gigante economico forse, nano politico certo, perché senza una politica estera unica, senza una difesa comune e senza, nel bailamme delle posizioni discordanti dei vari leader degli Stati membri, la possibilità di far pesare una posizione unica del continente europeo. Con il grande pericolo, di fronte alle autocrazie imperiali emergenti e le democrazie autoritarie striscianti, sempre più diffuse, di vedere soffocate, come un residuato storico del Novecento, le democrazie liberali e, con esse, la cultura della libertà, la tutela dei diritti costituzionali delle persone e il rispetto delle regole. Quella civiltà occidentale, di ispirazione cristiana, dunque, che impone non solo di proclamare i diritti degli afghani e la dignità delle donne, ma di operare per rendere concreta, anche in Afghanistan, la tutela di quei diritti. Non tutto è perduto, ma si rende necessario, e urgente, reagire ad una decadenza senza ritorno, realizzando una strategia, a tappe forzate, altrimenti l’Europa diventerà il classico “vaso di coccio tra vasi di ferro”, di manzoniana memoria.

3. Le scelte, immediate e future, dell’Unione Europea, quindi, nonostante gli errori americani, non potranno “smarrire” la vocazione democratica e lo spirito della solidarietà  atlantica. Pur facendo da ponte diplomatico con la Russia e con la Cina, l’Europa dovrà aiutare gli Stati Uniti ad archiviare l’attuale crisi di identità, ad evitare il  pericolo di un neo isolazionismo e a riacquistare la dignità e il ruolo di potenza guida dell’Occidente. Naturalmente ripartendo da una base paritaria, sia nella ridefinizione della missione della Nato, che nella gestione della stessa, onde evitare le incomprensioni attuali. Tutto ciò sarà possibile, soltanto se riuscirà ad superare il suo “nanismo politico”, accelerando l’unità politica delle istituzioni europee: sul fronte delle relazioni internazionali, su un programma di difesa comune, a partire dalla cyber security, inserito nel quadro della nuova Nato, e, in primis,  nelle politiche di accoglienza, finora disattese. Le politiche economiche e monetarie comuni, pur necessarie,  non bastano più. Ora serve, con il coraggio, con la determinazione e con il sacrificio delle vecchie rendite di posizione di ciascun Stato, operare quella svolta politico-istituzionale, tanto sognata dai padri fondatori della comunità europea. É arrivato, dunque, il momento di chiederci cosa siamo e cosa vogliamo essere, noi europei. Il re è nudo! E non possano più pretendere di essere difesi, senza costi adeguati, badando solo a fare affari con i nuovi imperi d’Oriente. Per cui, sarà vitale un presa di coscienza della realtà, da parte dell’Unione e di tutti gli Stati membri, nessuno escluso, con le decisioni conseguenti da assumere. In mancanza, il vecchio continente, nei nuovi equilibri geopolitici mondiali, sarà costretto a rinnegare la sua antica storia di civiltà democratica e, con essa, la sua libertà e il suo destino nel mondo. Senza ulteriori appelli!

* Segretario Generale Unimpresa

Genoa-Napoli: quando il gioco si fa duro…

di Maria Labanchi

Continua la corsa del Napoli in questo campionato iniziato da sole due giornate, ma che già si mostra molto variegato in termini di classifica, in cui gli azzurri, con la vittoria di ieri, si trovano a punteggio pieno. La loro prima trasferta, tuttavia, è stata leggermente più faticosa rispetto all’esordio, con un Genoa che, reduce dalla sconfitta contro l’Inter e forte del supporto dei propri tifosi, ha cercato di portare a casa un risultato positivo, soprattutto nel secondo tempo. D’altro canto, però, gli azzurri hanno dimostrato di saper fare bene nonostante l’assenza di una punta (con Osimhen squalificato per due giornate in attesa di ricorso e Petagna che ha fatto il suo ingresso in campo a soli pochi minuti dalla fine), “reinventando” Insigne nell’inedito ruolo di falso nueve. In effetti, almeno nel primo tempo, il capitano non sembra aver avuto troppa difficoltà ad adattarsi, poiché la maggior parte dei tiri partenopei sono stati dei suoi tentativi, tutti andati a vuoto.

E proprio quando la prima frazione di gioco sembrava volgersi alla sua conclusione su un “misero” 0-0, con un tiro da fuori area e una mira da cecchino Fabián Ruiz ha spiazzato tutti, mettendo il pallone nell’angolo della rete di sinistro. Il primo tempo si è concluso su questo risultato dopo una punizione rossoblu andata a sbattere sulla difesa napoletana, con un Genoa che, a parte un solo tiro in porta, non ha messo particolarmente in difficoltà gli ospiti.

Discorso diverso è stato quello della seconda frazione di gioco: dopo cinque minuti dall’inizio, infatti, i padroni di casa avevano già fatto tre tentativi per pareggiare il risultato, e al quarto il pallone in rete c’era entrato davvero, anche se dopo l’assegnazione del gol  il gioco è rimasto fermo per un po’ per il Var Review, a causa di uno scontro tra Buksa e Meret. Con non poche proteste, comunque, la rete è stata annullata e gli azzurri si sono risvegliati dal torpore che sembrava averli colpiti dopo il duplice fischio. Al 69’, però, Cambiaso ha firmato un nuovo pareggio (e pure la sua prima rete in Serie A), questa volta valido. A questo punto, la soluzione della  sostituzione di Petagna per Politano si è rivelata provvidenziale per la conquista dei tre punti, poiché dopo soli due minuti e mezzo dal suo ingresso l’attaccante ha segnato di testa dopo essere stato servito da un calcio di punizione di Mario Rui. Nei lunghissimi sei minuti di recupero esordio anche per Juan Jesus, primo (e forse anche ultimo) acquisto degli azzurri per questa sessione di calciomercato, che tra l’altro sembra vedere all’addio proprio Petagna, corso ad abbracciare il tecnico Spalletti dopo aver segnato, quasi come ci fosse stata una sorta di promessa tra i due.

Con la sfida di ieri è stato dunque archiviato un altro risultato importantissimo, che non può far altro che piacere in vista del match contro la Juventus in programma per il prossimo 12 settembre (il campionato rimarrà infatti fermo fino a quel weekend causa pausa nazionali). Inoltre, visto che il gioco per alcuni tratti non è parso proprio brillantissimo, questa sarà l’occasione per rifiatare e riorganizzarsi per poter partire di nuovo al meglio delle proprie potenzialità.  Ma l’essenziale è che, specialmente in questa prima fase di stagione, non si ripetano i soliti errori che portano a perdere quei punti che poi si rimpiangono alla fine, anche se un inizio campionato così promettente non si vedeva da un po’. Di certo però bisognerà attendere che il gioco si faccia più vivo e, come si suol dire, che “i duri inizino a giocare”, perché solo a quel punto si potrà capire davvero quale sia il valore di questa squadra ed i suoi reali obiettivi.

E da dopo la pausa si potrà effettivamente ricominciare a “ragionare” sul serio, visto che il 16 settembre anche l’Europa League prenderà il via vedendo gli azzurri coinvolti in un girone di tutto rispetto insieme a Leicester, Legia Varsavia e Spartak Mosca. E quale occasione migliore per far capire quanto (e se) questa squadra sia cambiata?

Tra incertezze e coalizioni obbligate, quale futuro?

di Raffaele Lauro*

1. Pur rinnovando l’auspicio, più volte enunciato, che l’equilibrio politico-istituzionale, garantito finora da Mattarella e da Draghi, possa essere reiterato fino alla fine della legislatura (primavera 2023) con il “sacrificio” personale di una rielezione del primo, rimanendo in carica per almeno un biennio (precedente Napolitano!) e la conferma del secondo alla guida del governo, in modo che riesca a varare le indispensabili riforme strutturali, collegate al Recovery Plan e alla ripresa economica, non si può escludere, a priori, che l’elezione di un nuovo capo dello Stato (ad oggi un soggetto misterioso!),  magari dopo estenuanti votazioni, rompa quell’equilibrio, travolga il governo e porti, entro la primavera 2022, ad elezioni politiche anticipate, con uno scontro elettorale, ancora più sanguinoso e devastante del precedente (2018), indotto anche da un’accesa  competizione per la  ristretta rappresentanza parlamentare. 

Gli imprevedibili  risultati elettorali delle prossime amministrative di autunno, che coinvolgono regioni, la capitale e città strategiche,  come Milano, Torino e Napoli,  inoltre, a causa dei contrasti emersi fin dalle candidature e nell’attuale confronto elettorale, tra i potenziali alleati delle future coalizioni (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, da un lato; Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle, dall’altro, più i rispettivi aggregati minori) lasciano presagire ulteriori contrasti post risultati, che, invece di attenuare le tensioni, potrebbero spingere i contendenti a scaricarle sulle elezioni per il Quirinale, determinando, di conseguenza, in primavera, lo show down elettorale generale.


2. Non appare, quindi, intempestivo, tutt’altro, il dibattito che sta emergendo, tra autorevoli  commentatori, sull’assetto, presente e futuro, delle due potenziali coalizioni, che dovrebbero misurarsi, entro nove mesi, per chiedere ad un corpo elettorale, flagellato dalla crisi, sanitaria ed economica,  psicologicamente stremato e deluso dalla nostra classe dirigente,  il mandato a governare il paese per il dopo pandemia, con tutto il carico micidiale di problemi sul tappetto, sia a livello nazionale  che internazionale, sia in politica interna che estera.

Va premesso che, allo stato, a causa della legge elettorale vigente e del taglio dei parlamentari, le due coalizioni sono “obbligate”, tattiche, non frutto di una libera scelta, nonché di convergenze ideali e programmatiche consolidate. Ciò lascia presagire una lotta all’ultimo sangue per le candidature nei collegi sicuri e programmi annacquati, frutto di compromessi e condizionati, sui territori, dai “signori del voto” e da interessi, illegali e criminali. Certamente mancano del tutto, allo stato, visioni prospettiche e progettualità, persino “sogni”, all’altezza delle sfide dell’immediato presente e del complesso futuro, in grado di ripristinare un rapporto fiduciario tra cittadino e istituzioni, tra elettore e mondo politico. Per cui, risulta ipotizzabile, fin da ora, un astensionismo record e un voto di protesta verso i partiti che scenderanno in campo, con ulteriori disgregazioni delle rappresentanze, pregiudizievoli a stabili maggioranze parlamentari. Di fatti, il pericolo di una nuova ingovernabilità e di un’involuzione democratica!
                                                                                            
3. Le singole componenti delle due potenziali coalizioni, infatti, persino al loro interno, manifestano, quotidianamente: contrasti sotterranei per le future leadership; posizioni divergenti e inconciliabili sulla politica estera, anche di fronte a scenari drammatici di crisi, come quella afghana e la rottura degli equilibri geopolitici mondiali; contraddizioni e conflitti su tutti i provvedimenti del governo pro tempore, riguardanti riforme vitali per la ricrescita del nostro paese. Si conferma, quindi, una sostanziale inadeguatezza del ceto politico, fatta di limiti culturali, costitutivi e formativi, retaggio anche di dannose eredità del passato, risalenti alla prima e alla seconda repubblica.

Tali conclamati limiti impediscono, al presente, di immaginare che le due ipotizzate coalizioni possano confrontarsi, civilmente, su programmi, concreti e fattibili, riguardanti: la ricostruzione politica, morale, civile e materiale del nostro paese; la riforma della costituzione e dell’articolazione istituzionale, tra Stato e Regioni, che ha rivelato pericolose fratture; la tutela e la salvaguardia delle libertà individuali e dei diritti  costituzionali dei cittadini; la lotta alla criminalità organizzata, caduta nel dimenticatoio, tuttora sotterranea e imperante. Al contrario, affiorano fantasmi del passato, sconfitti dalla Storia (rigurgiti neofascisti, populismi anticasta, aspirazioni censorie di rapper e minestre riscaldate, vecchi specchietti per le allodole, come le cosiddette “rivoluzioni”, popolari o liberali). Purtroppo l’unica rivoluzione che servirebbe, una “rivoluzione veramente democratica”, attesa da decenni, rischia di rimanere confinata, anche nella prossima legislatura repubblicana, nell’irrealtà.                          

(*) Segretario Generale di Unimpresa

Afghanistan: la tragedia annunciata!

L’appello straziante della regista afghana Sahraa Karimi, che ha lasciato il paese dopo l’arrivo dei talebani a Kabul, riprendendo col cellulare cosa stava accadendo per le vie della città durante la sua fuga.

“A tutte le comunità del mondo Vi scrivo con il cuore spezzato e la speranza che possiate unirvi a me nel proteggere la mia bella gente. Nelle ultime settimane hanno preso il controllo di così tante province. Hanno massacrato il nostro popolo, hanno rapito molti bambini, hanno venduto bambine come spose minorenni ai loro uomini, hanno assassinato donne per il loro abbigliamento, hanno torturato e assassinato uno dei nostri amati comici, hanno assassinato uno dei nostri poeti storici, hanno assassinato il capo della cultura e dei media per il governo, hanno assassinato persone affiliate al governo, hanno appeso pubblicamente alcuni dei nostri uomini, hanno sfollato centinaia di migliaia di famiglie.

I media, i governi e le organizzazioni umanitarie mondiali tacciono come se questo “accordo di pace” con i talebani fosse legittimo. Non è mai stato legittimo.  Se i talebani hanno preso il sopravvento, vieteranno anche ogni arte, spoglieranno i diritti delle donne, saremo spinti nell’ombra delle nostre case e delle nostre voci, la nostra espressione sarà soffocata.

Non capisco questo mondo. Non capisco questo silenzio. Io resterò a combattere per il mio paese, ma da sola non ce la faccio. Ho bisogno di alleati/e.

Per favore aiutateci a far sì che questo mondo si ‘preoccupi di quello che ci sta succedendo.

Siate le nostre voci fuori dall’Afghanistan. Non avremo accesso a internet o a nessuno strumento di comunicazione. Per favore per quanto potete condividere questo fatto con i vostri media e scrivete di noi sui vostri social. Il mondo non dovrebbe voltarci le spalle, aiutateci.

Sahraa Karimi, صحرا كريمي”

https://www.ansa.it/sito/videogallery/mondo/2021/08/15/afghanistan-anche-la-regista-sahraa-karimi-in-fuga-dopo-larrivo-dei-talebani-a-kabul_78143e9d-0b25-4e9e-a7a1-a5aa69507a29.html

Napoli-Venezia: la cazzimma l’amma tene’

di Maria Labanchi

Ha conquistato i primi tre punti di questo campionato 2021-22 il Napoli di Spalletti che ha potuto riabbracciare per la prima volta dopo l’”era Covid” i propri tifosi allo stadio Maradona, con un esordio che nonostante qualche errore ha confermato quanto di buono è stato fatto durante la preparazione estiva.

La formazione azzurra è infatti partita forte sin da subito, con Osimhen che, come da qualche mese a questa parte ci ha abituati a vedere, ha trascinato i suoi, tirando svariate volte in porta e riuscendo a far pressione sugli avversari, almeno fin quando al 23’ la sua espulsione per un fallo su Heymans ha per un attimo dato l’impressione di dover mettere tutto in discussione. Ed in effetti dopo questo episodio e fino allo scadere dei primi 45 minuti non c’è stata nessuna occasione particolare né da una parte né dall’altra, anche perché gli azzurri hanno dovuto pensare a come riorganizzarsi per sopperire all’assenza della propria “punta di diamante”.

Nel secondo tempo però, dopo dei primi dieci minuti pieni di cartellini, le cose si sono fatte più interessanti: un fallo di mano di Caldara ha infatti procurato un rigore ai padroni di casa, tirato e mancato da Insigne. Al 61’, stessa dinamica per l’assegnazione (anche se con ammonizione per Ceccaroni che ha compiuto il fallo, a differenza dell’occasione precedente) e stesso tiratore, che questa volta però non ha sbagliato, regalando il vantaggio ai suoi. Buon esordio in questa partita anche per Lozano che, appena rientrato dall’infortunio subito in nazionale, ha fornito l’assist per il raddoppio di Elmas che ha chiuso i conti con un bilancio tutto sommato positivo per gli azzurri.

Resta comunque chiaro che ci sia ancora del lavoro da fare per rimettere completamente “in carreggiata” questa squadra, come evidenziato anche dal tecnico in conferenza stampa, ma è anche bene tener presente che gli azzurri hanno saputo restare a porta inviolata nonostante l’inferiorità numerica e non si sono lasciati scoraggiare da un singolo episodio come il rigore andato male, cosa che forse prima accadeva forse un po’ troppo spesso. Anche se probabilmente è veramente troppo presto anche solo per dare un giudizio provvisorio, pare che questa partenza col piede giusto sia stata molto incoraggiante. E se da un lato chi ben comincia è a metà dell’opera, dall’altro però non bisogna mai sedersi sugli allori, anzi è necessario continuare a lavorare sempre a testa bassa e cercando di fare del proprio meglio. Come detto anche da Spalletti nell’intervista post partita, bisogna che questa squadra abbia la sua identità e la sua forza e, per citare testualmente, “La cazzimma l’amma tene’” sembra proprio il leitmotiv che dovrà accompagnare questo gruppo fino alla fine della stagione.

Gruppo che ormai, a poco meno di dieci giorni dalla fine di calciomercato, dovrà compattarsi ancora di più visto che, almeno per il momento, non sembrano esserci più innesti in vista. Anche se a questo punto non pare improbabile possano esserci altre sorprese, visto l’”affare” Juan Jesus concluso in pochissime ore la settimana scorsa, giorni caldi anche per la presentazione della divisa con ben due nuovi sponsor di tutto rispetto. Resta però ancora da capire che ne sarà della questione Insigne, dato che, come filtrato dalle parole di allenatore e compagni di squadra e dal comportamento dello stesso giocatore che allo scadere dei 90 minuti non ha esitato a condividere la propria gioia con i ritrovati tifosi, l’intenzione pare sia ancora quella di essere un leader per il gruppo e una bandiera per la città. E a questo punto la parola passa alla società, perché rimanere ancora indifferenti di fronte a tutto questo, a lungo andare, non potrà far altro che incrinare i rapporti.

Afghanistan, il rischio dell’inizio della fine!

Cosa facciamo adesso? Alziamo l’ennesimo, inutile grido di sdegno in modo da lavarci quella coscienza che per vent’anni ha dormito beata ignorando il fuoco sotto la cenere? O quale altra scelta faremo per garantirci l’alibi per poter girar la faccia dall’altro lato ignorando il pericolo che si sta materializzando all’orizzonte per la nostra civiltà?

Certo, le immagini forti colpiscono. Il dramma che si sta vivendo in queste ore in Afghanistan lo seguiamo come un film. Ma ci rendiamo conto del terrore vivo che corre nelle vene delle persone, prime tra tutte le donne, nel rivedere il volto feroce del potere talebano? No, non potremmo mai farlo. Troppo lontane le logiche che spingono verso un emirato islamico dal cupo profumo di terrore, distanti ma maledettamente vere. E siamo solo all’inizio. Si, perché occorre tener presente come questo ritorno, dopo un ventennio in cui ci si era illusi di poter domare il mostro, non è altro che un fantastico energizzante per tutti gli estremismi che hanno come obiettivo la distruzione del mondo moderno e l’esaltazione del più feroce radicalismo.

E intanto vent’anni son stati resi vani. Quanti interessi si nascondono dietro il più drammatico fallimento dell’illusione di esportare democrazia con un occhio (e la tasca) ai tornaconti del potere? Non lo sapremo mai. Di certo quelle terre lontane sono uno scacchiere problematico e complesso che lascia uno spazio enorme a chi, rifacendosi a ideali religiosi portati all’esasperazione, tenta di riportare le lancette del tempo indietro di secoli. Questo però per la massa, per quel popolo generico che deve rimanere ignorante per garantire l’assoluta sudditanza a chi invece ben conosce la forza dei nuovi mezzi e del potenziale che il progresso garantisce. Ma deve essere un popolo sempre più numeroso per tener alta la tensione, un gregge da assicurarsi attraverso il controllo di territori sempre più vasti e con l’idea, mai sepolta, di arrivare nelle nostre strade e nelle nostre case. Roma non è un miraggio, è un obiettivo!

E torniamo alla domanda di prima: cosa facciamo adesso? Assistiamo inermi a nuove ondate di profughi che tendono a mimare il nostro sistema celando tra tanti poveri disgraziati armi che respirano e parlano? O ci affidiamo al “buon cuore” di altre latitudini per garantirci una lenta agonia che non sia troppo violenta? Magari tenteremo colloqui di pace con chi la pace nemmeno vuol saper cosa sia. Le diplomazie di muoveranno, ognuna chiusa ancora una volta negli interessi che cela? L’Europa, quella cosa geografica che nulla di politicamente serio rappresenta se non per i ragionieri burocrati di Bruxelles, prigionieri anch’essi di un’illusione di eternità e potere economico, rimarrà ancora a guardare come si corrode la propria identità attraverso il più massiccio e celato conflitto mondiale che mai sia scoppiato?