Napoli-Bologna: difesa d’oro, mentalità vincente

di Maria Labanchi

Torna alla vittoria e in vetta alla classifica a pari punti con il Milan il Napoli di Spalletti, il quale ha assistito alla partita dalla tribuna a causa dell’espulsione ricevuta alla fine dell’incontro con la Roma. Nonostante l’assenza fisica del tecnico toscano le sue idee di gioco sul campo sono state sempre ben visibili, con i partenopei che fin da subito hanno iniziato ad attaccare gli avversari e cercare di dominarli. 

Già dal 18’ si sono infatti trovati in vantaggio con una “classica” rete di Fabián Ruiz dal limite dell’area. Gli azzurri però non si sono fermati qui, anzi hanno continuato ad attaccare fin quando, a pochi minuti dalla fine della prima frazione di gioco, un Var review ha determinato l’assegnazione di un calcio di rigore proprio per i padroni di casa. E dal dischetto questa volta Insigne non si è lasciato beffare dalle emozioni, regalando il raddoppio ai suoi e confermando di essere il rigorista della squadra, a prescindere dall’esito delle sue “performance”. 

Anche se non in gol per questa giornata, Osimhen è stato comunque protagonista del match tentando non solo diversi tiri in porta (soprattutto nel secondo tempo), ma anche procurando il secondo rigore per i suoi allo scoccare dell’ora di gioco. E per la seconda volta Insigne ha trovato l’angolo giusto per poter superare Skorupski, allontanando ulteriormente quella pioggia di critiche che gli era piombata addosso dopo il terzo rigore sbagliato sui 5 calciati in questa stagione. Come se non bastasse, gli azzurri hanno comunque continuato a cercare il gol, ma soprattutto la loro difesa è rimasta nuovamente imbattuta, mantenendo il titolo di migliore d’Europa insieme a quella del Chelsea, anche grazie a due certezze come Koulibaly e Di Lorenzo che fino a questa giornata non hanno saltato neanche un minuto dando a questo reparto non solo una continuità, ma anche la compattezza che spesso è mancata nelle passate stagioni. 

Continuano ancora a crescere i numeri positivi che riguardano questa squadra: oltre ad essere una delle imbattute in Europa dopo ben dieci partite giocate in campionato, risalta agli occhi il fatto che Ospina, tra Napoli e nazionale colombiana, non subisca gol da 647 minuti. E tra le grandi conferme c’è stato anche un gradito ritorno in campo nella fase finale del match per Ghoulam, reduce dall’ennesimo infortunio che lo tiene lontano dal campo da marzo. 

Nonostante tutte queste ottime premesse, però, gli azzurri ci tengono comunque a sottolineare che non pensano ancora allo scudetto, ma che l’importante per fare bene è focalizzarsi su una partita alla volta e provare a vincerle tutte. Ed è probabilmente questo aspetto su cui Spalletti ha senz’altro lavorato tantissimo a livello psicologico che ha permesso un cambiamento così radicale nell’atteggiamento del gruppo; essere convinti di poter battere qualsiasi avversario, o almeno provarci in tutti i modi, è un miglioramento da non sottovalutare per una squadra che fino all’anno scorso aveva abbastanza peccato da questo punto di vista. 

Sembra infatti evidente che uno dei tanti progressi consista proprio nel fatto che i partenopei, a prescindere dal momento in cui scendono in campo, riescano a non essere più dipendenti dai risultati degli avversari, cosa che negli scorsi anni aveva avuto sempre un certo peso sul loro rendimento, portandoli spesso a sbagliare proprio per la paura di farlo o di non riuscire a reggere il confronto.

Essere consapevoli delle proprie capacità e punti forti è quindi il primo passo che questo gruppo ha compiuto verso un rendimento sin qui quasi impeccabile nonostante il ritmo serratissimo tra una partita e l’altra: la prossima si giocherà infatti già questa domenica, contro un avversario insidioso come la Salernitana alla ricerca della vittoria per fare punteggio, in un derby che sicuramente prometterà spettacolo. 

Riforma elettorale: breve storia schizofrenica

di Raffaele Lauro *

 1. I risultati delle recenti elezioni amministrative hanno certificato, al di là degli illusori trionfalismi dei presunti vincitori e delle miopie autoreferenziali dei sicuri perdenti, che l’unico allarmante vincitore sia stato l’astensionismo, testimone inoppugnabile del logorato rapporto di fiducia tra corpo elettorale e partiti, tra cittadini e istituzioni.

Senso di responsabilità e consapevolezza della gravità di un problema, che minaccia la stessa democrazia repubblicana, avrebbero imposto, da subito, l’apertura di un serio confronto-dibattito, dentro e tra i partiti, sulle molteplici cause, politiche, economiche e sociali, di questa involuzione democratica, con una presa di coscienza, seppur tardiva, degli errori commessi e dei possibili recuperi di una dialettica, finora negletta. Niente affatto! É ripresa, as usual, la rissosità tra i partiti della cosiddetta maggioranza e quelli dell’opposizione, nonché all’interno di ciascun partito, tra le cosiddette leadership “residuali” e le rispettive minoranze interne, con spinte centrifughe, che rendono ancora più complessa la gestione del governo Draghi, nella fase di definizione della legge di bilancio. E lasciano intravedere, purtroppo, a livello parlamentare, la babele e le sorprese del voto segreto, per non dire altro, che caratterizzeranno, mortificandola, l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Paradossalmente l’effetto Draghi, un effetto-verità, sta portando alla luce del sole i dissidi e le contraddizioni irrisolte all’interno di ciascuno partito e delle obbligate coalizioni. Ha scoperchiato, magari senza volerlo, gli ipocriti sepolcri della disgregazione partitica in atto. Al contrario, il dibattito é occupato dalla riforma della legge elettorale, con il noto refrain, supportato dai soliti studiosi di parte, sulla necessità di garantire il binomio governabilità/rappresentatività con un ritorno al proporzionale o, sul fronte opposto, con un ulteriore rafforzamento del maggioritario. Allora vale la pena di ricostruire, in breve, la storia delle numerose riforme del voto degli ultimi trent’anni, caso unico nel mondo occidentale, espressione di una schizofrenia partitica, che non ha garantito l’enfatizzata stabilità, tantomeno la più ampia rappresentatività del corpo elettorale.

2. Va detto in premessa che i governi uscenti, nonché le maggioranze che li sostengono, in genere coalizioni, tentano di mettere mano alla legge elettorale per adattarla alle proprie prospettive di vittoria e di consolidamento del proprio potere, fondate su sondaggi di opinione o su risultati elettorali amministrativi di mezzo termine, non del tutto favorevoli. Non fu questa la ragione prevalente che spinse Alcide De Gasperi a proporre, nel 1953, una riforma elettorale in senso maggioritario rafforzato (65% dei seggi alla Camera al partito che avesse superato il 50% dei voti), quanto, piuttosto, la preoccupazione, rivelatasi nel tempo profetica, che un sistema elettorale proporzionale puro, allora vigente, con una soglia di sbarramento minima (1,5 %), avrebbe portato alla proliferazione partitica e alla messa in pericolo, nel clima della guerra fredda, della stessa continuità democratica, costringendo il partito di maggioranza relativa, la DC, ad allearsi con la destra postfascista e monarchica. De Gasperi aveva visto giusto, né alcuno poteva sospettare che avesse pulsioni totalitarie, a somiglianza del passato (Legge Acerbo del 1924). Tuttavia, il partito comunista, bollando propagandisticamente quella proposta, come una “legge truffa” e insulto alla democrazia rappresentativa, riuscì a bloccare l’iniziativa. Una sconfitta, per De Gasperi, che portò anche al tramonto (e alla scomparsa!) del grande statista e leader democristiano. Per cui, tutti i numerosi governi, anche balneari, molti di durata annuale o di apertura a sinistra, le coalizioni e i compromessi, storici o meno, nell’arco temporale dal 1953 al 1993, hanno testimoniato, vigente il proporzionale puro con tre preferenze, la debolezza degli esecutivi, l’incapacità di azioni riformatrici incisive, anche di rango costituzionale, estenuanti trattative sui programmi, concessioni a partiti minori, l’assemblearismo parlamentare e gli aggiustamenti permanenti su ogni singola norma di legge, il fallimento dei tentativi di riforma della Costituzione, fino alla crisi della prima repubblica, dovuta alla degenerazione correntizia, ai finanziamenti illegali e alla conseguente tangentopoli, nonché la scomparsa o la trasformazione di quasi tutti i partiti storici. Nel pericoloso deserto di guida politica che si era venuto a creare, alla sbarra fu chiamato l’imputato principale: il sistema elettorale proporzionale puro. Da allora ad oggi, quindi, si è manifestata un’ossessione politica sulle riforme elettorali, in realtà un alibi, in una continua oscillazione di pendolo tra i due sistemi, il proporzionale o il maggioritario (alcune riforme abortite, perché giudicate incostituzionali!), più o meno corretti, più o meno temperati, più o meno bilanciati. Fino all’ultimo che ha portato, con i risultati delle elezioni del 2018, alla paralisi tra forze parlamentari equivalenti, al trionfalismo populista e ad una legislatura disgraziata. Con lo stupore di dover registrare, tra i politologi, cantori dell’uno o dell’altro sistema elettorale, disinvolti cambi di rotta, dettati, oggi, da convenienze partitiche contingenti.

3. Il balletto sulle riforme elettorali prende l’avvio nel 1991, con un referendum elettorale, che modifica da tre a una le preferenze per le elezioni della Camera dei Deputati. Nel 1993, un altro referendum determina il passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario, con il cosiddetto “Mattarellum”, dal nome del deputato relatore della legge di riforma, Sergio Mattarella. Segue, nel 2005, il cosiddetto “Porcellum”, ispirato dal leghista Roberto Calderoli e varato unilateralmente dal centro destra, a trazione berlusconiana. Nel 2015, spunta un “Italicum”, bocciato dalla Corte Costituzionale. Da ultimo, nel 2017, viene approvato, come riforma del “Porcellum”, giudicato fuorviante e scandaloso, il cosiddetto “Rosatellum”, mediato e congegnato, tra il maggioritario e il proporzionale, dal deputato del partito democratico, Ettore Rosato. Quest’ultima riforma elettorale, che ha disciplinato le elezioni politiche del 2018, con i risultati che conosciamo, occupa, artificialmente, il dibattito attuale, oggetto di contrapposte aspirazioni, da parte delle obbligate coalizioni, in relazione anche allo sconsiderato e demagogico taglio dei parlamentari, varato senza un’adeguata cornice costituzionale. Taglio che ha scardinato i già precari equilibri, a garanzia della stabilità e della rappresentatività. La crisi della rappresentanza del ceto politico italiano, infatti, ha radici molteplici e non sarà risolta con nuovi artifizi elettorali, più o meno condivisi tra i partiti. Come non è stata risolta in passato. La schizofrenia partitica sulle riforme dei sistemi elettorali costituisce l’effetto, non la causa della crisi. Anche su questo aspetto, comunque, peserà la cartina di tornasole delle prossime elezioni presidenziali, per il Quirinale, le cui modalità e risultati potrebbero sparigliare e nientificare tutti i calcoli del presente sull’ennesima riforma elettorale.

(*) Segretario Generale di Unimpresa

Roma-Napoli: pareggio senza rimpianti

di Maria Labanchi

Primo pareggio stagionale in campionato per il Napoli di Spalletti ottenuto dopo una sfida bella ma complicata contro la Roma di Mourinho. Un risultato, questo, che ha portato gli azzurri a dover condividere il primo posto con il Milan, a 7 punti di distanza dall’Inter seconda. 

Già dai primi minuti la partita è parsa piuttosto concitata, con la Roma che per prima ha cercato di avvicinare la rete avversaria; il primo tiro in porta veramente pericoloso del Napoli, invece, è arrivato dopo un’ammonizione a Mourinho per proteste dopo la decisione dell’arbitro di assegnare un calcio di punizione ai partenopei. E per i giallorossi è stato Abraham a replicare, nonostante i problemi fisici che l’avevano quasi portato alla sostituzione qualche attimo prima. Per gli azzurri, invece, è stato Osimhen a cercare il vantaggio soprattutto in due occasioni, trovandosi però in entrambi i casi in fuorigioco. 

Nel secondo tempo i partenopei sono ripartiti ancora dall’inarrestabile Osimhen, che quasi allo scoccare dell’ora di gioco ha colpito un palo e poi una traversa. Da questo momento in poi il ritmo della partita ha cominciato ad aumentare, arrivando addirittura alla clamorosa espulsione del tecnico giallorosso che ha dovuto seguire il resto della sfida dalla tribuna.

All’88’ Osimhen pareva aver finalmente sbloccato il risultato di testa, ma ancora una volta era in fuorigioco. Il lavoro dell’arbitro è inoltre continuato anche dopo il triplice fischio, con un’espulsione per Spalletti dopo che aveva applaudito proprio nei confronti del direttore di gara, gesto interpretato come ironico da quest’ultimo. 

E, nella cornice di uno stadio quasi pieno (comunque con le disponibilità tutte esaurite), purtroppo non sono mancati nemmeno i soliti cori e versi beceri e razzisti, stavolta quasi passati inosservati (la questione è stata infatti liquidata con una semplice multa da 10.000€ alla società giallorossa), come pure una polemica per un fallo di Cristante su Anguissa in area di rigore che l’arbitro non è nemmeno andato a rivedere al Var.

Insomma, anche se gli azzurri non sono riusciti a conquistare la nona vittoria di fila, il pareggio non pare avergli lasciato l’amaro in bocca, poiché entrambe le squadre hanno giocato ed attaccato con personalità in una sfida tutto sommato equilibrata. Ed è importante evidenziare che, con la porta rimasta inviolata anche ieri sera, sono solo 3 i gol subiti dai partenopei arrivati quasi a metà del girone d’andata. 

Anche se di reti non ce ne sono state, è innegabile che gli azzurri abbiano provato a fare risultato; forse avrebbero dovuto cercare più spazio tra la fila romane per riuscire ad arrivare più spesso sotto porta. L’importante però è che siano riusciti a tenersi stretto almeno un punto, necessario per rimanere in vetta della classifica e mantenere un certo distacco dalla seconda classificata. Anche se adesso bisognerà prestare maggior attenzione al Milan, il campionato è ancora lungo e solo il tempo potrà aiutare a capire chi effettivamente sia in corsa per lo scudetto e chi magari non ce la farà fisicamente.

Certo è che la striscia di risultati positivi continua e bisognerà stare attenti a non cascare in nessuna trappola tesa dalle squadre che hanno più bisogno di vincere in questo momento, anche perché nonostante le distanze in termini di punti non è detto che terza, quarta e quinta classificata non possano sfruttare dei passi falsi delle capolista per recuperare terreno.

Probabilmente è in questo momento più che mai che si potrà scoprire quanto e se questo Napoli ha davvero carattere, anche perché prossimamente si troverà a sfidare tutte le squadre che negli scorsi anni l’hanno messo maggiormente in difficoltà, a cominciare dal Bologna giovedì prossimo.

Scuola: solo chiacchiere mentre i problemi restano

Forte denuncia del Segretario Nazionale dell’UGL Scuola che sottolinea come alle tante parole non sono seguiti i fatti, mentre i docenti rimangono tra i peggio pagati in Europa e il turn over continua a rimanere una chimera.

L’UGL Scuola, naturalmente attenta alle azioni messe in campo per risolvere i problemi e indirizzarsi verso quella svolta a cui il Ministro Bianchi fece cenno all’inizio del suo mandato, non può che trarre amare conclusioni a distanza di tempo e ad anno scolastico avviato.

“Doveva essere l’anno del cambiamento, sia per le problematiche derivanti dal Covid che per quelle messe drammaticamente in evidenza proprio dal Sars-Cov2 e invece ci troviamo al cospetto dell’ennesimo “bla bla bla” privo di sostanza e di fatti”.

Questa la considerazione espressa, senza mezzi termini, dal Segretario Nazionale dell’UGL Scuola, Ornella Cuzzupi, che non lesina critiche ad un’azione governativa improntata su “ritornelli già conosciuti”.

“Certo, – continua il Segretario – si tratta proprio del solito ritornello che lascia immaginare imponenti interventi per poi perdersi nel nulla. In altre parole ci troviamo al cospetto della solita montagna che partorisce il topolino. Se analizziamo quanto sinora messo in cantiere ci accorgiamo come nessun problema strutturale della scuola è, non dico risolto, ma nemmeno in prospettiva di definizione. Invece di dilettarsi ad immaginare nuove didattiche in modo vago e approssimativo, il Ministro Bianchi non sfugga al confronto da noi più volte richiesto sui temi più scottanti: edilizia scolastica, urgenti misure per limitare il numero degli studenti per classe, interventi per migliorare la qualità dell’aria nei plessi, ricerca di soluzioni rapide per i problemi quotidiani e “Piano d’Interventi” per il futuro”.

In pratica, ancora una volta, l’UGL Scuola traccia con precisione le criticità presenti aggiungendo altri tasselli ad un puzzle che il Dicastero non riesce a definire.

“Sono tantissime – dice ancora Cuzzupi – le cattedre rimaste vuote a fronte di un bacino infinito di aspiranti preparati e specializzati in perenne attesa di essere inquadrati a tempo indeterminato. Gli stessi fondi che verranno stanziati nella legge di bilancio per prolungare i contratti del cosiddetto organico Covid, in un simile scenario, appaiono anacronistici e privi di prospettiva. Si ritarda, colpevolmente nell’individuazione dei posti vacanti relativi al personale docente, amministrativo, tecnico e ausiliario con grave pregiudizio verso la funzionalità dell’istituzione e la platea di studenti che vengono così privati delle necessarie risorse atte a rispondere alle normali esigenze”.

Sull’assenza di realismo, Ornella Cuzzupi è diretta “Non dimentichiamo che a fronte di un necessario ricambio generazionale, tra l’altro tanto sbandierato dal Governo, occorre prendere atto che si continua a penalizzare il comparto con leggi restrittive riguardanti i pensionamenti, in scadenza il prossimo 31 ottobre, limitando così l’uscita dal lavoro di tanti addetti che potrebbero dar vita ad un turn over utile e, aggiungerei, necessario. Tutto ciò mentre studi di settore evidenziano come i nostri docenti hanno le retribuzioni abbondantemente dietro la media europea, evidenziando come la stessa anzianità di servizio non corrisponde a un naturale adeguamento di stipendio. Il comparto è stanco e l’UGL Scuola sta valutando le azioni da intraprendere per smovere quest’assurdo e pericoloso immobilismo”. 

Napoli-Legia Varsavia: prima vittoria europea

di Maria Labanchi

Prima vittoria stagionale in Europa League per il Napoli di Spalletti, che è riuscito a battere il Legia Varsavia capolista del suo girone arrivando così a ricoprire la seconda posizione a pari punti con il Leicester. Nonostante delle statistiche assolutamente favorevoli ai padroni di casa (71% di possesso palla, 18 calci d’angolo battuti e 10 tiri in porta), ci sono voluti ben 75 minuti affinché gli azzurri riuscissero a conquistare il vantaggio e a triplicarlo. 

Questa sfida ha visto inoltre il ritorno da titolari di Mertens e Demme, entrambi reduci da infortuni che li hanno tenuti lontani dal campo per mesi, reagendo più che positivamente alla scelta dell’allenatore.

In realtà il turnover è stato molto più ampio, se si considera che rispetto ai soliti titolari solo tre erano presenti al fischio d’inizio: gli “insostituibili” Insigne, Koulibaly e Di Lorenzo.

Protagonisti della prima frazione di gioco sono stati soprattutto Mertens e Lozano, che più volte hanno cercato la conclusione personale, con la squadra di casa che ha completamente sovrastato gli ospiti polacchi concedendogli una sola occasione realmente pericolosa sotto porta. 

L’assedio partenopeo è continuato anche durante il secondo tempo, ma finalmente, dopo mezz’ora di gioco e un palo per il Legia, Insigne ha sbloccato il risultato con una prodezza dal sapore di riscatto dopo il tanto criticato rigore sbagliato di domenica scorsa contro il Torino.

La seconda “bomba” è stata sganciata da Osimhen con un pallonetto partito da posizione di fuorigioco, ma sono bastati solo pochi secondi affinché il nigeriano si ripetesse su assist di Insigne, questa volta senza irregolarità.

Quasi allo scadere dei 5 minuti di recupero anche Politano ha voluto lasciare la sua firma su questa sfida, di sinistro e con obiettivo angolo della rete. 

Oltre al successo, questa vittoria sembra aver cancellato definitivamente alcuni malumori che avevano lasciato un po’ perplesso il pubblico la scorsa settimana: emblematico di questa partita è stato sicuramente l’abbraccio tra Insigne e Spalletti dopo la sostituzione, quasi come se il capitano azzurro avesse voluto ringraziare l’allenatore per la fiducia riposta in lui e probabilmente rassicurare il pubblico sulla sua permanenza, anche se il giocatore stesso rimane abbastanza vago sul suo futuro delegando tutto l’aspetto della contrattazione al suo procuratore. 

Dopo più di 10 partite giocate dall’inizio di questa stagione, ciò che sicuramente non può non essere evidente è che questa squadra, oltre alla convinzione che aveva perso da un po’, ha ritrovato anche tanta serenità sia in campo che fuori, aspetto che sicuramente sta permettendo di costruire molto di più e meglio rispetto al passato. Anche la complicità nel gruppo sembra essere diversa, con i compagni di squadra che si incoraggiano e sostengono a vicenda pure nelle varie interviste e dichiarazioni pre e post partita. Insomma, se questo è una sogno non svegliateci verrebbe da dire, perché se la squadra continuasse ad avere questo rendimento potrebbe andare dove vuole, a patto che resti coi piedi per terra e che non si faccia sopraffare dagli impegni che si moltiplicano.

Un fattore fondamentale per questa riuscita potrebbe senz’altro essere anche il progressivo recupero di vari “pezzi mancanti” a questo puzzle, tra cui Mertens e Demme, che sicuramente potranno essere decisivi quando a gennaio elementi come Koulibaly, Anguissa e Osimhen partiranno per la Coppa d’Africa. 

E quella contro la Roma di domenica prossima sarà una prova del nove in tutti i sensi: sul campo dell’Olimpico, infatti, gli azzurri proveranno a battere il loro stesso record e portare a casa la nona vittoria di fila contro i giallorossi (reduci da due pesanti sconfitte consecutive) che sicuramente non esiteranno a mettergli i bastoni tra le ruote. 

Amministrative: ha perso la politica.

Questa tornata elettorale ha, praticamente, confermato quello che già era stato l’indirizzo del primo turno. Il dato più evidente è l’astensionismo, un elemento d’assoluta importanza che impone attente riflessioni che coinvolgono la vita democratica e il ruolo che i partiti svolgono. Il 10% in meno di votanti rispetto al già deprecabile dato del primo turno è un segnale che non si può né sottovalutare, né, tantomeno, liquidare con poche battute e con il solito “tira a campare”. Nessuno festeggi e ostenti trionfalismi, siamo in presenza di una profonda crisi della politica che coinvolge tutto il quadro parlamentare.

Non ci sono vincitori. E anche chi risulta eletto rappresenta ben poca cosa considerando le platee possibili. Il Centro sinistra, di fatto, conferma quello che aveva anche prima. Milano, Bologna e le stesse Torino e Roma (che avevano l’immagine del M5S) erano tutte città non governate dal Centrodestra. Quest’ultima coalizione, però, vede naufragare le speranze d’affermazione plateale nella mancanza di univocità di voci e, soprattutto, nelle battaglie, spesso inutili, portate avanti immaginando chissà quali ritorni di consenso e non accorgendosi che il Paese guardava da tutt’altra parte.

Per la verità nel Centrodestra il vecchio leone Berlusconi è il solo che ha confermato il proprio fiuto nell’intercettare l’orientamento del Paese e ha cercato d’indirizzare gli alleati verso una più concreta azione propositiva. Gli altri due leader – uno per evidenziare la propria distanza dall’esecutivo, l’altro per cercar di non perdere troppi colpi stando al Governo – son riusciti a limitar sé stessi nell’immaginario degli elettori che hanno, con una tale astensione, dimostrato come preferiscono affidarsi alla guida di chi decide e impone piuttosto che dare fiducia a chi naviga in una sorta di confusione e lontano dall’animo vero del Paese.

E qui arriviamo a Draghi. In un articolo molto interessante, uscito sul Giornale, Raimondo Cubeddu, professore di Filosofia Politica a Pisa, attribuisce al Primo Ministro una parte della disaffezione al voto, considerato come le figure politiche appaiono ben poca cosa al suo confronto. Un’analisi spietata, ma che contiene una gran parte di verità.

Il buon Super Mario, con il suo fare, ha di fatto reso palese oltre misura le incongruenze della classe politica, la quale è riuscita non solo a confermarne l’idea ma anche a darle forza e vigore. Le scelte fatte in questi mesi dai leader sono apparse del tutto insignificanti agli occhi dell’elettorato. Quel che conta è cosa fa Draghi, come lo fa e che decide. Ecco, la decisionalità è ormai ad appannaggio del solo Presidente del Consiglio e dei suoi uomini più fidati che, guarda caso, non sono politici di professione (a parte qualcuno che però si guarda bene dall’ostentarlo).

Tutti i politici rischiano, in questo momento, di apparire persino folkloristici nel loro esibire posizioni che, comunque, non incidono più di tanto o temi il cui interesse della gente è poco o nulla. Il Paese ha necessità di certezze e di sicurezza nel mentre gli spettri della crisi economica (che non è passata per niente) si agitano furiosi. La Meloni ha dalla sua almeno la coerenza di esser rimasta fuori dalla grande coalizione in cui uno solo decide, ma a parte questo anche il suo incedere non è riuscito a dare il senso certo di guida sicura di cui parlavamo. Soprattutto in una tornata, quella Amministrativa, dove neanche l’interesse locale ha smosso più di tanto la gente.

E dunque? Il problema non è di semplice soluzione. O si propongono prospettive credibili e serie oppure la gente sarà ben contenta di avere un uomo al comando che, seppur con molta nebbia, riesce a trasmettere un certo ottimismo per il futuro.

Crisi di Governo? Assolutamente no. Non ci sono le condizioni per farlo. Nessuno sarebbe ora in grado di spiegarlo in maniera credibile e men che mai se ne comprenderebbe il senso se non per dar forza all’idea di trovarsi di fronte all’ennesimo tentativo di rovinare il Paese per propri tornaconti.

In questi mesi che ci separano dalla scadenza naturale della legislatura ai politici più importanti occorrerebbe fare un bagno di umiltà e tornare a parlar di fatti e idee, di progetti e prospettive, rimarcando le differenze tra loro e spiegandone motivi e linee. Il tutto tenendo i piedi ben saldi per terra, tornando a respirare per davvero la polvere dei marciapiedi e non solo per aggraziarsi una folla senza seguito.

Oggi ha vinto solo Draghi e quel che rappresenta. Oggi ha perso la politica!