La violenza nelle piazze e il peso delle parole

No, proprio non ci siamo. Attaccare una sede sindacale, di qualsiasi ispirazione sia, è un pericoloso segnale di una deriva a cui occorre mettere al più presto freno. Gli anni di piombo, periodo in cui il Sindacato fu spesso vittima di azioni feroci e poi elemento indispensabile per la tenuta democratica, trassero linfa dalle tensioni sociali, dalle manifestazioni di piazza e, quindi, dalle lacerazioni imposte da una balorda teoria degli estremismi che riaprì ferite ancora non del tutto rimarginate ed esaltò ideologie anacronistiche e deleterie. Il risultato di questo furono oltre 400 vittime e un Paese in preda alla paura.

Oggi abbiamo, paradossalmente, una situazione che si avvicina sempre più alle caratteristiche di allora. La pandemia, la gestione della stessa, una classe politica obiettivamente scarsa ha determinato un substrato che può rivelarsi fertile nel far crescere certi fenomeni. Se a questo si aggiunge la deflagrante capacità di una parte dei media nel riportare alla luce terminologie e immagini assolutamente anacronistiche, allora il mix diventa esplosivo e si presta a una riproposizione di tempi passati.

In altre parole, nel mentre si concretizzava una sciagura planetaria, il nostro Paese – anche grazie a operazioni di demolizione politica rivelatesi faziose e inique – si è ritrovato in un contesto nel quale, a gestire un momento tanto complesso, vi era un esecutivo non all’altezza, privo di una realistica visione di sistema e basato troppo sull’apparire e molto poco sui fatti.

A questo si aggiungano le lobbie – a cui tanti operatori dei media fanno, coscientemente o meno, riferimento – che stanno scatenando, per motivi vari, l’esaltazione della divisione.

Il richiamo inopportuno a idee superate e lontane; il tradurre fatti e parole secondo il proprio interesse politico; indicare gli avversari come pericolosi nostalgici; tutto ciò negli ultimi mesi è stato un tale, continuo refrain che ha prodotto, per le frange più inquiete, un pericoloso clima d’esaltazione e un attraente sistema per mostrarsi.

Lo stesso avvento di Draghi, presentato come “solus salvator” affinché non fosse messo in crisi lo status del momento (gradito a chi?) ha contribuito a scatenare una sorta di guerra di successione senza etica e riguardo per uomini e intelligenze.

Il Green Pass, i vaccini, le situazioni legate alla pandemia sono temi da affrontare con estrema serietà e senza partigianerie ma, in questo caso, paiono utilizzati a mo’ di alibi per creare agitazione e divisioni.

Con ciò non vogliamo attribuire l’accaduto unicamente a un certo, discutibile, modo di raccontar le cose, ma di sicuro tale esercizio si sta rivelando proficuo a creare una tensione che, in questo momento, ha il solo senso d’impedire al Paese d’esprimersi senza paura.

E qui è la vera sostanza del problema. Il tentativo d’inoculare nella gente il terrore di un cambiamento che potrebbe portare verso orizzonti diversi da quelli oggi al potere.

Questo, se da un lato provoca un raggelante immobilismo (a taluni comunque gradito), dall’altro scatena l’esaltazione delle fazioni più radicali che intravedono, così, il sistema per ricavare linfa vitale e rigenerare la propria violenta follia.

Circa venticinque anni fa un certo imprenditore, con tutti i suoi limiti, riuscì a convogliare su di sé la speranza di un Paese, frustrato da iniziative troppo feroci per essere genuine, garantendo la concezione parlamentare dello Stato.  

Oggi, se non si da al più presto voce al Paese evitando che subisca ulteriori pressioni, ci avvieremo verso una fase di tale imprevedibilità e violenza le cui ricadute rischieranno di pesare molto a lungo e tanto sulla nostra gente.  

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