Libertà di stampa tra sensazionalismo ed etica

Le dichiarazioni del sen. Monti in merito ad un’informazione da porre sotto controllo in modo da dosare le notizie da portare all’opinione pubblica, se da un lato sconcertano – visto che a farle è un esponente parlamentare di quella Repubblica democratica che è l’Italia – dall’altro sollevano spunti di riflessione che, superata la fase idiota delle affermazioni, occorre affrontare.

Ci riferiamo al modo con cui si raccontano le cose, a ciò che si trasmette per accaparrarsi visibilità e come, spesso, si sfrutta il mezzo per meri interessi di parte.

Certo, questa è una questione molto delicata e di non semplice soluzione, ma, approfittando dello scivolone di quel che fu uno degli “unti dal potere” (che dribblando ogni confronto democratico riuscì a sedere sul soglio di Presidente del Consiglio), adesso è il momento di delineare il problema in modo da identificarne soluzioni e relative azioni.

I media sono, per natura, lo strumento per veicolare un modo di leggere la realtà e quel che ne deriva. L’assoluta necessità di pluralismo e libertà nasce proprio dal dover avere elementi di confronto che possano poi condurre verso una visione personale di chi riceve l’onda informativa. Ma il punto di vista espresso da chi narra è scevro da secondi fini o da stimoli derivanti da specifici interessi?

Non è storia antica, anzi ancora in pieno divenire, quella relativa alle varie macchine di fango messe in moto per colpire questo o quell’avversario politico. Meccanismi funzionali a trasmettere disegni preconfezionati facendoli apparire come verità assolute ed evidenze inconfutabili. Fino ad un certo punto questo è stato portato avanti con cautela e parsimonia, stando bene attenti a non travalicare i limiti di un criterio non scritto ma genericamente riconosciuto. Poi, gli anni ’90 hanno rappresentato il cedimento della diga etica avviando un processo deleterio di reazione a catena.

Dal colpevolismo preconcetto e strumentale al sensazionalismo interessato il passo è stato breve. La sciagura del Covid ha dato un’accelerata al fenomeno per cui si è passati dal racconto drammatico e veritiero all’esasperazione delle varie tesi al punto di creare una vera e propria confusione spesso frutto di superficialità e amore dell’apparire.

Cosa fare dunque?

Messa in cantina, ben nascosta, la malsana idea di una censura di Stato, rimane da fare una valutazione deontologica attenta ma realistica del come correggere certi fenomeni.

Fregiarsi del titolo di operatori dell’informazione o, più direttamente, di giornalisti non può, ne deve rappresentare, il lasciapassare per una degenerazione della libertà d’espressione e divulgazione. Anzi proprio il volersi individuare in una categoria strutturata – ricordiamo che esiste l’albo dei giornalisti – dovrebbe esaltare i concetti di correttezza per quanto riguarda le notizie da fornire, di cautela in merito alle espressioni da adottare e di onestà morale nell’esprimere opinioni e punti di vista.

Ma chi dovrebbe prestare attenzione a tutto ciò e, soprattutto, in che termini decidere quanto si sono oltrepassati i limiti e cosa fare in tal caso?

A parte le solite querelle giudiziarie, a cui tutti possono ricorrere ma che lasciano il tempo che trovano, è la categoria che deve trovare in sé gli anticorpi per difendere la propria credibilità e affidabilità.

Una sorta di “autocontrollo” deciso e senza mezzi termini, basato su aspetti elementari e semplici. Certo, farlo preventivamente è improponibile, ma nel momento in cui vengono evidenziati deleteri, innegabili e incontrovertibili aspetti dovrebbero essere le stesse strutture di rappresentanza della categoria, a prendere responsabili e definitivi provvedimenti senza badare a chi ci si trova di fronte e a quali interessi risponde, fermo restando poi tutte le verifiche che possono essere richieste.

L’etica e la deontologia non possono essere concetti barattabili né, tantomeno, discutibili per chi fa informazione. Una regola semplice a cui attenersi e far riferimento, ne va della libertà. Quella stessa libertà che qualcuno, in alternativa, non esiterebbe a mettere in discussione. 

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