La proposta-sfida dell’UGL: un’intesa per la Calabria

Il Segretario Confederale UGL Calabria, Ornella Cuzzupi, insieme al Direttivo Confederale della Regione, scrive ai candidati a Presidente della Regione lanciando la proposta di un’intesa sulle cose da fare e sui tempi di attuazione. “La Calabria non può attendere oltre”

Di seguito riportiamo il testo integrale della lettera aperta indirizzata ai Candidati alla poltrona di Governatore della Calabria e, per conoscenza, al Primo Ministro, Mario Draghi.

A pochi giorni dalla tornata elettorale che designerà il Consiglio Regionale e la nuova guida della Regione, l’UGL Calabria ha deciso di rivolgersi, direttamente e in maniera pubblica, a Voi candidati al ruolo di Presidente e per conoscenza al primo Ministro non per fare la solita, triste lista della spesa delle cose che non funzionano, ma per delineare un’esigenza dalla quale non si può prescindere se vogliamo che la nostra, meravigliosa, terra non sia relegata al ruolo di ultima tra le ultime.

In primo luogo occorre che la politica, in ogni suo aspetto, prenda atto che il tempo del tergiversare e degli interessi di parte è finito. Il perdurare di soluzioni tampone, di prospettive vuote e di parole prive di contenuti conduce solo verso il baratro. La nostra regione non può attendere oltre, occorre un deciso cambio di passo e la concretezza del fare. L’alternativa è il disastro, il definitivo abbandono di ogni speranza.

La terra calabra è stata depredata, violentata, sfruttata. Certo le buone intenzioni non sono mancate, ma troppo, troppo spesso la realtà è stata celata sotto una coltre d’ipocrisia e una nebbia d’interessi. Sanità, lavoro, legalità, valorizzazione dei territori, turismo sono termini che possiamo riempire di mirabolanti visioni. Questo non serve alla Calabria. Occorre un bagno di umiltà, concretezza e realismo. E senza perdere ulteriore tempo!

I buoni propositi diventino, con urgenza, fatti. Il Pnrr è l’ennesima occasione da non perdere, e ciò significa che chiunque di Voi guiderà la regione sarà, in larga parte, il responsabile della riuscita o del fallimento di una tale opportunità.

L’Ugl Calabria crede che il cambiamento non sia una chimera. E qui ci rivolgiamo anche al Primo Ministro, si faccia di tutto affinché la storia, le tradizioni, la nostra gente non siano ancora una volta avvilite. Occorre rimboccarsi le maniche ed esser concreti e realistici, questo Vi chiediamo.

La nostra Organizzazione ha più volte delineato la necessità per la Calabria di un “Progetto Unico d’Intervento”. Una pianificazione che realizzi in breve tempo le condizioni per la valorizzazione dei territori. Si definiscano, in maniera precisa, gli interventi a supporto delle piccole e medie imprese; si dia spazio all’imprenditorialità che crea lavoro; sia garantito un ordine pubblico che dia forza agli investimenti, alla rinascita del turismo, alla credibilità di un sistema burocratico troppo pesante per esser funzionale. E poi si determinino i tempi per gli adeguamenti infrastrutturali e di edilizia; si creino i presupposti per una Sanità funzionale e sociale che non metta le persone in lista in base al portafoglio o alle conoscenze.

Queste sono le cose da fare e tutti possiamo, in un modo o nell’altro condividerle, ma l’esigenza vera è quella di far presto e dar consistenza alle parole.  

Per questo motivo, l’UGL Calabria propone un’Intesa per la Calabria che determini tempi precisi delle azioni da attuare e la definizione del perimetro di quello che ci piace chiamare Progetto Unico d’Intervento.

Un’intesa che vada oltre gli schieramenti, gli interessi di parte e metta la Calabria e i calabresi al centro del progetto. Sia questa la stella polare da seguire, sia questo il percorso sul quale procedere.

Adesso tocca a Voi dimostrare come oltre alle passerelle elettorali vi sono responsabilità, coraggio e concretezza. Da parte nostra saremo parte attiva affinché le prospettive tracciate si realizzino e lo faremo, come al solito, pubblicamente, senza nulla nascondere, offrendo il nostro contributo privo di pregiudizi e preconcetti di sorta.  

Scuola, Green Pass e tutto il resto dov’è?

Ancora una volta siamo, purtroppo, costretti a prender atto di come certe decisioni centrali servano unicamente a coprire la mancanza di azioni determinanti per il futuro e la sicurezza della scuola. In modo particolare ci riferiamo – sono queste le parole del Segretario Nazionale dell’UGL Scuola, Ornella Cuzzupiagli ultimi provvedimenti assunti in merito al Green Pass nell’istituzione scolastica. Un esempio di quanto il Ministero dell’Istruzione vada, ormai da troppo tempo, avanti a forza di pezze per coprire i buchi, senza mai strutturare risposte serie che possano eliminare le enormi criticità presenti nella scuola. Criticità che la pandemia ha reso drammaticamente evidenti”.

Sono ormai mesi e mesi che l’UGL Scuola, attraverso il proprio Segretario Nazionale, sta segnalando la necessità di un confronto aperto e senza pregiudizi tra tutte le forze sociali affinché siano definiti con precisione gli ambiti di intervento da adottare con un’urgenza ormai divenuta “assoluta esigenza”.

La prof.ssa Cuzzupi, inoltre specifica come “Seppur sia evidente la necessità di spingere al massimo sulle vaccinazioni, questo non può voler dire abbandonarsi ad un imperio decisionale senza costruire le condizioni indispensabili per un sano progetto di sicurezza. Il Green Pass, disposizione unilaterale e senza nessuna, e ripeto nessuna, indicazione concreta in merito alle azioni da compiere per mettere la scuola in sicurezza è una soluzione che serve solo all’immaginario collettivo, ma che lascia i problemi così come sono se non peggiorando il quadro. Ci riferiamo – chiarisce meglio Ornella Cuzzupi – al necessario aumento del numero delle classi, alla stabilizzazione degli organici docenti e ATA, ad un piano definito di edilizia scolastica, ai sistemi di aereazione negli Istituti, a una logica chiara di come voler gestire il problema dei trasporti una volata aperte le scuole. Ecco, senza queste risposte tutto è un’enorme presa in giro le cui ricadute rischiano di essere deleterie e drammatiche”.

La posizione espressa dall’UGL Scuola è quindi determinata e precisa: “Soltanto interloquendo con tutti gli attori della scuola, ascoltando le proposte di chi, depositario si migliaia di adesioni del personale scolastico, intende promuovere la partecipazione attiva alla vita sociale del proprio comparto, si può cambiar passo. Se questo non si vuol fare o, come cominciamo a sospettare, non si è in grado di sostenere un simile confronto, allora gli attuali responsabili del Dicastero di riferimento si facciano da parte. In alternativa non ci resterà che prendere atto di una situazione e agire di conseguenza! La Scuola – precisa il Segretario Nazionale – non può permettersi di dimenticare il valore della vita e del rapporto umano lasciando che a decidere su questi temi siano freddi burocrati che nemmeno ricordano il profumo dei libri e il valore del sorriso di un alunno.”

Ma quanto è lunga la coperta di Draghi?

Eh, sì. La domanda è proprio questa: quando sarà lunga la coperta di Draghi? Un quesito su cui più che riflettere occorrerebbe scommettere, tenendo presente alcuni presupposti da cui è impossibile prescindere.

Il primo è quello che Draghi è più che mai saldo al posto di comando. Tanto saldo da potersi permettere tali dimostrazioni di forza da evidenziare, senza tema di smentita, come oltre di lui c’è il nulla.

Questo però, e dobbiamo prenderne atto, è dovuto alla generale inconsistenza politica dei partiti che la pandemia ha messo cinicamente in luce. Tra l’altro siamo in presenza di un Parlamento composto da gran parte di persone che, consce di non rispecchiare più le volontà del Paese, temono di perdere lo scanno tanto agognato e quindi tornare nei ranghi della gente comune, considerato come personalità di spessore non è che ve ne siano molte da quelle parti.

Un tale terribile mix ha dato la possibilità a mister Draghi, uomo smaliziato e di livello, d’esercitare quello che gli viene meglio in assoluto: il potere. E lo fa con piglio di comandante vero che decide, con cortesia impone e mette la faccia anche quando la diplomazia consiglierebbe un’esposizione meno diretta.

D’altro canto, la compagine governativa è composta da forze tanto eterogenee e confuse che immaginare altri scenari del genere è praticamente impossibile e del tutto irrealizzabile. Draghi decide, Draghi detta la linea, Draghi impone. Questo di fatto è lo stato attuale dell’arte. Tutto il resto son chiacchiere che lasciano il tempo che trovano. La riforma della Giustizia e la decisione sul Green Pass sono prove evidenti di questo. E ne seguiranno altre, dalla scuola ai trasporti, dal lavoro alle pensioni.

Draghi usa parole dirette, immediate, che colpiscono per la semplicità ma che hanno una forza dirompente. In fondo, diciamo la verità, il Premier sta facendo senza eccessivi sforzi quello che ogni altro leader vorrebbe fare: analisi, decisione e azione.

Tutto nell’assoluta solitudine di un potere che non è decisionismo allo stato puro, ma l’assoluto rispetto dell’equilibrio tra interessi di bandiera e un progetto Paese che stia bene a Bruxelles. Il resto è relegato a puro corollario. Vuoi per i motivi sopra descritti, vuoi perché siamo ormai calati in una crisi profonda che investe ogni segmento sociale.

Non ci sono dunque alternative a questa sorta di Governo dell’uomo forte? Se si esclude la possibilità del voto e una decisione chiara e senza mezze misure da parte del Paese nelle urne, no. Non ci sono alternative.

La coperta di Draghi continuerà, senza troppe pieghe, a coprire l’insipienza politica del momento lasciando i politici a giocare in una continua e assurda campagna elettorale per un voto che non c’è e tenendo per sé le cose che contano.

A questo si aggiunga un elemento da non sottovalutare: il consenso che Il presidente del Consiglio sta riscontrando tra la gente. Un consenso che suona tanto come ulteriore condanna della politica. Di certo il garante di quello che sta costruendo come Primo Ministro sarà sempre lui, magari seduto sul Colle più alto.

La schizofrenia patetica del potere

La crisi del M5S non è una congiuntura legata a diverse visioni politiche bensì a chi deve detenere e manovrare il potere a proprio uso e consumo

C’è poco da fare, quel che è nata come idea del Parlamento da “aprire come una scatoletta di tonno”, della democrazia diretta, dell’uno vale uno si è trasformato nel tempo nella più tragicomica pantomima che mente umana potesse immaginare. Il M5S che mai ha saputo essere concretamente propositivo, che mai ha tenuto una linea politica precisa, che mai ha formato le proprie radici in saldi principi, nel momento in cui si è trovato a fare i conti con la necessità di scelte politiche vere si è frantumato come un bicchiere di vetro dallo spessore di pochi millimetri.

Non è questione personale di Grillo o di Conte. La vera problematica è solo ed esclusivamente legata al potere e quanto lo si possa manovrare a proprio uso e consumo. Il tutto saltando senza inibizioni e remore da un governo di centro destra a quello di centro sinistra sino ad arrivare a uno con dentro tutti. Ignorando ogni logica di verifica democratica (voto, si chiama voto). Appoggiando quello che al momento conveniva per poi, senza eccessivi ricorsi alla coerenza,  arrivare a demonizzarlo senza vergogna. Ingiuriando prima e santificando poi figure politiche e istituzionali.

Ecco, questo è lo scenario nel quale si muove un M5S fatto di improvvisazione, incoerenza e scimmiottamento di una res politica del tutto sconosciuta.

Giuseppe Conte, l’autoproclamato avvocato del popolo, colui che avrebbe dovuto lasciare la politica appena terminato il mandato, si è trasformato in breve tempo in uno spregiudicato gestore del potere e cultore della propria immagine. Chiacchiere e chiacchiere ancora, un piacere assoluto nell’ascoltarsi e nel mostrarsi davanti alle telecamere, un protagonista delle “non decisioni” e della confusione politica. Colui che più di ogni altro ha fatto del riflettore e delle telecamere l’esaltazione più spinta, ad un certo punto, ha immaginato di poter essere lui e lui soltanto il padrone assoluto del gruppo dei politici improvvisati.

Il tutto senza però pensare che il Movimento nasce da un comico scaltro e un sottile analista ben ammanigliato conoscitori del potere e dei rischi che si corrono nel perderlo; un tipetto, il comico, che prima di lasciarsi togliere dalle mani il suo giocattolo (andato anche ben oltre l’immagine che ne aveva all’inizio) è pronto a renderne pubblica l’inconsistenza e la totale incapacità politica (se ancora ve ne fosse bisogno).

Non è uno scontro tra due visioni politiche diverse. No, è il confronto tra due desideri di potere diversi.

Il primo, quello di Grillo, arguto, incisivo e deciso, messo in atto attraverso una figura seminascosta ma onnipresente; l’altro fatto dall’autorità che ama piacersi, dai riflettori e dall’immagine più che dai fatti: in sostanza quello che ha mostrato nel suo essere Premier. Unici tratti comuni: l’arroganza e la presunzione!

Due prospettive comunque non compatibili, considerato come per ambedue il fine è lo stesso: potere personale assoluto sul resto della ciurma, considerata poco meno di niente, ma orribilmente spaventata dalla possibilità di perdere quello scanno che assicura lo stipendio (e che stipendio!). Non dimentichiamo che molti degli attuali deputati e senatori del M5S, prima di essere eletti senza sforzo (ricordate quando sarebbe bastato essere nelle liste per fare il gran salto?) non potevano certo contare su professioni con prospettive d’introiti del genere.

Adesso siamo al bivio. O il movimento assumerà le sembianze del vincitore della tenzone (che anche in caso di eventuale accordo, ci sarà) oppure si dividerà in vari rivoli destinati a sparire nel tempo. In quest’ultimo caso, Grillo continuerà a lanciare editti e dare indicazioni e a urlare perdendo man mano forza e Conte cercherà di ritagliarsi uno spazio  in un micro partito personale (mahhhh) o ascoltando il canto delle sirene che dal Pd si sta già alzando. Anche se, a quel punto, sarebbe lo stesso Partito Democratico ad auto-annientarsi in un niente cosmico lontano anni luce dagli ideali di un tempo.

E il Paese? Ahhhh quello? Beh, i dettagli contano poco!

Non ho visto il video, né lo vedrò!

Non ho visto il video, né tantomeno ho intenzione di vederlo. Quel che è certo che la pubblicazione degli ultimi respiri delle vittime della funivia del Mottarone nulla aggiunge, assolutamente nulla, alla tragedia se non appagare una morbosa curiosità, purtroppo spesso insita in noi.

Non è un’accusa a chi lo ha visto, ma la considerazione che mostrare le strazianti immagini di un fatto di cronaca può avere un senso solo se vi è una logica che vada oltre il fatto stesso. Motivi storici e di profonda valenza civica possono essere validi giustificativi di fronte a raccapriccianti e amare testimonianze visive, tutto il resto è un paludoso e viscido tentativo di far del dramma spettacolo.

La dimostrazione del dolore che il terrorismo comporta può dare, in qualche modo, senso a immagini e filmati anche durissimi. Basta pensare alle Torri Gemelli o ad altre drammatiche sequenze di efferatezze legate al terrore. Così come ha certamente una logica nel mostrare un fatto storico, particolarmente importante, o con ricadute tali; mi vengono in mente le strazianti immagini dei campi di concentramento o dei resti delle Foibe.

Nella sciagura della funivia qual è il senso? Cosa possono dare quei fotogrammi oltre che riproporre un dolore immenso alle famiglie? Che elementi ulteriori alla comprensione dei fatti può dare all’opinione pubblica?

Non trovo risposta a questi interrogativi. Il diritto di cronaca non è, ne può essere, il diritto di dare, in modo inconsulto, in pasto a tutti l’angoscia di altri. È una questione di rispetto verso la vita stessa e nei confronti di chi ogni giorno è chiamato a vivere una sofferenza indicibile.

Quel filmato, che serviva e serve a chi è deve giudicare circa le enormi responsabilità del caso, sarebbe dovuto rimanere in un ambito ristretto senza che nessuna mano ne violasse la disperazione. Eppure, qualcosa non è andato come avrebbe dovuto. Gli attimi strazianti in cui si consuma una tragedia sono diventati una irriguardosa esibizione fine a se stessa.

Adesso però occorrerebbe, una volta per tutte, comprendere sino in fondo come notizie riservate, documenti, e quant’altro coperti da una motivata riservatezza, troppo spesso vengono divulgati senza alcuna remora.

Questo è un caso assurdo, vergognoso ed eclatante, che offende e riempie di malinconico sconforto l’animo, ma quante altre cose custodite in quelle che dovrebbero essere inviolabili stanze, sono state fatte uscire, buttandole in pasto all’opinione pubblica, magari presentandole in un modo artefatto e parziale solo per un interesse di parte o per il gusto di uno scoop? E che prezzo hanno avuto queste azioni? Quante vite sono state offese per un gusto sadico di essere protagonisti indiretti?

Ecco, son queste domande che delineano una situazione a cui occorre dare veloci risposte e, soprattutto, soluzioni. È un fatto di etica? Forse, di certo è un fatto di umanità!

Alla ricerca della politica perduta

Quel che l’avvento al governo di Mario Draghi ha palesemente reso noto è la mancanza di ciò che una volta si chiamava politica. Si, una volta, perché oggi quella parolina spesso tanto vilipesa ha lasciato il posto a una miriade di chiacchiere, foto sui social e chimere inapplicabili, inutili o inconsistenti.

In pratica mentre una volta si faceva attività politica tra la gente, per le strade, quasi porta a porta (e toglierei il quasi), oggi appaiono tutti strenuamente impegnati a “mostrarsi” in modo che l’attimo d’impegno sia moltiplicato, senza troppi sforzi, per migliaia di visualizzazioni. Poco importa se poi latita il progetto politico (ancora questa parola!).

Questo non vuol dire certo che i mezzi a disposizione non possano o non debbano essere utilizzati. Ci mancherebbe, vuol solo lasciare intendere che se a questo si accompagnasse un disegno organico, credibile e attuabile di funzionalità del Paese forse sarebbe meglio. Molto meglio!

Comunque anche in questo caso le differenzazioni occorre farle perché esistono.

Il potere del web, preso come espressione di massima democrazia è miseramente fallito sotto i colpi di una vita reale ben diversa da quella di uno schermo con il quale ci si illude che uno valga uno. L’idea di una politica concreta senza realismo, di un rimanere attaccato a vecchi schemi e, soprattutto, all’idea fissa di eliminare ad ogni costo chi è contro, ha mostrato tutti i suoi limiti nella stessa misura in cui l’ha mostrata l’odiosa parola “rottamazione”. Il tutto condito dalla incapacità cronica di trovare, tra le varie fazioni, un filo comune che non sia il solo avversario di turno.

A destra invece – pur con i limiti determinati da una serie di variabili, ma anche grazie allo sforzo salviniano di spingere la Lega verso un orizzonte più centrista e meno legato a posizioni ormai in disuso – troviamo flussi di gradimento che pur variando rimangono interni allo stesso schieramento, ormai maggioranza nel paese. In tale contesto merita particolare attenzione chi ha mostrato coerenza rimanendo, sì, in posizione alternativa ma avendo l’abilità di non arroccarsi in uno splendido ma inutile isolamento.

Questa operazione, non semplice e piuttosto coraggiosa, ha consentito al partito della Meloni di proiettarsi nei sondaggi verso percentuali impensabili in attesa del voto che dovrebbe concretizzare quanto riscontrato sinora.

Di certo è un qualcosa da tenere ben presente nel quadro generale e nel Centro Destra in particolare. FdI sta mostrando una capacità di intercettare un’area estesa del sentire nazionale superiore agli altri. Un po’ come il primo Berlusconi. Una dote, quella del Cavaliere, di rara portata e che solo la violenza dei suoi avversari (e non solo) ha limitato nelle azioni. E qui va fatta una riflessione.

Si parla in queste ore di federazione del Centro Destra, un’idea già messa in atto con l’esperimento berlusconiano della Casa delle Libertà e quindi, naturalmente, accolta con interesse dal Cavaliere. È chiaro che su tale aspetto Giorgia Meloni appaia, in questo frangente, un po’ meno entusiasta, forte com’è dell’onda lunga di cui sta usufruendo stando all’opposizione così come piuttosto scettiche sono alcune frange di Forza Italia. La verità però è una sola. Semmai una tale operazione federativa dovesse riuscire, convincendo anche la Giorgia nazionale, il Paese si troverebbe di fronte all’embrione di una sorta di novella DC che, nel bene e nel male, è stata comunque l’artefice principale della rinascita italiana del dopoguerra.

E adesso, nel post pandemia, torna l’esigenza di una grande forza politica, moderata ma aderente alla realtà, pronta a dar vita ad una politica concreta e pratica. In questo caso la federazione di Centro Destra, con le anime presenti, risulterebbe molto simile a qualcosa di già visto con le sue correnti, con le proprie differenze interne ma con il chiaro intento di portare avanti, nel bene e nel male, il Paese. Il pragmatismo della gente italica e l’esperienza passata, con un’opposizione che punti ai fatti e non a colpire solo l’avversario a qualunque costo, potrebbero evitare problemi già visti e puntare dritti al futuro.

In quest’ottica appare fondamentale il contrappeso che la stessa Meloni potrà avere all’interno della ipotetica federazione, un’azione che servirebbe da un lato ad evitare tentazioni di un centro spostato verso sinistra, dall’altro a bilanciare anche il leaderismo della Lega.

E poi occorrerebbe il coraggio, e ripetiamo il coraggio, di ridare la parola agli italiani, magari con un Draghi al Quirinale per tranquillizzare i mercati e il continente. Come pure appare indispensabile, in un’ottica del genere, attivare un ripulisti generale interno a tutti i partiti, non certo per uno spirito puramente missionario, ma perché questo consentirebbe di tornare a guardare con rinnovata fiducia a quella vecchia e irrinunciabile arte che si chiama politica.