Il deleterio sarchiapone politico

Senza girarci intorno, quel che sta accadendo al M5S non può certo essere etichettato come un fulmine a ciel sereno. Del Movimento che tanto successo riscosse agli albori della sua nascita è rimasto ben poco e quel che c’è è solo un ricordo sbiadito delle prese di posizione allora manifestate.

Questo non vuol dire che alla base vi fosse una malcelata premeditazione, ma di sicuro c’era un’enorme, incolmabile impreparazione politica che ha prodotto l’assoluta incapacità a gestire le sirene di un certo mondo in cui proiettarsi già è difficile di per sé.

Forse il vero problema è stato che all’inizio nessuno tra i fondatori, siano essi comici o esperti d’informatica, aveva immaginato che l’impatto con il mondo reale, dicendo certe cose, sarebbe stato così premiante e quindi si è fatto di esigenza virtù sino ad arrivare al profilo odierno dove il Movimento è un qualcosa di politicamente e strutturalmente indefinito.

Ed ecco quindi che, di fronte a questo dato di fatto, la fibrillazione della compagine politica che siede in quel Parlamento che una volta era da aprire come una scatoletta di tonno, è diventata, essa stessa, un agglomerato di posizioni senza una linea politica che non sia quella di richiamarsi a vaghi e non meglio identificati ideali movimentisti e arrabattarsi per non perdere quello che una volta si chiamava “il posto”.

Il tutto condito dal fallimento di quella pseudo democrazia diretta della rete che si è rivelata non solo limitativa per la libertà d’espressione interna ma del tutto incapace di essere libera da condizionamenti esterni e sospetti di manipolazioni. Ed ora siamo in presenza di un Movimento che movimento non è, di un partito che partito non è, con iscritti che iscritti non sono e capi politici che dovrebbero esserlo ma al momento non lo sono!

Un vero guazzabuglio che rischia di palesare, anche in maniera esplosiva, come quel movimento, nato manifestando la volontà di aprire al massimo livello le decisioni di ordine politico, sia in realtà una creatura con briglie molto più strette dei partiti che intendeva combattere. Una sorta di deleterio sarchiapone il cui aspetto è mutato più volte a seconda del contesto e fine, unicamente, a mantenere quelle poltrone raggiunte e dalle quali non ci si vuole più scollare nonostante i fallimenti e i limiti drammaticamente mostrati sia come progetto politico che come personaggi a cui si è affidato.

Peccato che questa situazione, nonostante la genesi, non sia per niente comica e che a pagarne le spese sia un Paese che avrebbe necessità di una compagine coesa e pronta a tirarlo fuori dalla drammatica situazione creatasi dall’improvvisazione politica, dalla ricerca del potere per il potere e amplificata oltremodo dalla disgrazia della pandemia.

Quel che appare evidente è come, una volta circoscritti i rischi derivanti dalla crisi pandemica magari beatificando il super Draghi su un colle romano, l’unica via per tentare la ricostruzione rimane quella di affidarsi alla vecchia ma sacrosanta abitudine di aprire una scheda e mettere una croce su un simbolo.

Napoli-Cagliari: Osimhen show e tanta sofferenza

di Maria Labanchi

È finita sul risultato di 1-1 l’insidiosa sfida contro il Cagliari per il Napoli di Gattuso che, nonostante una partita dominata dal punto di vista tecnico, si è lasciato in tal modo sfuggire di mano, almeno per il momento, il secondo posto dietro la neo campione d’Italia Inter  così come pure la qualificazione in Champions League.

Il risultato si è subito sbloccato con un gol di Osimhen su assist di Insigne, mentre i sardi hanno colpito il loro primo palo solo al 27’, riequilibrando di nuovo il gioco finché Meret, a due minuti dalla fine del primo tempo, ha salvato con la spalla un pallone che altrimenti sarebbe finito nella sua rete. Gli azzurri, comunque, non si sono dati per vinti, e all’inizio della seconda frazione di gioco hanno nuovamente tentato di andare a segno: tra le tante occasioni, sono sicuramente spiccate la traversa colpita in pieno da Demme con un potente tiro da fuori area, e, 120 secondi dopo, la nuova occasione per Osimhen che aveva trovato la porta, ma il gol è stato annullato per un tocco di mano su Godin che sicuramente non ci ha pensato due volte a lasciarsi cadere. E fino al 76’ c’è stata una vera e propria supremazia del giocatore nigeriano, che dopo aver creato e costruito tantissimo è stato costretto alla sostituzione insieme a Ceppitelli per uno scontro fra i due che è risultato fatale (entrambi hanno riportato ferite sanguinanti alla testa) soprattutto per le sorti dei padroni di casa, che da questo momento in poi hanno sofferto un po’ di più gli attacchi degli avversari. Ma se un favoloso Meret ha salvato il risultato su un pericolosissimo tiro di Pavoletti, purtroppo lo stesso non è accaduto quando a tirare è stato Nandez al quarto dei sei minuti di recupero, un gol che è costato due preziosi punti alla squadra partenopea proprio nel momento in cui non avrebbe dovuto fermarsi.

Insomma, se c’è qualcuno che già festeggia a poco meno di un mese dalla fine del campionato, e se anche lo stesso Cagliari ha festeggiato per essere riuscito ad uscire, grazie al punto conquistato, dalla zona retrocessione, la strada invece è tornata ad essere più ripida per gli azzurri, il cui errore più grave, in questo match, è stato probabilmente di dipendere troppo dalle prestazioni dei singoli, forse anche a causa di elementi non troppo brillanti come Lozano e Insigne.

Ma di certo un piccolo passo falso non deve condizionare quanto di buono è stato fatto fino a questo momento: anche se adesso sono solo 4 le partite rimaste da giocare, nulla è ancora deciso, ma bisogna subito rimettersi in marcia perché, come pure l’esito di questa sfida ha lasciato intendere, ogni singolo punto conta ed ha un peso particolare per il futuro di questa squadra. E lo sanno bene anche Atalanta, Milan e Juventus, tutte ancora attualmente in corsa con lo stesso obiettivo degli azzurri, pure con la Lazio ad un paio di punti di distanza e con ancora una partita da recuperare.

Chi la spunterà alla fine, forse è ancora troppo presto per saperlo; l’unica certezza per il momento è la necessità di rimanere concentrati e determinati, giocando ogni sfida come se fosse davvero una finale ma pur sempre cercando di non farsi schiacciare troppo dalle pressioni esterne. Ora che la meta è sempre più vicina, lasciarsi intimidire da un ostacolo sul proprio percorso è sicuramente un errore da non ripetere, e lo sa bene Gattuso che, nonostante tutto, rimane sempre nervoso e agitato fino alla fine dei 90 minuti, pure quando la differenza reti è tanta da poter chiudere un occhio e pur sapendo che con tutte le probabilità la sua strada si dividerà da quella della società a fine campionato. Ed è in questo che si distingue un professionista vero.

E adesso, dopo il primo maggio…

È il secondo anno in cui il primo maggio, pur con tutto il carico di retorica che gli rimane, ha strutturalmente modificato il proprio senso. Come non ricordare le “vecchie” manifestazioni di piazza che, puntando a esaltare il valore del lavoro, si sono poi man mano trasformate in passerelle tese a mostrare la forza delle organizzazioni e della personalità dei vari leader. Una sorta di periodico bagno di folla che contribuiva, non poco, a rilasciare nell’immaginario collettivo il peso del sindacato nei processi decisionali del Paese.

Pian piano tali manifestazioni hanno intrapreso, per quanto riguarda l’originario valore, il viale del tramonto trasformandosi in una sorta di festival musicali ricchi di ospiti con il chiaro obiettivo di attirare pubblico più che sviluppare dibattito. Un qualcosa che da subito portava in se i segni di un declino dell’idea sindacale in quanto struttura “per” e “a difesa del lavoro” lasciando intere praterie a nuovi processi produttivi con i quali le organizzazioni sindacali hanno mostrato sempre enormi difficoltà nello stare al passo.

Con la pandemia qualcosa è ulteriormente cambiato. Non tanto nel tentativo posto ancora in essere da gran parte dei sindacati di voler rimanere ancorati a quel proporsi sempre più social e meno politico, bensì nella prospettiva della ricorrenza.

Oggi non si tratta più di difendere un diritto in quanto tale, bensì di far rimanere viva l’idea stessa di quel diritto che, sotto le mazzate di un qualcosa d’imponderabile, sta subendo colpi di una durezza unica. A questo si aggiunga come l’intera struttura Paese si è scoperta fragile, soprattutto in idee, di fronte alle esigenze, palesi e non procrastinabili, dettate dalle circostanze. Gli indicatori dell’occupazione sono tutti con segno negativo e ancora non siamo arrivati allo sblocco dei licenziamenti che potrà avere, se nulla cambia, un impatto sociale di violenza inusitata.

Su questi temi il sindacato appare in gran parte smarrito, teso a difendere in maniera confusa qualcosa che si sta sfaldando senza la determinazione necessaria a identificare proposte precise a un esecutivo anch’esso perso in una sorta di confusione globale. Oggi tutto pare dipenda dal Recovery e dal SuperDraghi senza però comprendere che è il ridisegno complessivo del Paese che manca per tracciare un futuro di sviluppo e lavoro.

Per questi motivi più che il primo maggio occorrerebbe immaginare una nuova celebrazione, quella del giorno dopo. Una giornata in cui il sindacato, riprendendo sul serio il ruolo di frontiera avanzata del mondo del lavoro, lasci del tutto perdere il canto ammaliante delle sirene politiche e riprenda a confrontarsi con le naturali controparti dopo aver vissuto la strada, le fabbriche, la disperazione di un posto perso. Tutto questo rimanendo con i piedi per terra, sul campo e non certo dall’alto di uno status autoreferenziale molto distante dal mondo che dovrebbe rappresentare. Anomalie quest’ultima che crea situazioni che non solo vanno a danno delle stesse organizzazioni, ma delegittimano in maniera sostanziale la lotta per il lavoro a favore di specifici interessi.

L’idea di attuare l’art. 46 della Costituzione, con l’introduzione dei lavoratori nella gestione delle aziende sarebbe certamente un inizio ideale per cominciare a costruire nuove, funzionali, prospettive. Un’idea questa che un sindacato, l’UGL, ha sposato e cerca di portare avanti con determinazione. A questa stessa organizzazione sindacale, tra l’altro, occorre riconoscere come l’idea di un tour che ha portato i propri vertici a toccare con mano varie realtà, a sentire la polvere dei marciapiedi, ad affiancare i lavoratori nella quotidianità per poi terminare il giro proprio il primo di maggio, sia un ottimo viatico per cominciare a liberarsi di ogni inutile e delegittimante orpello e puntare a quella concretezza necessaria a costruire un domani migliore.

Sia questa la strada, altrimenti il primo maggio rimarrà solo una data a ricordo di qualcosa che non ci sarà più!

Nuove idee e coraggio per guardare avanti

Che ci fosse un “tantino” di confusione nella gestione della crisi da covid19 è apparso evidente sin dai primi DPCM di contiana memoria. Che questo potesse essere anche considerato “normale” vista la mancanza di un Piano Pandemico aggiornato accompagnato da circostanze più o meno imprevedibili può anche essere un concetto plausibile. Che le invenzioni successive, dai banchi a rotelle alle Primule, fossero una sorta di trovate estemporanee pure l’abbiamo digerito, ma che a distanza di un anno ci trovassimo ancora nella situazione attuale, beh questo obiettivamente qualche problema tra la gente e nelle persone lo crea.

La crisi è planetaria, non vi è un solo posto al mondo dove il problema sia superato, eppure questo non appare un alibi convincente di fronte ai dilemmi che un anno di crisi ci ha messo di fronte e, soprattutto, per i risvolti che si stanno materializzando in un crescendo da paura. Ci riferiamo soprattutto a due aspetti, quello legato alla gestione sanitaria e quello connesso alla produttività del Paese.

Il primo ha evidenziato enormi carenze strutturali di cui ancora non abbiamo scoperto il fondo. La medicina di base è stata travolta dall’emergenza, i baluardi di frontiera, i medici di famiglia, sono stati colti del tutto impreparati, senza il minimo di supporto, lasciati alla propria capacità di gestione senza alcuna azione armonica e coordinata di supporto. Un elemento di gravità assoluta che ha subito messo in crisi il sistema ospedaliero e che, a distanza di un anno, ancora non si riesce a mettere a punto. La questione legata ai vaccini ne è una riprova.

La parte economica e produttiva del Paese è, nella migliore delle prospettive, in ginocchio. Le saracinesche che si chiudono insieme alle migliaia di piccole e media imprese che si arrendono sono un qualcosa di tanto dirompente che definirne i risvolti sociali oggi è un esercizio praticamente impossibile. Parlare di ristori e di sostegni, così come sono stati e sono previsti è una sorta di tentativo di svuotare il mare con un bicchiere. Non di più!

Due piccoli cenni che danno l’idea di come, al momento, anche questo governo sta proseguendo in un percorso che al Paese – quello vero non quello immaginato – non concede neanche la speranza di sperare. Basta guardare alla messa in pratica delle zone per comprendere il concetto.

Un paio di esempi. Ristoranti chiusi? Bene e poi si riscontrano persone per strada magari fermi in un posto a consumare! Non sarebbe più ovvio, nel settore ristorazione, vietare il consumo fuori dai tavoli così come, ad esempio, fatto nelle Canarie? In questo modo si avrebbero strutture aperte, consumo controllato e, soprattutto, la garanzia del distanziamento e degli elementi necessari per la sicurezza.

E ai medici di famiglia, quel famoso “primo baluardo”, non sarebbe il caso di offrire loro tutto il supporto possibile con indicazioni precise, materiali sufficienti e un serio coordinamento locale per definire azioni comuni?

La scuola? Si chiudono uffici, si precludono attività, si bloccano enti per mantenere distanze e sicurezza e poi una ventina di persone in una stanza di pochi metri quadri (moltiplicati per altre decine di simili situazioni in un istituto) non comportano rischi o pericoli. Lo si vada a spiegare a quelle persone che si sono viste proiettate nelle grinfie del covid perché portato a casa da un innocente ragazzino. Ma questo pare sia valutato come un rischio più che accettabile considerati i danni che gli alunni possono avere a star distanti dalla didattica in presenza! Certo, l’insegnamento in presenza è un bene assoluto e non credo esista un solo docente che non la preferisca alla DAD, ma è presenza (o didattica corretta) quella di obbligare piccoli della primaria a star seduti, fermi, con mascherine al volto senza poter sfiorare un amico di classe o una maestra o dar sfogo anche solo ad un normale pianto a quell’età? È questa la scuola che manca?

E allora, forse è il caso che coloro ai quali è delegato il compito di condurre il Paese fuori dalle sabbie mobili del virus abbiano il coraggio di affacciarsi alla finestra e guardare il mondo com’è e non come si immagina sia. E accanto al coraggio servono nuove idee.

Qualcuno invoca una sorta di nuovo Piano Marshall per risollevare la nazione, ecco, nella sua complessità, questa è un’idea valida a patto però che non si guardino solo i grandi numeri fatti di milioni di euro, ma si abbia coscienza soprattutto di quelli piccoli piccoli che servono costantemente a una famiglia per tirare avanti.

Solo entrando in quest’ottica d’idee, con un concreto e crudo realismo forse si comincerà a ragionare sul serio dando le risposte necessarie affinché si veda po’ di luce in fondo al tunnel. Se non si è in grado di far questo per i tanti equilibri da mantenere che ingessano i processi decisionali, allora si abbia l’ardire di dare la parola agli elettori e far scegliere alla gente la linea da seguire. Sembra anacronistico, ma non vi sono alternative.

Sig. Draghi, necessita la speranza

È un mese da quando il Governo Draghi ha preso forma. Un periodo trascorso tra equilibrismi, vedi i sottosegretari, speranze e – sino adesso – senza eccessivi concreti riscontri di un cambio di passo se non nelle dichiarazioni e in quelle azioni difficili da non mettere in atto.

La pandemia ha ripreso a correre come non mai, il Paese è sempre più colorato di rosso e il senso di depressione che già stava alle soglie del sopportabile sta, lentamente, avvicinandosi al limite critico oltre il quale ogni dubbio sulle reazioni è legittimo. Il tutto condito da una spaventosa crisi politica, in particolare del M5S e del PD.

Il primo ha, di fatto, abiurato a tutte le premesse di partenza per puro amor di potere mentre quello che nacque dalle ceneri del PCI è rimasto schiacciato tra il tentativo di non apparire retrogrado nei confronti dei vessilli grillini, poi ammainati senza troppo ritegno, e quello di cercare di non farsi “inquinare” da posizioni troppo vicine al centrodestra.

In pratica, il partito a guida Zingaretti, è riuscito nella incredibile impresa, visti i partner del Conte II, a non esprimere in alcun modo un’originale e propria posizione politica. Questo ha prodotto i mille rivoli in cui si è ridotto al punto che, per evitare l’implosione totale, si è stati costretti a richiamare dal suo esilio dorato, un democristiano doc, tale Letta Enrico. Si, proprio quello dello “stai sereno Enrico” di renziano memoria.

E il Centrodestra? La parte governativa è sempre più intenta a cesellare la propria nuova immagine. Da un lato una Lega che cerca di apparire sempre più a respiro nazionale e con aperture europeiste, in vista di un futuro governativo privo di zavorra Mattarelliana. Dall’altro Forza Italia, la vera vincitrice della partita che ha portato alla formazione di questo Governo, che cerca di risolvere la difficile equazione di un rinnovamento a trazione berlusconiana.

Vi è poi la destra della Meloni che differenziandosi dagli alleati, rimanendo ferma nelle proprie posizioni, rappresenta, di fatto, il paracadute del Centrodestra nei confronti di tutti gli elettori d’area che nulla hanno gradito l’avvento di Draghi.

Questa, in breve la situazione. Ah, già c’è il Paese. Per quello aspettiamo sempre che Super Mario riesca a quadrare il cerchio e conduca con decisione tutti noi fuori dal guado. Per ora si sta barcamenando tra un decisionismo condivisibile e un rischioso gioco delle parti il cui tavolo si presta a varie interpretazioni. La stessa compagine governativa, frutto di delicate alchimie, presenta al suo interno diversissimi punti di vista che al momento sembrano essere superati solo a parole.

Nel frattempo, la gente italica è allo stremo, persa nella furia pandemica e in una crisi economica-produttiva di immani dimensioni. Il rischio che si sta correndo è drammaticamente chiaro. Il malcontento disperato e strisciante che ormai stringe la gola del Paese o trova risposte immediate e concrete, a partire da una seria azione vaccinale, creando quella nuova speranza di cui tutti abbiamo bisogno oppure si trasformerà in un caos rabbioso dai risvolti imperscrutabili. Una sorta di incendio da cui scappare sarà impossibile.

Sig. Draghi, non si perda più tempo

Occorre che vi siano veri controlli per far rispettare i divieti e concreti sostegno a famiglie e imprese. Senza questo i colori serviranno a poco!

Nessuno immagina bacchette magiche né, tantomeno, elisir che consentano di risolvere in un colpo solo la drammatica situazione che questa maledetta pandemia ha provocato, ma è diventato assolutamente necessario avere chiaro e definito il da farsi.

L’avvento di Draghi è stato determinato proprio da questa considerazione che ogni giorno diventa sempre più pressante e importante. Dopo i giochini, forse naturali ma di certo parecchio irritanti, della definizione della compagine governativa con la nomina dei sottosegretari, diventa imprescindibile che le parole e le aspettative si concretizzino altrimenti sarà il caos più totale che si possa immaginare.

Proprio quelle nomine da manuale cencecelli in un contesto tanto grave sono apparse a molti discutibili. Un fine osservatore della politica, il già senatore Lauro oggi Segretario Generale di Unimpresa, ha dichiarato come “L’amara delusione sulla definitiva composizione del nuovo governo e sull’indecente battaglia per le poltrone, combattuta fino all’ultimo, potrà essere smentita soltanto dall’attività, urgente, tempestiva e coerente, dell’esecutivo Draghi nel contenimento della pandemia, ancora virulenta, nelle misure economiche urgenti per la ripresa economica”.

Una posizione difficilmente contestabile, soprattutto se si analizza quello che in questo momento arde sotto la cenere. Un qualcosa che può, brutalmente, tradursi nella frase urlata dai ristoratori di Napoli durante la protesta dei giorni scorsi: “i politici decidano se dobbiamo morire di covid o di fame”. E allora non bisogna più perdere tempo e nemmeno rincorrere, come fatto sino ad ieri, gli sviluppi di una pandemia che, diciamolo, al momento non vede un termine temporale.

Il vaccino è fondamentale, ma deve funzionare la distribuzione; altri farmaci come l’exo cd24 di israeliana trovata o come gli anticorpi monoclonali, devono essere sì ben testati ma occorre che mai nasca il dubbio di un rallentamento delle verifiche per effetto di interessi economici; il peso sugli ospedali deve diminuire ma occorre mettere i medici di base nella situazione di poter operare.

E poi ci sono le problematiche pratiche, quelle di tutti i giorni; le stesse che i ristoratori di Napoli hanno sottolineato e che  troppe famiglie stanno sperimentando drammaticamente sulla propria pelle. Siamo già arrivati ai suicidi, ce ne siamo accorti? Dunque siamo al punto di non ritorno.

O la politica prende atto di non poter più giochicchiare con i colori senza pensare seriamente a veri controlli per far rispettare quanto indicato e dar concreto e tangibile sostegno alle esigenze delle famiglie e delle attività in difficoltà o ci troveremo immersi in un incendio sociale di proporzioni inimmaginabili.

Basta guardarsi intorno per comprendere come sta la situazione.

Divieti che nella quotidianità trovano applicazione solo per specifici segmenti mentre per altre mille cose nemmeno di striscio si applicano. Aziende che si avvitano su se stesse per cercare di evitare il tracollo ed altre che persino “approfittano” della situazione. Questioni di principio, come le aperture della scuola, portate avanti con determinazione senza però prendere atto che i contagi si amplificano proprio nelle occasioni di raggruppamento. Soluzioni estemporanee e fantasiose, una su tutte i banchi a rotelle. Iniziative di sostegno e potenze di fuoco che si sono rivelate poco più di un bicchiere che toglie acqua da un oceano. Per non parlare della burocrazia e di paradossali gabelle che ancora stingono la gola di chi tenta di sopravvivere.

Ecco, Presidente Draghi, questa è la situazione.

Una situazione tanto drammatica che fa tornare alla memoria il titolo de “il Mattino”, giornale napoletano, che all’indomani del terribile terremoto dell’80 scrisse come titolo d’apertura a caratteri enormi due sole parole: FATE PRESTO!