Autostrade: tra Concessione, investimenti e giustizialismo

di Anna Abruzzese.

Ѐ vero, assolutamente vero, che un certo management di Società Autostrade per l’Italia ha lasciato una pesantissima eredità fatta di dolore e di superficialità. Non può esser negato che la “distrazione” degli azionisti abbia provocato deleterie manie di onnipotenza egocentrica da parte di un gruppo di potere interno alla società. Basta parlare con i dipendenti per comprendere come la stessa filosofia aziendale sia andata man mano degenerando in un clima interno a dir poco pesante. Tutto ciò appare chiaro e diverse affermazioni dei Vertici attuali di Autostrade sottolineano come i responsabili del disastro siano stati colpiti e allontanati. Ma ora occorre guardare avanti. La politica della vendetta, se può dar frutti a livello emotivo, ne produce molto pochi a livello pratico. Tra l’altro non dimentichiamo che tutto ciò che di cui siamo venuti a conoscenza avrebbe dovuto essere monitorato e controllato da apparati dello Stato che, quanto meno, si sono rivelati distratti o anch’essi superficiali. Dunque limitarsi al detto “occhio per occhio…” non porta da nessuna parte, soprattutto se si pensa al futuro del Paese e a non rendere vane le lacrime di chi piange le vittime. Oggi abbiamo bisogno di cambiar passo, di riportare il tutto a quello che avrebbe dovuto essere normale e, soprattutto, di garantire al Paese infrastrutture funzionali, sicure e moderne. Quel che in queste ore propongono i nuovi Vertici di Autostrade per l’Italia crediamo debba essere valutato con attenzione sia per quel che riguarda la questione investimenti, sia per le ricadute in termini occupazionali e, non ultimo, per un ammodernamento del Paese. 

Andiamo per ordine. 

A parte le parole del nuovo Amministratore Delegato di Autostrade, Roberto Tomasi, che ha espresso chiara l’idea di voler ricostruire la fiducia tra l’Azienda e il Paese (ma le parole hanno un peso solo se seguite dai fatti), non crediamo possibile liquidare con un “dovevano pensarci prima” il Piano Strategico per gli anni 2020- 2023 approvato dal Consiglio di Amministrazione della Società. 

In questo Piano sono previsti nel triennio indicato ben 7,5 miliardi di euro ripartiti tra investimenti e spese di manutenzione. In pratica gli investimenti sulla rete ammonteranno a oltre 5 miliardi di euro (5,4 mld) a cui si aggiungeranno circa 2 miliardi per spese di manutenzione. Tutto ciò consentirà un piano di ammodernamento delle principali strutture (ponti, viadotti, gallerie, barriere di sicurezza…) oltre allo sviluppo di una piattaforma intelligente che monitorerà ogni ponte e viadotto dell’autostrada. Tale monitoraggio avrà come caratteristica la totale trasparenza e condivisione delle informazioni. Non sono inoltre da sottovalutare il quadro di assunzioni previsto dalla Società – e quindi riteniamo certa anche la garanzia dei posti di lavoro oggi messi in dubbio dall’onda vendicativa – e le nuove logiche interne atte a garantire la giusta valorizzazione delle risorse e, soprattutto, il corretto rapporto con l’utenza che dovrebbe tornare al centro dell’interesse societario. Un Piano dunque da vagliare con attenzione considerandone ricadute e prospettive, strutturando, nel contempo, anche un’adeguata regolamentazione e un serio controllo.

Questo è lo scenario attuale e  diverse sono le domande da porsi. 

Se il Piano sarà respinto, lo Stato sarà in grado di garantire tutto nella stessa misura proposta? 

Sempre rimanendo fermi sulla posizione che i responsabili delle tragedie prodotte (non dimentichiamo Avellino) dovranno essere duramente colpiti, chi sarà mai quel soggetto (Stato e Anas compresi) che potrà garantire un piano d’investimenti di tale portata e il mantenimento dei posti di lavoro? 

Presupponendo il rifiuto del Piano, cosa produrrà un tale, enorme, sacrificio del Paese (perché di questo si tratterà)? 

E, infine, l’eventuale buttare alle ortiche una progettualità simile servirà ad asciugare le lacrime di chi piange le vittime?

Io sono Giorgia

di Vincenzo Annoni.

L’onorevole Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, è stata tra i personaggi principali, se non proprio la protagonista, del nostro panorama politico di quest’inizio 2020. 

Lo è stata in termini statistici, con un progressivo incremento di consenso. Lo è stata nei sondaggi, che l’hanno vista emergere non solo all’interno della coalizione di centrodestra, ma soprattutto come figura politica e istituzionale di respiro nazionale e internazionale. Lo è stata, e continua a esserlo, per la dimostrata coerenza politica e l’incontaminato pedigree che ne fanno un potenziale paladino degli elettori di destra (e non solo).

Tra l’altro, il quotidiano britannico “The Times” l’ha inclusa tra le venti personalità potenzialmente capaci di cambiare il globo in questo 2020. Giorgia ha accolto la notizia con una certa ironica intelligenza, dicendosi già soddisfatta di poter cambiare lo scenario governativo della penisola, maltrattata a suo dire dai governi Conte I e Conte II.

 Ma chi è Giorgia Meloni? 

Cresciuta nel tradizionale quartiere della Garbatella a Roma, s’impegna politicamente sin da giovanissima, militando nel fronte studentesco vicino ad Alleanza Nazionale. A ventuno anni è consigliere comunale a Roma mentre dieci anni dopo, ricoprendo la carica di Ministro della Gioventù senza portafoglio per il Popolo della Libertà, diventa il più giovane ministro della storia repubblicana. Dal malcontento di una parte del centrodestra per l’appoggio al governo tecnico di Mario Monti, fonda insieme a La Russa e Crosetto, Fratelli d’Italia raccogliendo l’eredità storica e politica di Alleanza Nazionale e collocandosi naturalmente nell’area culturale di destra.  

Fino ad oggi Fratelli d’Italia ha spesso condiviso la scena parlamentare con il resto della coalizione di centrodestra, Forza Italia da un lato e la Lega dall’altro. Condivisione che però non ne esaurisce la propulsione e il portato storico-politico. 

Dalle urne delle elezioni politiche del 2018, Fratelli d’Italia ha ottenuto il 4,4% di preferenze nazionali. Da quel momento Giorgia Meloni ha visto il proprio partito e la propria figura aumentare progressivamente nei consensi, fino alla possibilità non particolarmente remota di una messa in discussione del primato del segretario della Lega, Matteo Salvini. 

Certo, uno scenario per ora del tutto ipotetico, soprattutto se si tiene conto degli attestati di fedeltà professati dai componenti della coalizione, ma più che plausibile vista la sempre crescente popolarità della Meloni accompagnata dal riconoscimento di una seria coerenza e da un’immagine, tutto sommata, un pizzico più rassicurante, nel panorama europeo, del Matteo leghista.   

La popolarità di Giorgia Meloni è imprevedibilmente accresciuta anche in virtù di un effetto collaterale scaturito dalla diffusione virale sul web di una parodia (realizzato da MEM & J) nel quale venivano remixate le parole di un suo discorso tenuto in Piazza San Giovanni (RO) lo scorso 19 ottobre. 

Matteo Salvini e Giorgia Meloni in questo momento hanno due diversi modi di far politica: il leghista appare interessato a individuare un comune nemico (che ultimamente si aggira tra le righe dei “giornaloni” e le parole dei “professoroni” spalleggiati dai poteri forti) che gli consenta di proporre attaccando, mentre Giorgia Meloni è impegnata a rimarcare la necessità di una forte coscienza identitaria nazionale, aggrappata alle radici e ai confini, che possa trasformarsi in politica autonoma e sovrana. 

Non che i due momenti non siano compatibili, anzi, ma la complementarietà non significa certe sovrapponibilità. Le proposte politiche di Fratelli d’Italia si concentrano, tra l’altro, intorno a un tema ben definito, quello della famiglia.   

Giorgia Meloni con il suo essere potrebbe rappresentare l’alternativa ai più coloriti populismi di piazza, contrapponendo a essi un rigido e sostanziale sovranismo istituzionale che soddisfi la volontà popolare di un governo eletto preparato, competente e attento alle richieste sociali della popolazione tutta. 

Tra l’altro, Giorgia certe cose non le manda certo a dire. Sulle Sardine, ad esempio, non ha nascosto il suo pensiero quando ha affermato che queste ultime non sono un “movimento spontaneo” ma anzi fanno “da guardia bianca” sugli scandali di Bibiano. Come se non bastasse ha chiarito come, a suo parere, dietro alle Sardine si cela un PD che cerca in tal modo di avere una sponda che non abbia la caratterizzazione del partito in crisi.

Come si vede, la Meloni, che proprio in questi giorni ha festeggiato il suo compleanno, tiene fede al suo essere politico. 

Ora saranno le prossime elezioni politiche a decretare concretamente l’impatto nazionale di Fratelli d’Italia in generale e della Giorgia nazionale in particolare, che per il momento rappresenta, comunque, un solido esempio di coscienza nazionale. 

Il celibato ecclesiastico: un “caso” in Vaticano

di Antimodernista.

L’Antimodernista non vuol entrare nella polemica sul libro del cardinale Sarah, “Des profondeurs de nos coeurs” ed. Fayard, che conterrebbe due interventi, uno dei quali di Papa Benedetto XVI (che, secondo alcuni, avrebbe ritirato la sua firma come coautore, ma non sconfessato le tesi espresse), che con la frase “non posso non tacere”, si sarebbe apertamente dichiarato per il celibato ecclesiastico. 

Ricordo che gli avvenimenti non sono neutri, ma seguono quello strano Sinodo Amazzonico, durante il quale si sono adorate divinità pagane, come Pachamama, all’interno dei giardini vaticani alla presenza di cardinali e di Bergoglio, e chiesto il sacerdozio uxorato (per ora nelle sole zone amazzoniche). Pare che papa 2, ovvero Giorgio Bergoglio, sia inferocito (l’episodio dello “schiaffeggiamento” di una fedele in Piazza san Pietro il 31 dicembre scorso, lo lascerebbe immaginare). 

No… L’Antimodernista vorrebbe sottolineare, semplicemente, tre elementi, da porre alla vostra attenzione. 

Il primo: la “tradizione” della Chiesa cattolica da almeno 1.700 anni ha inteso ordinare clero celibe. Anche in precedenza coloro che accedevano al sacerdozio ministeriale, pur essendo sposati, facevano promessa di astinenza. Qualsiasi decisione diversa va contro la “tradizione” della Chiesa cattolica, verso, ahimè, una protestantizzazione della stessa Chiesa.

Il secondo: spesso si usano due argomenti. I preti sono pochi, e poi si eviterebbero, permettendo il matrimonio dei sacerdoti, casi di pedofilia. Nulla di più sbagliato. Anzitutto nel primo caso, ovvero la mancanza di preti, si scambia la soluzione per il problema. Gesù ha detto “pregate, perché il padrone della messe mandi operai nella sua messe”, non ha certo affermato di trovare le soluzioni più semplici e immediate, qualunque siano (sigh!). Sulla pedofilia, beh so di affermare qualcosa di “politicamente scorretto” ma i “casi”, oltre ad essere, ahinoi, tristemente e deprecabilmente comuni a tutte le categorie che hanno vicinanza con i minori, a partire dai docenti, statistiche docet, sono per la stragrande percentuale dei casi fenomeni di perversione ‘omosessuale’ (con ciò non si vuole affatto affermare che gli omosessuali siano pedofili, ma rimarcare un dato di fatto). Non a caso il grande Papa Benedetto XVI individua nelle derive del ’68, una delle cause del problema. 

Infine un ulteriore elemento: nelle lettere inviate al cardinale Sarah, nelle quali veniva dato il permesso di pubblicazione, Ratzinger si firma Benedetto XVI. Ma non aveva abdicato? Non era un Papa emerito?

Chissà!

Dentro la scatoletta? Niente

di Vincenzo Annoni.

Un movimento nato “contro” , con pochi argomenti politici e tanti lati oscuri.

Generatosi improvvisamente, il movimento delle Sardine ha velocemente attratto intorno a sé l’attenzione pubblica. Il progetto, così è stato raccontato, nato dalle chiacchere di una notte insonne, si è poi concretizzato contestualmente alla campagna elettorale delle elezioni regionali indette per il 26 gennaio 2020 in Emilia-Romagna, schierandosi contro la candidata della Lega. 

Lo sviluppo del movimento, apparentemente autonomo e svincolato da strutture politiche esistenti, stupisce notevolmente per l’ascesa fulminea registrata tanto da domandarsi a quale tipo di magia si sia votato Mattia Santori il personaggio che le coordina o, nel caso più realistico, chi le abbia compattate e indirizzate con particolare maestria verso le luci dei riflettori massmediatici. 

Il movimento si sarebbe formato come naturale sfogo di piazza riversato contro una singola figura rappresentativa, quella di Matteo Salvini, che appare essere anche l’unica evidente connotazione politica della cosiddetta “rivoluzione ittica”. 

L’elemento costante è infatti l’avversione contro la politica messa in campo dal segretario della Lega, nient’altro che questo. Il movimento è nato come contrapposizione e in tale contrapposizione pare esaurirsi. Nessuna istanza sociale, nessun chiaro referente, origine e controllo (anche finanziario) in chiaroscuro, obiettivi assenti, prospettive confuse, tutto ciò sembra rafforzare l’idea di una mera propaganda autoreferenziale, che si appella solo a sé stessa per sostenersi. Apparentemente. 

Infatti, oltre alle molte perplessità suscitate – come ad esempio l’inverosimile capacità di radunare migliaia di persone in così poco tempo senza che vi sia alcun apparato impegnato a preparare la manifestazione, i non poco fondati sospetti che si affacciano sulla spontaneità del movimento, sui finanziamenti per forza di cose ricevuti e sul controllo di questi ultimi – il dato sconcertante è la completa mancanza di argomenti politici e di prospettiva se non la già citata contrapposizione. In altre parole appare evidente che le tesi sostenute dalle Sardine sono intimamente dipendenti dalle mosse politiche del centrodestra. Senza questo: il nulla!

Volendo escludere, per il momento, la possibilità dell’ingerenza “costruttiva” di un centrosinistra convalescente, ritrovatosi un po’ a caso alla guida del Paese in coabitazione con il M5S, per comprendere la nostra attualità storica risulta essere esercizio efficace la comparazione con un altro movimento che ha attirato su di sé l’attenzione della comunità internazionale, quello dei Gilet jaunes che da mesi si radunano contro l’ottavo presidente della V Repubblica francese, Emmanuel Macron. Rispetto questi ultimi, le sardine italiche hanno il vuoto portamento di chi sembra abbia tanto da dire e niente da affermare.  

Esplosa il 17 novembre 2018, la “rivolta gialla” ha coinvolto trasversalmente gran parte della società francese, in special modo quella rurale e di periferia stanca di subire e di non progredire, recando con sé le istanze e rivendicazioni pratiche e sostanziali maturate in seno al malumore di quello strato sociale che ha veementemente inondato le vie di Parigi, dando il volto di Macron alla causa di questo malessere. 

Le Sardine, invece rappresentano una sorta d’inversione dei moti francesi: non già lo slancio vigoroso (finanche violento) per emergere e fuoriuscire da una condizione di crisi sociale ed economica, bensì la preventiva opposizione al nemico da combattere, scelto a tavolino e a prescindere, con la successiva e mal riuscita definizione delle tesi atte a giustificare l’azione. 

Frutto di una politica senza idee, il movimento delle Sardine dà l’impressione di non essere altro che lo sterile tentativo di apparire contrapposizione a quella stessa retorica politica di cui si ciba e in cui è cresciuto. La riproposizione di un originario M5S, senza comici capobanda e senza, apparentemente, celate eminenze. Un qualcosa che vorrebbe dare l’impressione del nuovo e sa invece di stantio, in tal senso sembra andare pure l’annuncio del movimento di un prossimo congresso che battezzi una propria direzione, magari pronta a stringere qualche mano già tesa, probabilmente di un partito che tenta di ricostruirsi una veste ormai logora agli occhi dell’italiano medio.

“Sotto il vestito niente” recita il titolo di un celebre film di Carlo Vanzina e anche per le Sardine, il rischio concreto è quello di non trovare nulla dentro la scatoletta pseudo-ideologica che le contiene. 

E l’Italia dov’è?

Per molto tempo ci hanno raccontato che il peso politico del nostro Paese era limitato per le difficoltà di credibilità di alcuni leader nostrani. Berlusconi è stato quello messo alla berlina in ogni modo per dare dimostrazione di una inconsistenza strutturale di chi rappresentava l’Italia. In quel caso il punto massimo è stato raggiunto quando si è arrivati ad affermare che la logica dell’aumento forsennato dello Spread fosse derivata da chi ricopriva il ruolo di Primo Ministro piuttosto che da una coordinata azione a danno dell’Italia. Poi è venuto il momento in cui era Salvini e il suo modo di essere a danneggiare l’italica immagine nonostante, invece, che nel Paese continuasse (e continua) a raccogliere consensi. 

Ed eccoci alfin giunti all’ultimo Governo, quello in cui Conte e i suoi si sono beati del famoso “Giuseppi” e al soglio della Farnesina è arrivato il capo politico del M5S, depositari questi ultimi di verità assolute e capacità nascoste.

Capacità molto nascoste se si considera ciò che sta accadendo e di come ormai sia palese l’inconsistenza della nostra politica estera e del ruolo che essa ricopre nello scacchiere internazionale. 

Il peso della nostra Nazione sul palcoscenico mondiale è un dato di fatto. Si affronti la questione migranti, si veda la circostanza della determinazione dei ruoli in seno alla Commissione europea, si consideri la capacità di gestione delle crisi in cui sono concreti i nostri interessi il risultato appare sempre lo stesso: le decisioni vengono prese altrove. Prima o poi  arriva sempre la carezzina di circostanza, giusto per non far vedere, ma il succo rimane lo stesso.

Ultimo esempio il blitz effettuato dagli Stati Uniti per eliminare Qassem Soleimani, personaggio di assoluta rilevanza per i delicati equilibri medio orientali e mondiali. Un’azione, quella degli Stati Uniti, messa in atto il 3 gennaio scorso che ha aperto un vuoto enorme e dai risvolti imprevedibili. Un atto studiato nei minimi particolari di cui forse mai sapremo i dettagli della scelta del luogo e del momento. Di certo una circostanza che gli USA non avrebbero mai realizzato se non fossero stati informati gli attori principali e più importanti secondo le logiche del più potente stato mondiale nonché nostro storico alleato e “guida spirituale”. 

Ebbene in un simile e delicato scenario le autorità statunitensi hanno omesso di informare il nostro Paese. Lo ha saputo la Francia, la Germania, chiaramente la Russia di Putin, Israele e l’Arabia Saudita. Noi no, la Farnesina ha avuto modo di apprenderlo a cose fatte e realizzate, senza poter neanche esprimere un parere, qualunque esso fosse e se ci fosse. 

Trarre le conclusioni di un simile atteggiamento è cosa piuttosto semplice e condanna la nostra bella Italia a un ruolo secondario, per non dire marginale nell’ambito del palcoscenico mondiale. Il responsabile della nostra politica estera, così come il Primo Ministro e tutto il Governo in genere, escono da questa circostanza liquidati come superflui, inutili orpelli di una politica internazionale dettata, organizzata e gestita da altri. Bel risultato per chi si è ritenuto e si ritiene un palmo superiore agli altri, per quelli che hanno gettato fango e veleno su chi, almeno, faceva tenere in debita considerazione il parere italiano. Oggi neanche ci informano e nessuno se ne prende onere. 

Di fronte ad un simile smacco (senza voler citare gli altri) una forza politica seria e con basi solide prenderebbe le opportune decisioni, cercando, almeno di salvare la faccia. Ma oggi l’importanza della poltrona ha un senso superiore a tutto e quindi si continua nella messinscena…

Il business degli immigrati

di Antimodernista.

Voglio chiedervi, così, “di brutto”: ma veramente pensate che potenze che sono state (e lo sono ancora, ma 2.0) coloniali, che hanno nelle proprie mani i destini finanziari e militari dell’umanità, che hanno attraversato, ed alcune vinto, due guerre mondiali, che detengono la ricchezza maggiore del pianeta poi non riescano a trovare un accordo per disciplinare, se non limitare o persino fermare, questa immigrazione confusa, caotica, drammatica per chi ogni giorno la vive? 

Suvvia sarebbe un tantino paradossale. 

L’unica risposta ragionevole a questa paradossale domanda, è che tale situazione si vuole così, proprio così com’è, per una serie di ragioni, che vanno (o possono andare) dal semplice sfruttamento di manodopera a basso costo sino a puntare all’abbattimento dello stato sociale nei paesi occidentali arrivando alla creazione di un ampio meticciato di classe media da lasciar governare a piccole élite siano esse economiche, finanziarie, culturali, militari, politiche. 

Da qui nasce il caos che leggiamo nella narrazione quotidiana. I “buoni” immigrazionisti globalisti senza confini (coop, ONG, associazioni umanitarie), i “cattivi” e razzisti sovranisti, i caporali e le baraccopoli del sud, la gente di periferia del nord arrabbiata ed intervistata nelle trasmissioni (alquanto patetiche) di prima serata.

Cari miei è tutto un grande gioco, una gran presa per i fondelli. Un grande puzzle, che altri costruiscono, ed in cui tutti noi, immigrati compresi, non siamo altro che vittime in diverso grado e differente ruolo. 

Gli oppressi dovrebbero unirsi contro gli oppressori, ed invece la “grande proletaria” partorisce il topolino che squittisce con voce flebile e ridicola: “Salvini boia” (ovviamente con corredino di maglietta e berretto rosso e Rolex alla Lerner).

Ancora una volta il grande capitale vince perché le masse (di qui, di lì, di sotto, di sopra, insomma le masse) non han capito un granché, e come i famosi capponi di Renzo non fanno altro che beccarsi, prima di finire tutti in un gran pentolone, per servire il buon pranzo al padrone, quello vero! 

Cu nà bbona salut’!