Tra Boris e l’economia di mercato

di Antimodernista.

Lo ammetto. Ascoltando le parole di Boris Johnson e del suo consigliere Sir Patrick Vallance, secondo cui non bisognerebbe “contenere” e “sradicare” il virus al fine di sviluppare quella che gli immunologi definiscono “immunità di gregge”, ho reagito con una smorfia di fastidio.

Ma poi, siccome solo gli imbecilli non cambiano opinione di fronte ai fatti, ho pensato: “ma visto quello che sta accadendo, non è che l’antipatico Boris abbia ragione?”.

È innegabile che l’ha messa giù male tanto è vero che, poi, è ritornato sui suoi passi, verso il “medicalmente corretto” del modello sino-italiano. Ma riflettiamo: ci hanno messo in quarantena preventiva, Ok! Per coerenza e buon senso dovremmo rimanerci fino a quando il virus sparirà dal mondo, ovvero mai. Della serie: dalla casa alla cassa. Non è proprio un’idea geniale. Certo è che molti se non moriranno per il virus, che non è neppure tra i più letali,  rischieranno di morire di fame tra qualche mese.  

Ci dicono, inoltre, ogni giorno e più volte al giorno, che in realtà il vero e grave problema non è il virus e l’infezione in sé (più dell’80% dei malati guarisce, molti sono asintomatici, la quasi totalità dei decessi, che sono comunque lo zero virgola sulla popolazione totale, hanno in media 80 anni e diverse altre patologie), ma il fatto che ammalandosi tutti insieme vanno ad intasare le terapie intensive.

Scusate, ma fino a ieri o a qualche ora fa, non ci avete detto che le regole dell’Unione Europea (l’Europa è ben altre cosa) ci costringevano alla spending review, e a tagli di qua e di là ovviamente anche nella sanità? E allora?

Soprattutto negli ultimi dieci anni, in particolare da Monti in poi, il “ce lo chiede l’Europa” è diventato un mantra scassatutto. Ed ora mettete noi, poveri cittadini italiani, agli arresti domiciliari, e ci raccontate che bisogna fare investimenti in medici, infermieri, ospedali e macchine respiratorie?

Ovviamente, siccome non possiamo stampare moneta, come si suol dire si fa cornuti e mazziati. Ebbene, anche qui, forse, il vero antivirus o vaccino è economico e si chiama economia sociale di mercato, possibilmente coordinata da uno Stato nazionale forte e funzionante.

È la dottrina sociale cattolica, di un cattolicesimo ben lontano dal bergogliano populismo, che da sempre, soprattutto nell’epoca moderna, ha posto l’attenzione sulla libera attività e sulla proprietà privata, ma anche sul valore sociale dell’economia. Cosa vuol dire in pratica? Che la libertà, caratteristica della persona umana, deve poter esprimersi nella creatività del lavoro, del fare impresa, del ricavare guadagno (che non è certo un peccato), ma anche nel valore sociale di alcune realtà, che non possono e non devono rispondere a logiche di profitto. Capitoli come la scuola, la sanità, i trasporti, devono rispondere, invece, a logiche di bene comune, aldilà di vincoli finanziari ed economici.

Se da questa brutta storia di covid19 ed inadempienze si può ricavare un insegnamento, credo sia questo: né il modello cinese, né quello tecnoliberista ci salveranno dai virus ma, forse, un po’ di buon senso ed un ritorno ad una sana economia sociale di mercato.

La sciagurata politica dei calcoli

di Carmine Crocco.

Quello che a prima vista può sembrare del tutto normale, spesso diventa anomalo e di difficile comprensione. Se poi a questo ci aggiungiamo un virus particolarmente virulento, una classe parlamentare mediamente scarsa e un Governo che si regge sulla paura dell’avversario, abbiamo il quadro politico attuale del nostro Paese.

Di fronte a un’emergenza di cui ancora non si comprende bene il perimetro, considerata la scarsa capacità mostrata dall’esecutivo nella gestione della questione (e non solo)  e preso atto di un Paese che, stando ai sondaggi e alle ultime tornate elettorali, pare mostrare insofferenza nei confronti dell’attuale maggioranza, sarebbe stato molto più sensato cercare di costituire un Governo di Unità Nazionale che si ponesse, magari con un Premier terzo non politico, come obiettivo la gestione della crisi nella sua complessità del momento attraverso un arco temporale definito e di non eccessiva lunghezza per poi ridare la parola agli italiani attraverso quell’esercizio di democrazia che si chiama voto.

In questo modo nessuno avrebbe avuto alibi, l’interesse sarebbe stato unico e la gente avrebbe avuto la decisa sensazione che, per una volta, solo il Paese era al centro dell’azione politica.

Certo l’uomo chiamato a guidare questa operazione di ricostruzione avrebbe dovuto rappresentare una discontinuità con il presente cercando di rappresentare quanto più possibile un polo neutro ed equidistante. Un uomo del Presidente con il quale avrebbe dovuto, gomito a gomito, condurre l’Italia fuori dal pantano in cui si trova.

La proposta dunque non era meschina, considerato inoltre come la questione virus ha risvolti economici e d’interesse nazionale che vanno oltre al già grave problema di salute pubblica. L’unico intoppo è che tale disegno è stato rappresentato da quel Matteo Salvini che guida un’opposizione che, presumibilmente e paradossalmente, rappresenta la maggioranza del Paese.

Infatti questo ha creato una serie di perplessità che, pare, siano piuttosto trasversali negli schieramenti. Perplessità che nascono da calcoli politici, comprensibilissimi in termini matematici, ma assolutamente inconcepibili di fronte alle esigenze della Nazione.

Adesso tocca al Presidente Mattarella, con il quale Salvini è stato a colloquio, decidere il da farsi. Di sicuro per il momento nulla cambia, ma se la situazione dovesse farsi ancor di più preoccupante, e non solo per la parte sanitaria, allora un’idea del genere potrebbe “tornar di moda” e far ragionare chi ancora fa calcoli piuttosto che pensare al bene comune.

Coronavirus: la teoria dell’Antimodernista

di Antimodernista.

Due indizi fanno una prova, tre si avvicinano alla certezza…

L’Antimodernista l’aveva già anticipato qualche articolo fa. Ma ora vuole essere più puntuale e preciso, con una viva avvertenza: le opinioni espresse in questo articolo sono di “controinformazione”, assolutamente tacciabili di “gomblottismo”. Se volete rimanere nella “verità ufficiale”, seguite i TG di La7, o dei vari canali 1,2,3,4,5… e smettete già ora di leggere.

Andiamo ai fatti: l’altra sera fonti russe hanno dichiarato pubblicamente che il caso coronavirus o covid-19, potrebbe essere un atto di “guerra batteriologica” firmato Usa (suscitando rimostranze da Washington). Il perché lo facciano i Russi è presto detto: se lo facessero i Cinesi, equivarrebbe ad una “dichiarazione di guerra”.

Per ricostruire gli ‘indizi’, che dimostrerebbero tale accusa, almeno ‘tre’ dei proverbiali che fanno una ‘prova’:

  1. a Wuhan c’è un laboratorio di ricerche batteriologiche militari, dunque sarebbe stato facile addossare la colpa ai cinesi in caso qualcuno avesse agitato la possibilità di causa non naturale dell’epidemia; 
  2. 2) gli Usa hanno 15 laboratori di armi segrete (conosciuti), quindi hanno la tecnologia per fare una cosa del genere (e già in passato hanno usato armi non convenzionali);
  3. 3)  nell’ottobre del 2019, un mese prima che si scatenasse il coronavirus in Cina e il panico globale, il “Johns Hopkins Center for Health Security”, strettamente collegato al “National Institutes of Health” (L’Istituto Nazionale della Sanità Usa), ha simulato lo scenario derivante da una pandemia (guarda un po’) da…coronavirus.

È un dato che nelle più moderne tattiche militari, non si miri tanto a fare molti morti nelle file nemiche, bensì molti feriti (che pesano economicamente ben più dei defunti). Un virus diffuso nel cuore del più importante distretto industriale della Cina, a ridosso della festività del Capodanno, con conseguente paralisi di gran parte delle attività economiche, pesa al netto più di un bombardamento (ed è decisamente meno fragoroso). Un virus di media potenza, può mandare al collasso un intero sistema sanitario e sociale, specie in un paese come la Cina con una numerosa popolazione anziana.

Gli altri paesi principalmente colpiti, oltre alla Corea del Sud, sono l’Iran (a migliaia di km!), dove il focolaio è partito dalla città santa sciita di Qom (non proprio una meta ambita dal turista cinese medio), che lascia immaginare ancor di più il “cui prodest” di questa “epidemia”.

I militari chiamano questo meccanismo “La trappola di Tucidide”, proprio lo storico, in riferimento a Sparta, più forte militarmente, rispetto ad Atene, che cresceva, però, molto economicamente. In cosa consiste? Nel creare periodicamente problemi alla potenza crescente, ad es. un’epidemia, per evitare che cresca troppo, e scongiurare così i presupposti di una guerra tradizionale con la potenza egemone che sarebbe spaventosamente terribile. Non dimentichiamo che tra Usa e Cina è in atto una guerra commerciale e con l’Iran i rapporti sono tesissimi.

L’Italia, infine, pur essendo un’ossequiente “colonia” USA (tranne nel famoso caso Sigonella) è, da sempre, teatro d’ogni tipo di “sperimentazioni sociali”, da parte della potenza coloniale, oltre ad aver commesso il peccato mortale di essersi proposta come terminale occidentale della “nuova via della seta”.

Insomma: un classico “scacco matto”. Ma le conseguenze più rilevanti le vedremo solo fra un po’ di tempo. Innanzitutto sul piano economico.

Ma poi c’è l’aspetto umano e psico-sociologico. E’ vero che questa non è la peste nera del 1348 (ha una mortalità si e no del 2%, e di fatto oggi le epidemie sono circoscrivibili rispetto al passato), ma è anche vero che noi non siamo uomini del Medioevo, abituati a crisi e difficoltà da gestire e con la certezza sovrannaturale che la vita abbia uno Scopo Superiore. La nostra è una società tenuta in piedi con gli psicofarmaci: spiritualmente cadaverica, psicologicamente fragilissima, strutturalmente ultra-complessa e quindi ultra-dipendente da qualsiasi sommovimento o evento non previsto.

Quello che oggi si vede nei supermercati del Nord Italia (razzia di prodotti), potrebbe essere davvero nulla rispetto a quello che si potrebbe vedere. Pure i preti, nel Nord Italia, hanno chiuso le chiese ( nel 600, San Carlo Borromeo puliva la bava dalla bocca degli appestati)

E il panico, si sa, è uno degli elementi fondamentali per imporre qualsivoglia “esperimento sociale”.

Attenti allo scisma…

di Antimodernista.

Vi ricordate la canzone del famoso cantautore, “Attenti al lupo”..? Ebbene L’Antimodernista, l’aveva prefigurato già anni fa, ed oggi riprende quell’adagio, pensando alla Chiesa cattolica e cantando: “Attenti allo scisma…”.

Eh, sì…Due Papi, che si marcano a vista (seppur con discrezione), non possono coesistere nell’ unica Chiesa: di fatto si formano, e si sono formati, “due partiti (o uno solo forse , da un lato quello dei progressisti neomodernisti, e dall’altro i cattolici “senza aggettivi”, che un partito non sono,).

Potrei prenderla da lontano, l’ho già fatto in altre occasioni: un Papa “emerito” (caso unico nella storia), che non rinuncia allo stemma papale (l’importanza dei simboli araldici non è da sottovalutare in certi ambienti), che conserva la veste bianca del Pontefice (si disse al momento della rinuncia che non si erano trovate talari nere…ma dai…in Vaticano), che si firma ancora “Benedictus XVI”, e che, con accortezza ma precisione, parla e scrive al momento giusto, su questioni scottanti di attualità ecclesiale, facendo sentire forte la sua flebile voce dal Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano.

Se a questo aggiungiamo le affermazioni del maggio 2016 di mons. Gänswein, segretario personale di Benedetto XVI e (fino all’ “epurazione” di Francesco di qualche settimana fa) Prefetto della Casa Pontificia, che affermò:” non esserci due Papi, ma un ministero allargato con un membro attivo ed uno contemplativo” allora il quadro si completa.

Insomma la situazione non è “normale”, nonostante alcuni, che L’Antimodernista definisce ironicamente “normalisti”, si affannino ad affermarlo in ogni occasione. Ma andiamo ai fatti ed agli ultimi, scottanti eventi.

Dal 6 al 27 ottobre si è tenuto in Vaticano un Sinodo sull’Amazzonia. Credo che molti ricorderanno l’inizio di tale evento, trasmesso in mondovisione, con la venerazione dell’idolo indigeno di Pachamama, alla presenza di Francesco e di alti prelati di Curia. Ebbene, aldilà di diverse questioni critiche poste dal Sinodo, quest’ultimo si è caratterizzato per essere una sorta di “testa d’ariete” del tentativo di introdurre nella Chiesa cattolica il clero uxorato (ovvero sposato), seppur limitatamente al territorio amazzonico, molto esteso ed attualmente in penuria di preti.

Era ovvio che questa eventuale decisione avrebbe rappresentato la prima crepa in una tradizione antichissima della Chiesa, quella appunto del “celibato sacerdotale”. Nel documento finale del Sinodo si legge: “Proponiamo di stabilire criteri e disposizioni da parte dell’autorità competente per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che abbiano un diaconato, potendo avere una famiglia costituita e stabile”. Questa proposta ha ricevuto 128 placet dai partecipanti al Sinodo e 41 non placet. Il documento finale non ha, diciamo, forza di legge ecclesiastica, ma è il Pontefice regnante che con un’ “Esortazione Apostolica post sinodale”, fa sue o rigetta le diverse proposte. Si era sicuri che Francesco avrebbe accolto questa proposta, anche perchè probabilmente da lui stesso caldeggiata. Cosa accade nel frattempo?

E qui ritorna Papa Benedetto XVI. Infatti, proprio pochi giorni prima della pubblicazione della “Esortazione post-sinodale”, viene presentato un libro: “Des profondeurs de nos coeurs” (“Dal profondo dei nostri cuori”), a firma del card. Roberto Sarah e di Benedetto XVI. Tra le altre importanti affermazioni si legge: “Era nostro dovere ricordare la verità del sacerdozio cattolico. In questi tempi difficili ciascuno deve aver paura che Dio rivolga un giorno questo acerbo rimprovero: «Maledetto sei tu, che non hai detto nulla»”, ed ancora: “la possibilità di ordinare uomini sposati rappresenterebbe una catastrofe pastorale, una confusione ecclesiologica ed un oscuramento della comprensione del sacerdozio”.

Insomma non proprio paroline dolci, che, pur se riferite a questioni generali, non è difficile capire a chi siano indirizzate. Ed infatti Francesco lo ha così velocemente compreso, non solo (a sentire le solite fonti ben informate) adirandosi non poco, ma con un gesto plateale, non potendo ovviamente “toccare” il Papa emerito, ha colpito l’uomo a lui più vicino, licenziando in tronco (la formula utilizzata suona in “vaticanese” così: “congedato a tempo indeterminato”) il vescovo mons. Georg Gänswein, segretario personale di Benedetto XVI, da Prefetto della Casa Pontificia (che gestisce parte dell’agenda del Pontefice, e che lo stesso Papa Benedetto chiese fosse lasciato in quel ruolo, che già ricopriva).

Questa breve cronistoria degli ultimi mesi rende la gravità della situazione.

 L’Esortazione Apostolica post-sinodale: “Querida Amazonia” (“Amata Amazzonia”, datata 2 febbraio 2020), non ha esplicitamente aperto alla possibilità di un clero uxorato nella Chiesa cattolica (pur se limitatamente al territorio amazzonico), ma registra, con una breve frase, l’ambiguità che l’attuale pontificato pare rimarcare in ogni decisione importante. Infatti appena all’inizio della Esortazione si afferma che si ritiene opportuno una “creativa e fruttuosa ricezione dell’intero cammino sinodale”. Cosa si vuole intendere? Che quella proposta, che abbiamo riportato del documento finale sulla possibilità del matrimonio dei preti amazzonici, potrebbe essere fatta propria da singoli episcopati locali, con l’avallo del Pontefice?

Insomma la situazione è confusa e grave, e se la sapienza degli antichi è un capitale di buon senso anche per l’oggi, il detto latino “motus in fine velocior” (il movimento è più veloce verso la fine), apre scenari preoccupanti e nuovi per tutta la cattolicità. Vedremo.

Intanto non perdiamo di vista un altro Sinodo, quello della Chiesa cattolica tedesca (iniziato a gennaio e che durerà  due anni) , che potrebbe essere non la goccia, ma la cascata che fa traboccare…tutto.

Elezioni, Referendum e la banda dei commedianti

di Carmine Crocco.

Ma vi sembra mai possibile che una nazione, a forte connotazione democratica come il nostro Paese, possa essere succube della commedia che la politica nostrana sta fornendo in questi giorni? C’è veramente da impallidire al pensiero che abbiamo tanto condannato e vituperato la Prima Repubblica, quella degli Andreotti, dei Craxi, dei La Malfa, per trovarci in questa condizione. Son passati trent’anni da quei giorni eppure chi li ha vissuti non potrà mai dimenticare l’escalation di manette e di lanci di Agenzia che sporcavano la storia di idee e di uomini che la storia stessa avevano fatto. E i giudici? immense entità che apparivano come paladini senza macchia e paura per poi, con il tempo, capire che avevano indirizzi precisi dove guardare e indirizzi ancor più precisi di dove non guardare.

Tutto ciò per arrivare alla tragicommedia che è il Governo attuale. Una compagine che sarebbe più corretto definire “compagnia di comici andanti” non tanto per rifarsi al fondatore del Movimento dei 5 Bla Bla Bla, ma per caratterizzare le discussioni che portano avanti e le prese di posizione che quotidianamente assumono e che valgono la mattina per essere disconosciute la sera. Una sorta di confusione alla stato puro in cui linguaggi e logiche appartengono solo agli azionisti di un Governo che in realtà non c’è.

E poi ci sono i sondaggi. L’algoritmo misterioso che permette di scoprire l’orizzonte a cui guarda il Paese. Dati che vengono sfornati ogni giorno e che tutti utilizzano per cercar di comprendere quali linee sono da seguire per aggraziarsi l’elettorato. In questo, maestro è stato Berlusconi che, tra le tante cose fatte e non, ha disegnato un nuovo modo di far politica fatto di proiezioni, sondaggi e valutazione dell’humor popolare. E allora, via ai numeretti che danno un certo quadro ma che, a volte, nascondono anche profonde insidie. Quel che è certo che al momento disegnano un Paese che guarda in maniera diametralmente opposta al proprio Governo. È infatti da tempo che i sondaggi indicano un Centrodestra “padrone” del consenso elettorale con una rappresentatività che supererebbe di oltre 10 punti percentuali lo schieramento governativo.

Considerato tutto questo, in un Paese normale si andrebbe a votare. Da noi no! C’è il referendum confermativo per il tagli dei parlamentari che impedirebbe una tornata elettorale ravvicinata in quanto l’eventuale approvazione della legge muterebbe, di fatto, gli equilibri numerici e quindi il Governo stesso, come prevede una specifica recente norma, sarebbe chiamato a ridisegnare i collegi elettorali. E per far questo occorre tempo considerate le ricadute a cui si andrebbe incontro.

Ma se è il bene del Paese a dover avere prevalenza su tutto, considerando come l’attuale numero dei parlamentari ha consentito allo Stato di sopravvivere sino ad oggi, e dato per scontato che una modifica funzionale del processo elettorale necessità di esser fatta in piena tranquillità e senza corse affrettate, ebbene quale sarebbe il problema se – al di là del risultato referendario – si andasse alle elezioni e l’applicazione delle nuove norme venisse gestita da un Parlamento, più aderente al Paese?

Sarebbe non solo più corretto verso la gente, ma addirittura più produttivo. Infatti gli eventuali eletti avrebbero già chiaro il panorama sul quale muoversi e, considerato la diminuzione di poltrone disponibili nel prossimo futuro, più portati a svolgere il proprio compito di parlamentari in maniera più irreprensibile possibile proprio per meglio presentarsi alla tornata successiva, quella a numero ridotto.

Certo, questo comporterebbe lo slittamento del taglio dei Parlamentari (sempre dato per scontato che il Referendum vada in un certo senso). Una prospettiva che andrebbe gestita, in sinergia con il Capo dello Stato, collegialmente da tutte le forze politiche e che presuppone una sostanziale dose di coraggio politico e un elevatissimo senso dello Stato. Una eventualità questa appena descritta che al momento fa solo ridere. E son risate amare!

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Informatica dalle elementari? non è un merito

di Antimodernista.


L’Antimodernista a scuola non ha mai usato il computer, i telefoni erano a gettoni, e non esistevano i registri elettronici.

La didattica non era “innovativa”, ma ipertradizionale, i docenti (almeno quelli che ho incrociato) erano appassionati e preparati. Al dire il vero l’Antimodernista ha ricevuto una buona preparazione culturale, che in verità non ritrova nella media delle giovani generazioni.

Ora è pur comprensibile che ogni ministro voglia fare qualcosa di nuovo per restare negli annali della Repubblica, ma come diceva qualcuno: ad ogni limite c’è una pazienza.

È di queste ore la notizia che si vorrebbe dal 2022, credo non subito per motivi organizzativi, introdurre la disciplina “informatica” alle scuole elementari. Ora non ho ancora ben capito se è una proposta o una minaccia, tipo introdurre l’ora di spaccio legalizzato fuori (o anche dentro) la scuola. Eh, si perché con questa fregola dell’innovazione, dei nativi digitali (ma se lo sono già che bisogno c’è di farli più digitali anche a scuola?), dei computer, dei tablet, degli smartphone ad uso didattico, di tempo per riflettere, studiare, imparare, ce ne sarà sempre meno.

Eppure studi scientifici mostrano che la velocità di comunicazione dei mezzi informatici, una scrittura sintetica, i like nel mondo dei social, le abbreviazioni orripilanti del linguaggio (tvb, asp, etc.), tendono a sviluppare la dopamina nel cervello; ed un uso massiccio di strumenti informatici, addirittura con il timbro della ufficialità della scuola, tenderebbe a generare una vera e propria dipendenza,a causa del meccanismo offerta-ricompensa, non lontano da quello degli stupefacenti.

Allora attenti:

1) che questa pseudoriforma passi, se proprio,ahimè, deve, attraverso l’ausilio di esperti “indipendenti” e con l’avallo delle famiglie (che già hanno figli di 6-7 anni videodipendenti); anzi ad avviso dell’Antimodernista è meglio che venga proprio riposta nel terzo, quarto cassetto della scrivania della ministra;

2) volete stupirci, cari ministri della pubblica istruzione, con effetti speciali? Ebbene bandite smartphone e computer, e tablet dalle aule scolastiche, ed introducete sin dall’asilo, con i linguaggi appropriati, lo studio della filosofia (non necessariamente della “storia della filosofia”), dell’antica sapienza delle religioni tradizionali, della lettura dei grandi classici, della meditazione, dell’ora di dialogo e compassione, del quarto d’ora di silenzio, perchè la mente ha anch’essa bisogno di tempo e tranquillità, per “digerire” pensieri ed idee.

Non dobbiamo stupire con effetti speciali, ma tornare a lavorare imitando gli antichi: che certamente non avevano cellulari e frigoriferi (ma questa è tecnologia, non pensiero), eppure facevano funzionare ottimamente i 1300 cm cubici di cervello di noi uomini sapiens. Questa sì che sarebbe una vera rivoluzione.