Libertà di stampa tra sensazionalismo ed etica

Le dichiarazioni del sen. Monti in merito ad un’informazione da porre sotto controllo in modo da dosare le notizie da portare all’opinione pubblica, se da un lato sconcertano – visto che a farle è un esponente parlamentare di quella Repubblica democratica che è l’Italia – dall’altro sollevano spunti di riflessione che, superata la fase idiota delle affermazioni, occorre affrontare.

Ci riferiamo al modo con cui si raccontano le cose, a ciò che si trasmette per accaparrarsi visibilità e come, spesso, si sfrutta il mezzo per meri interessi di parte.

Certo, questa è una questione molto delicata e di non semplice soluzione, ma, approfittando dello scivolone di quel che fu uno degli “unti dal potere” (che dribblando ogni confronto democratico riuscì a sedere sul soglio di Presidente del Consiglio), adesso è il momento di delineare il problema in modo da identificarne soluzioni e relative azioni.

I media sono, per natura, lo strumento per veicolare un modo di leggere la realtà e quel che ne deriva. L’assoluta necessità di pluralismo e libertà nasce proprio dal dover avere elementi di confronto che possano poi condurre verso una visione personale di chi riceve l’onda informativa. Ma il punto di vista espresso da chi narra è scevro da secondi fini o da stimoli derivanti da specifici interessi?

Non è storia antica, anzi ancora in pieno divenire, quella relativa alle varie macchine di fango messe in moto per colpire questo o quell’avversario politico. Meccanismi funzionali a trasmettere disegni preconfezionati facendoli apparire come verità assolute ed evidenze inconfutabili. Fino ad un certo punto questo è stato portato avanti con cautela e parsimonia, stando bene attenti a non travalicare i limiti di un criterio non scritto ma genericamente riconosciuto. Poi, gli anni ’90 hanno rappresentato il cedimento della diga etica avviando un processo deleterio di reazione a catena.

Dal colpevolismo preconcetto e strumentale al sensazionalismo interessato il passo è stato breve. La sciagura del Covid ha dato un’accelerata al fenomeno per cui si è passati dal racconto drammatico e veritiero all’esasperazione delle varie tesi al punto di creare una vera e propria confusione spesso frutto di superficialità e amore dell’apparire.

Cosa fare dunque?

Messa in cantina, ben nascosta, la malsana idea di una censura di Stato, rimane da fare una valutazione deontologica attenta ma realistica del come correggere certi fenomeni.

Fregiarsi del titolo di operatori dell’informazione o, più direttamente, di giornalisti non può, ne deve rappresentare, il lasciapassare per una degenerazione della libertà d’espressione e divulgazione. Anzi proprio il volersi individuare in una categoria strutturata – ricordiamo che esiste l’albo dei giornalisti – dovrebbe esaltare i concetti di correttezza per quanto riguarda le notizie da fornire, di cautela in merito alle espressioni da adottare e di onestà morale nell’esprimere opinioni e punti di vista.

Ma chi dovrebbe prestare attenzione a tutto ciò e, soprattutto, in che termini decidere quanto si sono oltrepassati i limiti e cosa fare in tal caso?

A parte le solite querelle giudiziarie, a cui tutti possono ricorrere ma che lasciano il tempo che trovano, è la categoria che deve trovare in sé gli anticorpi per difendere la propria credibilità e affidabilità.

Una sorta di “autocontrollo” deciso e senza mezzi termini, basato su aspetti elementari e semplici. Certo, farlo preventivamente è improponibile, ma nel momento in cui vengono evidenziati deleteri, innegabili e incontrovertibili aspetti dovrebbero essere le stesse strutture di rappresentanza della categoria, a prendere responsabili e definitivi provvedimenti senza badare a chi ci si trova di fronte e a quali interessi risponde, fermo restando poi tutte le verifiche che possono essere richieste.

L’etica e la deontologia non possono essere concetti barattabili né, tantomeno, discutibili per chi fa informazione. Una regola semplice a cui attenersi e far riferimento, ne va della libertà. Quella stessa libertà che qualcuno, in alternativa, non esiterebbe a mettere in discussione. 

Scuola e contagi in aumento, denuncia dell’Ugl

Cuzzupi (Segr. Naz. UGL Scuola): Ora che nelle scuole i contagi sono in aumento, torniamo ai “faremo e diremo”?

Ancora una volta, Ornella Cuzzupi, nella sua duplice veste di docente e di Segretario Nazionale dell’UGL Scuola richiama con forza e preoccupazione tutti alle proprie responsabilità e ad agire con estrema urgenza prima che la situazione degeneri.

Occorre una gran dose di autocontrollo per non eccedere nei termini analizzando il momento attuale. La nostra Organizzazione sin dai primi segnali della pandemia è stata impegnata a sottolineare i pericoli che si correvano nell’ambito scolastico conoscendo l’organizzazione del sistema, i mezzi a disposizione e la gravissima situazione legata agli spazi fisici. Abbiamo segnalato, prospettato, suggerito e ci siamo persino messi a disposizione, nonostante l’evidente boicottaggio nei nostri confronti, per condividere responsabilità legate al Piano d’Interventi che intendevamo prospettare. Tutto vano. Si è però finto di agire, d’intervenire, di contenere, senza che in realtà sia stato fatto nulla per limitare eventuali nuove ondate di contagi. Non è stato pianificato alcunché di concreto. Le aule sono rimaste inadatte, le cattedre vuote, l’incremento di personale docente e ATA rimasto al palo, la modernizzazione degli strumenti inesistente e oggi siamo costretti a prendere atto che i contagi nelle scuole stanno aumentando in termini esponenziali come se fosse nuovamente una sorpresa”.

Questa la premessa fatta dal Segretario Nazionale UGL Scuola di fronte ai dati che stanno affluendo dalle scuole italiane in merito all’aumento della contaminazione da covid.

Tra l’altro – continua Cuzzupi – il personale scolastico tutto più di quello che sta facendo, umanamente non può. Son diventati loro i veri guardiani di un fenomeno che si sta allargando a vista d’occhio. L’aumento dei contagi nel Paese non poteva certo salvare la scuola, che è il luogo dove sono limitate decine di persone in una stanza e dove i contatti, per controllati che si vogliono, sono palesemente inevitabili. Sarebbe stato logico potenziare le strutture e renderle quanto più idonee possibili alla guerra al virus ed invece la realtà è sotto gli occhi di tutti. Siamo ancora a discutere di come e quando stabilizzare il personale, di classi pollaio, di concorsi fantascientifici. Qui occorrono iniziative d’emergenza senza se e senza ma. Il rischio è una nuova paralisi e la definitiva perdita di credibilità delle Istituzioni”.

Il Segretario Nazionale non si tira indietro nel rincarare la dose richiamando i massimi livelli istituzionali alle proprie responsabilità e a dar, finalmente, seguito alle parole: “Adesso l’obiettivo deve essere la sicurezza e l’immediatezza delle azioni. Il personale deve essere adeguato subito, occorrono investimenti immediati per gli istituti e per gli strumenti, serve la volontà del fare. Si pensi che ancora una volta il Ministero poche settimane fa ha negato ad un media che li aveva richiesto i dati dei contagi nelle scuole. Questo ci appare non solo sconfortante, ma estremamente preoccupante. E allora attendiamo risposte vere dal Ministro e dai Vertici dello Stato. Da parte nostra continuiamo a monitorare la situazione, pronti ad agire se non vi saranno adeguate iniziative in merito”.

Riforma elettorale: breve storia schizofrenica

di Raffaele Lauro *

 1. I risultati delle recenti elezioni amministrative hanno certificato, al di là degli illusori trionfalismi dei presunti vincitori e delle miopie autoreferenziali dei sicuri perdenti, che l’unico allarmante vincitore sia stato l’astensionismo, testimone inoppugnabile del logorato rapporto di fiducia tra corpo elettorale e partiti, tra cittadini e istituzioni.

Senso di responsabilità e consapevolezza della gravità di un problema, che minaccia la stessa democrazia repubblicana, avrebbero imposto, da subito, l’apertura di un serio confronto-dibattito, dentro e tra i partiti, sulle molteplici cause, politiche, economiche e sociali, di questa involuzione democratica, con una presa di coscienza, seppur tardiva, degli errori commessi e dei possibili recuperi di una dialettica, finora negletta. Niente affatto! É ripresa, as usual, la rissosità tra i partiti della cosiddetta maggioranza e quelli dell’opposizione, nonché all’interno di ciascun partito, tra le cosiddette leadership “residuali” e le rispettive minoranze interne, con spinte centrifughe, che rendono ancora più complessa la gestione del governo Draghi, nella fase di definizione della legge di bilancio. E lasciano intravedere, purtroppo, a livello parlamentare, la babele e le sorprese del voto segreto, per non dire altro, che caratterizzeranno, mortificandola, l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Paradossalmente l’effetto Draghi, un effetto-verità, sta portando alla luce del sole i dissidi e le contraddizioni irrisolte all’interno di ciascuno partito e delle obbligate coalizioni. Ha scoperchiato, magari senza volerlo, gli ipocriti sepolcri della disgregazione partitica in atto. Al contrario, il dibattito é occupato dalla riforma della legge elettorale, con il noto refrain, supportato dai soliti studiosi di parte, sulla necessità di garantire il binomio governabilità/rappresentatività con un ritorno al proporzionale o, sul fronte opposto, con un ulteriore rafforzamento del maggioritario. Allora vale la pena di ricostruire, in breve, la storia delle numerose riforme del voto degli ultimi trent’anni, caso unico nel mondo occidentale, espressione di una schizofrenia partitica, che non ha garantito l’enfatizzata stabilità, tantomeno la più ampia rappresentatività del corpo elettorale.

2. Va detto in premessa che i governi uscenti, nonché le maggioranze che li sostengono, in genere coalizioni, tentano di mettere mano alla legge elettorale per adattarla alle proprie prospettive di vittoria e di consolidamento del proprio potere, fondate su sondaggi di opinione o su risultati elettorali amministrativi di mezzo termine, non del tutto favorevoli. Non fu questa la ragione prevalente che spinse Alcide De Gasperi a proporre, nel 1953, una riforma elettorale in senso maggioritario rafforzato (65% dei seggi alla Camera al partito che avesse superato il 50% dei voti), quanto, piuttosto, la preoccupazione, rivelatasi nel tempo profetica, che un sistema elettorale proporzionale puro, allora vigente, con una soglia di sbarramento minima (1,5 %), avrebbe portato alla proliferazione partitica e alla messa in pericolo, nel clima della guerra fredda, della stessa continuità democratica, costringendo il partito di maggioranza relativa, la DC, ad allearsi con la destra postfascista e monarchica. De Gasperi aveva visto giusto, né alcuno poteva sospettare che avesse pulsioni totalitarie, a somiglianza del passato (Legge Acerbo del 1924). Tuttavia, il partito comunista, bollando propagandisticamente quella proposta, come una “legge truffa” e insulto alla democrazia rappresentativa, riuscì a bloccare l’iniziativa. Una sconfitta, per De Gasperi, che portò anche al tramonto (e alla scomparsa!) del grande statista e leader democristiano. Per cui, tutti i numerosi governi, anche balneari, molti di durata annuale o di apertura a sinistra, le coalizioni e i compromessi, storici o meno, nell’arco temporale dal 1953 al 1993, hanno testimoniato, vigente il proporzionale puro con tre preferenze, la debolezza degli esecutivi, l’incapacità di azioni riformatrici incisive, anche di rango costituzionale, estenuanti trattative sui programmi, concessioni a partiti minori, l’assemblearismo parlamentare e gli aggiustamenti permanenti su ogni singola norma di legge, il fallimento dei tentativi di riforma della Costituzione, fino alla crisi della prima repubblica, dovuta alla degenerazione correntizia, ai finanziamenti illegali e alla conseguente tangentopoli, nonché la scomparsa o la trasformazione di quasi tutti i partiti storici. Nel pericoloso deserto di guida politica che si era venuto a creare, alla sbarra fu chiamato l’imputato principale: il sistema elettorale proporzionale puro. Da allora ad oggi, quindi, si è manifestata un’ossessione politica sulle riforme elettorali, in realtà un alibi, in una continua oscillazione di pendolo tra i due sistemi, il proporzionale o il maggioritario (alcune riforme abortite, perché giudicate incostituzionali!), più o meno corretti, più o meno temperati, più o meno bilanciati. Fino all’ultimo che ha portato, con i risultati delle elezioni del 2018, alla paralisi tra forze parlamentari equivalenti, al trionfalismo populista e ad una legislatura disgraziata. Con lo stupore di dover registrare, tra i politologi, cantori dell’uno o dell’altro sistema elettorale, disinvolti cambi di rotta, dettati, oggi, da convenienze partitiche contingenti.

3. Il balletto sulle riforme elettorali prende l’avvio nel 1991, con un referendum elettorale, che modifica da tre a una le preferenze per le elezioni della Camera dei Deputati. Nel 1993, un altro referendum determina il passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario, con il cosiddetto “Mattarellum”, dal nome del deputato relatore della legge di riforma, Sergio Mattarella. Segue, nel 2005, il cosiddetto “Porcellum”, ispirato dal leghista Roberto Calderoli e varato unilateralmente dal centro destra, a trazione berlusconiana. Nel 2015, spunta un “Italicum”, bocciato dalla Corte Costituzionale. Da ultimo, nel 2017, viene approvato, come riforma del “Porcellum”, giudicato fuorviante e scandaloso, il cosiddetto “Rosatellum”, mediato e congegnato, tra il maggioritario e il proporzionale, dal deputato del partito democratico, Ettore Rosato. Quest’ultima riforma elettorale, che ha disciplinato le elezioni politiche del 2018, con i risultati che conosciamo, occupa, artificialmente, il dibattito attuale, oggetto di contrapposte aspirazioni, da parte delle obbligate coalizioni, in relazione anche allo sconsiderato e demagogico taglio dei parlamentari, varato senza un’adeguata cornice costituzionale. Taglio che ha scardinato i già precari equilibri, a garanzia della stabilità e della rappresentatività. La crisi della rappresentanza del ceto politico italiano, infatti, ha radici molteplici e non sarà risolta con nuovi artifizi elettorali, più o meno condivisi tra i partiti. Come non è stata risolta in passato. La schizofrenia partitica sulle riforme dei sistemi elettorali costituisce l’effetto, non la causa della crisi. Anche su questo aspetto, comunque, peserà la cartina di tornasole delle prossime elezioni presidenziali, per il Quirinale, le cui modalità e risultati potrebbero sparigliare e nientificare tutti i calcoli del presente sull’ennesima riforma elettorale.

(*) Segretario Generale di Unimpresa

Scuola: solo chiacchiere mentre i problemi restano

Forte denuncia del Segretario Nazionale dell’UGL Scuola che sottolinea come alle tante parole non sono seguiti i fatti, mentre i docenti rimangono tra i peggio pagati in Europa e il turn over continua a rimanere una chimera.

L’UGL Scuola, naturalmente attenta alle azioni messe in campo per risolvere i problemi e indirizzarsi verso quella svolta a cui il Ministro Bianchi fece cenno all’inizio del suo mandato, non può che trarre amare conclusioni a distanza di tempo e ad anno scolastico avviato.

“Doveva essere l’anno del cambiamento, sia per le problematiche derivanti dal Covid che per quelle messe drammaticamente in evidenza proprio dal Sars-Cov2 e invece ci troviamo al cospetto dell’ennesimo “bla bla bla” privo di sostanza e di fatti”.

Questa la considerazione espressa, senza mezzi termini, dal Segretario Nazionale dell’UGL Scuola, Ornella Cuzzupi, che non lesina critiche ad un’azione governativa improntata su “ritornelli già conosciuti”.

“Certo, – continua il Segretario – si tratta proprio del solito ritornello che lascia immaginare imponenti interventi per poi perdersi nel nulla. In altre parole ci troviamo al cospetto della solita montagna che partorisce il topolino. Se analizziamo quanto sinora messo in cantiere ci accorgiamo come nessun problema strutturale della scuola è, non dico risolto, ma nemmeno in prospettiva di definizione. Invece di dilettarsi ad immaginare nuove didattiche in modo vago e approssimativo, il Ministro Bianchi non sfugga al confronto da noi più volte richiesto sui temi più scottanti: edilizia scolastica, urgenti misure per limitare il numero degli studenti per classe, interventi per migliorare la qualità dell’aria nei plessi, ricerca di soluzioni rapide per i problemi quotidiani e “Piano d’Interventi” per il futuro”.

In pratica, ancora una volta, l’UGL Scuola traccia con precisione le criticità presenti aggiungendo altri tasselli ad un puzzle che il Dicastero non riesce a definire.

“Sono tantissime – dice ancora Cuzzupi – le cattedre rimaste vuote a fronte di un bacino infinito di aspiranti preparati e specializzati in perenne attesa di essere inquadrati a tempo indeterminato. Gli stessi fondi che verranno stanziati nella legge di bilancio per prolungare i contratti del cosiddetto organico Covid, in un simile scenario, appaiono anacronistici e privi di prospettiva. Si ritarda, colpevolmente nell’individuazione dei posti vacanti relativi al personale docente, amministrativo, tecnico e ausiliario con grave pregiudizio verso la funzionalità dell’istituzione e la platea di studenti che vengono così privati delle necessarie risorse atte a rispondere alle normali esigenze”.

Sull’assenza di realismo, Ornella Cuzzupi è diretta “Non dimentichiamo che a fronte di un necessario ricambio generazionale, tra l’altro tanto sbandierato dal Governo, occorre prendere atto che si continua a penalizzare il comparto con leggi restrittive riguardanti i pensionamenti, in scadenza il prossimo 31 ottobre, limitando così l’uscita dal lavoro di tanti addetti che potrebbero dar vita ad un turn over utile e, aggiungerei, necessario. Tutto ciò mentre studi di settore evidenziano come i nostri docenti hanno le retribuzioni abbondantemente dietro la media europea, evidenziando come la stessa anzianità di servizio non corrisponde a un naturale adeguamento di stipendio. Il comparto è stanco e l’UGL Scuola sta valutando le azioni da intraprendere per smovere quest’assurdo e pericoloso immobilismo”. 

Amministrative: ha perso la politica.

Questa tornata elettorale ha, praticamente, confermato quello che già era stato l’indirizzo del primo turno. Il dato più evidente è l’astensionismo, un elemento d’assoluta importanza che impone attente riflessioni che coinvolgono la vita democratica e il ruolo che i partiti svolgono. Il 10% in meno di votanti rispetto al già deprecabile dato del primo turno è un segnale che non si può né sottovalutare, né, tantomeno, liquidare con poche battute e con il solito “tira a campare”. Nessuno festeggi e ostenti trionfalismi, siamo in presenza di una profonda crisi della politica che coinvolge tutto il quadro parlamentare.

Non ci sono vincitori. E anche chi risulta eletto rappresenta ben poca cosa considerando le platee possibili. Il Centro sinistra, di fatto, conferma quello che aveva anche prima. Milano, Bologna e le stesse Torino e Roma (che avevano l’immagine del M5S) erano tutte città non governate dal Centrodestra. Quest’ultima coalizione, però, vede naufragare le speranze d’affermazione plateale nella mancanza di univocità di voci e, soprattutto, nelle battaglie, spesso inutili, portate avanti immaginando chissà quali ritorni di consenso e non accorgendosi che il Paese guardava da tutt’altra parte.

Per la verità nel Centrodestra il vecchio leone Berlusconi è il solo che ha confermato il proprio fiuto nell’intercettare l’orientamento del Paese e ha cercato d’indirizzare gli alleati verso una più concreta azione propositiva. Gli altri due leader – uno per evidenziare la propria distanza dall’esecutivo, l’altro per cercar di non perdere troppi colpi stando al Governo – son riusciti a limitar sé stessi nell’immaginario degli elettori che hanno, con una tale astensione, dimostrato come preferiscono affidarsi alla guida di chi decide e impone piuttosto che dare fiducia a chi naviga in una sorta di confusione e lontano dall’animo vero del Paese.

E qui arriviamo a Draghi. In un articolo molto interessante, uscito sul Giornale, Raimondo Cubeddu, professore di Filosofia Politica a Pisa, attribuisce al Primo Ministro una parte della disaffezione al voto, considerato come le figure politiche appaiono ben poca cosa al suo confronto. Un’analisi spietata, ma che contiene una gran parte di verità.

Il buon Super Mario, con il suo fare, ha di fatto reso palese oltre misura le incongruenze della classe politica, la quale è riuscita non solo a confermarne l’idea ma anche a darle forza e vigore. Le scelte fatte in questi mesi dai leader sono apparse del tutto insignificanti agli occhi dell’elettorato. Quel che conta è cosa fa Draghi, come lo fa e che decide. Ecco, la decisionalità è ormai ad appannaggio del solo Presidente del Consiglio e dei suoi uomini più fidati che, guarda caso, non sono politici di professione (a parte qualcuno che però si guarda bene dall’ostentarlo).

Tutti i politici rischiano, in questo momento, di apparire persino folkloristici nel loro esibire posizioni che, comunque, non incidono più di tanto o temi il cui interesse della gente è poco o nulla. Il Paese ha necessità di certezze e di sicurezza nel mentre gli spettri della crisi economica (che non è passata per niente) si agitano furiosi. La Meloni ha dalla sua almeno la coerenza di esser rimasta fuori dalla grande coalizione in cui uno solo decide, ma a parte questo anche il suo incedere non è riuscito a dare il senso certo di guida sicura di cui parlavamo. Soprattutto in una tornata, quella Amministrativa, dove neanche l’interesse locale ha smosso più di tanto la gente.

E dunque? Il problema non è di semplice soluzione. O si propongono prospettive credibili e serie oppure la gente sarà ben contenta di avere un uomo al comando che, seppur con molta nebbia, riesce a trasmettere un certo ottimismo per il futuro.

Crisi di Governo? Assolutamente no. Non ci sono le condizioni per farlo. Nessuno sarebbe ora in grado di spiegarlo in maniera credibile e men che mai se ne comprenderebbe il senso se non per dar forza all’idea di trovarsi di fronte all’ennesimo tentativo di rovinare il Paese per propri tornaconti.

In questi mesi che ci separano dalla scadenza naturale della legislatura ai politici più importanti occorrerebbe fare un bagno di umiltà e tornare a parlar di fatti e idee, di progetti e prospettive, rimarcando le differenze tra loro e spiegandone motivi e linee. Il tutto tenendo i piedi ben saldi per terra, tornando a respirare per davvero la polvere dei marciapiedi e non solo per aggraziarsi una folla senza seguito.

Oggi ha vinto solo Draghi e quel che rappresenta. Oggi ha perso la politica!

La violenza nelle piazze e il peso delle parole

No, proprio non ci siamo. Attaccare una sede sindacale, di qualsiasi ispirazione sia, è un pericoloso segnale di una deriva a cui occorre mettere al più presto freno. Gli anni di piombo, periodo in cui il Sindacato fu spesso vittima di azioni feroci e poi elemento indispensabile per la tenuta democratica, trassero linfa dalle tensioni sociali, dalle manifestazioni di piazza e, quindi, dalle lacerazioni imposte da una balorda teoria degli estremismi che riaprì ferite ancora non del tutto rimarginate ed esaltò ideologie anacronistiche e deleterie. Il risultato di questo furono oltre 400 vittime e un Paese in preda alla paura.

Oggi abbiamo, paradossalmente, una situazione che si avvicina sempre più alle caratteristiche di allora. La pandemia, la gestione della stessa, una classe politica obiettivamente scarsa ha determinato un substrato che può rivelarsi fertile nel far crescere certi fenomeni. Se a questo si aggiunge la deflagrante capacità di una parte dei media nel riportare alla luce terminologie e immagini assolutamente anacronistiche, allora il mix diventa esplosivo e si presta a una riproposizione di tempi passati.

In altre parole, nel mentre si concretizzava una sciagura planetaria, il nostro Paese – anche grazie a operazioni di demolizione politica rivelatesi faziose e inique – si è ritrovato in un contesto nel quale, a gestire un momento tanto complesso, vi era un esecutivo non all’altezza, privo di una realistica visione di sistema e basato troppo sull’apparire e molto poco sui fatti.

A questo si aggiungano le lobbie – a cui tanti operatori dei media fanno, coscientemente o meno, riferimento – che stanno scatenando, per motivi vari, l’esaltazione della divisione.

Il richiamo inopportuno a idee superate e lontane; il tradurre fatti e parole secondo il proprio interesse politico; indicare gli avversari come pericolosi nostalgici; tutto ciò negli ultimi mesi è stato un tale, continuo refrain che ha prodotto, per le frange più inquiete, un pericoloso clima d’esaltazione e un attraente sistema per mostrarsi.

Lo stesso avvento di Draghi, presentato come “solus salvator” affinché non fosse messo in crisi lo status del momento (gradito a chi?) ha contribuito a scatenare una sorta di guerra di successione senza etica e riguardo per uomini e intelligenze.

Il Green Pass, i vaccini, le situazioni legate alla pandemia sono temi da affrontare con estrema serietà e senza partigianerie ma, in questo caso, paiono utilizzati a mo’ di alibi per creare agitazione e divisioni.

Con ciò non vogliamo attribuire l’accaduto unicamente a un certo, discutibile, modo di raccontar le cose, ma di sicuro tale esercizio si sta rivelando proficuo a creare una tensione che, in questo momento, ha il solo senso d’impedire al Paese d’esprimersi senza paura.

E qui è la vera sostanza del problema. Il tentativo d’inoculare nella gente il terrore di un cambiamento che potrebbe portare verso orizzonti diversi da quelli oggi al potere.

Questo, se da un lato provoca un raggelante immobilismo (a taluni comunque gradito), dall’altro scatena l’esaltazione delle fazioni più radicali che intravedono, così, il sistema per ricavare linfa vitale e rigenerare la propria violenta follia.

Circa venticinque anni fa un certo imprenditore, con tutti i suoi limiti, riuscì a convogliare su di sé la speranza di un Paese, frustrato da iniziative troppo feroci per essere genuine, garantendo la concezione parlamentare dello Stato.  

Oggi, se non si da al più presto voce al Paese evitando che subisca ulteriori pressioni, ci avvieremo verso una fase di tale imprevedibilità e violenza le cui ricadute rischieranno di pesare molto a lungo e tanto sulla nostra gente.