Ma quanto è lunga la coperta di Draghi?

Eh, sì. La domanda è proprio questa: quando sarà lunga la coperta di Draghi? Un quesito su cui più che riflettere occorrerebbe scommettere, tenendo presente alcuni presupposti da cui è impossibile prescindere.

Il primo è quello che Draghi è più che mai saldo al posto di comando. Tanto saldo da potersi permettere tali dimostrazioni di forza da evidenziare, senza tema di smentita, come oltre di lui c’è il nulla.

Questo però, e dobbiamo prenderne atto, è dovuto alla generale inconsistenza politica dei partiti che la pandemia ha messo cinicamente in luce. Tra l’altro siamo in presenza di un Parlamento composto da gran parte di persone che, consce di non rispecchiare più le volontà del Paese, temono di perdere lo scanno tanto agognato e quindi tornare nei ranghi della gente comune, considerato come personalità di spessore non è che ve ne siano molte da quelle parti.

Un tale terribile mix ha dato la possibilità a mister Draghi, uomo smaliziato e di livello, d’esercitare quello che gli viene meglio in assoluto: il potere. E lo fa con piglio di comandante vero che decide, con cortesia impone e mette la faccia anche quando la diplomazia consiglierebbe un’esposizione meno diretta.

D’altro canto, la compagine governativa è composta da forze tanto eterogenee e confuse che immaginare altri scenari del genere è praticamente impossibile e del tutto irrealizzabile. Draghi decide, Draghi detta la linea, Draghi impone. Questo di fatto è lo stato attuale dell’arte. Tutto il resto son chiacchiere che lasciano il tempo che trovano. La riforma della Giustizia e la decisione sul Green Pass sono prove evidenti di questo. E ne seguiranno altre, dalla scuola ai trasporti, dal lavoro alle pensioni.

Draghi usa parole dirette, immediate, che colpiscono per la semplicità ma che hanno una forza dirompente. In fondo, diciamo la verità, il Premier sta facendo senza eccessivi sforzi quello che ogni altro leader vorrebbe fare: analisi, decisione e azione.

Tutto nell’assoluta solitudine di un potere che non è decisionismo allo stato puro, ma l’assoluto rispetto dell’equilibrio tra interessi di bandiera e un progetto Paese che stia bene a Bruxelles. Il resto è relegato a puro corollario. Vuoi per i motivi sopra descritti, vuoi perché siamo ormai calati in una crisi profonda che investe ogni segmento sociale.

Non ci sono dunque alternative a questa sorta di Governo dell’uomo forte? Se si esclude la possibilità del voto e una decisione chiara e senza mezze misure da parte del Paese nelle urne, no. Non ci sono alternative.

La coperta di Draghi continuerà, senza troppe pieghe, a coprire l’insipienza politica del momento lasciando i politici a giocare in una continua e assurda campagna elettorale per un voto che non c’è e tenendo per sé le cose che contano.

A questo si aggiunga un elemento da non sottovalutare: il consenso che Il presidente del Consiglio sta riscontrando tra la gente. Un consenso che suona tanto come ulteriore condanna della politica. Di certo il garante di quello che sta costruendo come Primo Ministro sarà sempre lui, magari seduto sul Colle più alto.

Con caos politico Recovery Plan a rischio

di Raffaele Lauro (Segr. Gen. Unimpresa)

Lo scenario delle prossime settimane della situazione politica italiana si presenta come un coacervo di contraddizioni, di cecità e di irresponsabilità, destando enormi preoccupazioni nel mondo economico e produttivo italiano, specie nel tessuto lacerato delle micro, piccole e medie imprese che auspicavano una rapida ripresa, nel corso dell’estate, dopo i pesanti danni subiti dall’inizio della pandemia.

Un centro sinistra inesistente, un centro destra, squassato dal mancato rispetto dei diritti di rappresentanza delle opposizioni, una maggioranza parlamentare fittizia, che di unità mostra ben poco, il ritorno bellicoso in campo dell’ex premier Conte, dopo la commedia grillina, rischiano di mettere in crisi il processo delle riforme, avviate con sollecitudine dal governo Draghi.

Riforme strutturali che, come nessuno dovrebbe ignorare, sono necessarie e vitali per il successo del Recovery Plan e per l’utilizzo tempestivo, trasparente e puntuale delle risorse europee, già in arrivo, nell’attuazione dei progetti approvati.

Pur confidando nella fermezza del premier Draghi, Unimpresa ha la consapevolezza che riforme annacquate, in particolare in materia di semplificazione, di giustizia e di fisco, frutto di ulteriori compromessi all’italiana, sancirebbero il fallimento delle politiche dell’esecutivo in carica, nato in una situazione di emergenza, che minaccia di perpetuarsi con una drammatica quarta ondata epidemica.

Il fattore tempo, nella situazione data, è diventato cruciale. Sarebbe preferibile, a quel punto, mettere tutti i partiti di fronte alle proprie responsabilità, decidendo, prima del semestre bianco, di arrivare allo scioglimento del parlamento e di ritornare alle urne, lasciando al popolo sovrano il compito di sanzionare pesantemente un ceto politico, non all’altezza dei propri compiti, ponendo fine ad una legislatura, nata male e finita peggio.

Ministro, adesso occorre coraggio…

Dopo tante parole, la situazione della scuola non mostra alcuna inversione di tendenza e il Segretario UGL, Ornella Cuzzupi, invita i decisori politici ad avere coraggio

Si erano prospettate tante situazioni, si era fatto esplicito riferimento ad una “nuova normalità” ma quello che al momento traspare è che siamo sempre al punto di partenza o poco più”. Queste le parole del Segretario Nazionale UGL Scuola, Ornella Cuzzupi, che analizza il momento e le realistiche aspettative alla luce di quel che è.

Non serve certo essere pessimisti, ma un sano realismo è necessario se non vogliamo trovarci in circostanze ancora più gravi di quelle che il Covid ha palesato. In questi mesi, ripeto mesi, si è tanto discusso sulle cose da fare, sugli organici da coprire, sull’eliminazione delle classi pollaio, sull’urgenza di dar vita ai necessari interventi strutturali e sull’esigenza di fornire nuovi e più adeguati strumenti agli istituti. Bene, di tutto ciò, tranne che i fiumi di parole versati e il continuo rimandare a decreti futuri, poco o nulla è stato fatto!”.

In effetti molte perplessità sorgono sulle tempistiche a suo tempo indicate e sulla possibilità che le cattedre siano completamente coperte all’inizio del nuovo anno scolastico.

Ma siamo seri. – continua Ornella Cuzzupi – Come possiamo, allo stato attuale, immaginare che da qui a 60 giorni il quadro delle docenze sia completamente definito? Fin quando non si avrà il coraggio di rendere la prassi di stabilizzazione del precariato più snella anche prevedendo un ricambio generazionale più necessario che opportuno, poco o nulla di nuovo ci potrà essere. Il sistema attuale è talmente artefatto che modificarlo senza toccarne il senso, serve solo a complicare le cose o dare spazio a piccoli aggiustamenti che lasciano il tempo che trovano”.

In pratica, secondo il Segretario Nazionale UGL Scuola, è il momento di metter mano senza tentennamenti a tutto il sistema-scuola.

Si, occorre un’azione decisa che preveda la stabilizzazione del precariato storico, l’abolizione di certi vincoli anacronistici, la soluzione della questione abilitazione e determini la metodologia da seguire per gli interventi di edilizia scolastica. Tra l’altro, occorrerebbe dare un assetto più ragguardevole ai Docenti Educatori, in servizio presso i Convitti Nazionali, figure da rivalutare e considerare in una prospettiva di qualificazione di un’istruzione più ampia e attenta alle nuove esigenze. Lo stesso per il personale ATA, a partire dai posti disponibili dei DSGA, assegnati da tempo a reggenza che andrebbero, invece, dati al ruolo. Senza dimenticare la necessità d’incrementare gli organici degli assistenti tecnici estendendoli a tutti gli ordini di scuola, istituti comprensivi e secondarie per finire con i collaboratori scolastici che necessitano di un contingente più importante per una maggiore sicurezza ed igiene degli spazi scolastici. Certo, – continua Cuzzupi – ci vuol coraggio per stravolgere le prassi attuali, ma prendere atto della straordinarietà del momento non è un esercizio complesso. Adesso occorre rispondere con attività eccezionali ad un momento drammaticamente inconsueto ma che può diventare opportunità. Noi siamo disponibili, da subito e senza prevedere soste, a contribuire fattivamente a quanto descritto, ma non siamo e mai saremo disposti a prestarci alle pantomime dei “faremo e diremo”, utili solo a creare fumo e prendere in giro i lavoratori della scuola e l’intero Paese”.  

La schizofrenia patetica del potere

La crisi del M5S non è una congiuntura legata a diverse visioni politiche bensì a chi deve detenere e manovrare il potere a proprio uso e consumo

C’è poco da fare, quel che è nata come idea del Parlamento da “aprire come una scatoletta di tonno”, della democrazia diretta, dell’uno vale uno si è trasformato nel tempo nella più tragicomica pantomima che mente umana potesse immaginare. Il M5S che mai ha saputo essere concretamente propositivo, che mai ha tenuto una linea politica precisa, che mai ha formato le proprie radici in saldi principi, nel momento in cui si è trovato a fare i conti con la necessità di scelte politiche vere si è frantumato come un bicchiere di vetro dallo spessore di pochi millimetri.

Non è questione personale di Grillo o di Conte. La vera problematica è solo ed esclusivamente legata al potere e quanto lo si possa manovrare a proprio uso e consumo. Il tutto saltando senza inibizioni e remore da un governo di centro destra a quello di centro sinistra sino ad arrivare a uno con dentro tutti. Ignorando ogni logica di verifica democratica (voto, si chiama voto). Appoggiando quello che al momento conveniva per poi, senza eccessivi ricorsi alla coerenza,  arrivare a demonizzarlo senza vergogna. Ingiuriando prima e santificando poi figure politiche e istituzionali.

Ecco, questo è lo scenario nel quale si muove un M5S fatto di improvvisazione, incoerenza e scimmiottamento di una res politica del tutto sconosciuta.

Giuseppe Conte, l’autoproclamato avvocato del popolo, colui che avrebbe dovuto lasciare la politica appena terminato il mandato, si è trasformato in breve tempo in uno spregiudicato gestore del potere e cultore della propria immagine. Chiacchiere e chiacchiere ancora, un piacere assoluto nell’ascoltarsi e nel mostrarsi davanti alle telecamere, un protagonista delle “non decisioni” e della confusione politica. Colui che più di ogni altro ha fatto del riflettore e delle telecamere l’esaltazione più spinta, ad un certo punto, ha immaginato di poter essere lui e lui soltanto il padrone assoluto del gruppo dei politici improvvisati.

Il tutto senza però pensare che il Movimento nasce da un comico scaltro e un sottile analista ben ammanigliato conoscitori del potere e dei rischi che si corrono nel perderlo; un tipetto, il comico, che prima di lasciarsi togliere dalle mani il suo giocattolo (andato anche ben oltre l’immagine che ne aveva all’inizio) è pronto a renderne pubblica l’inconsistenza e la totale incapacità politica (se ancora ve ne fosse bisogno).

Non è uno scontro tra due visioni politiche diverse. No, è il confronto tra due desideri di potere diversi.

Il primo, quello di Grillo, arguto, incisivo e deciso, messo in atto attraverso una figura seminascosta ma onnipresente; l’altro fatto dall’autorità che ama piacersi, dai riflettori e dall’immagine più che dai fatti: in sostanza quello che ha mostrato nel suo essere Premier. Unici tratti comuni: l’arroganza e la presunzione!

Due prospettive comunque non compatibili, considerato come per ambedue il fine è lo stesso: potere personale assoluto sul resto della ciurma, considerata poco meno di niente, ma orribilmente spaventata dalla possibilità di perdere quello scanno che assicura lo stipendio (e che stipendio!). Non dimentichiamo che molti degli attuali deputati e senatori del M5S, prima di essere eletti senza sforzo (ricordate quando sarebbe bastato essere nelle liste per fare il gran salto?) non potevano certo contare su professioni con prospettive d’introiti del genere.

Adesso siamo al bivio. O il movimento assumerà le sembianze del vincitore della tenzone (che anche in caso di eventuale accordo, ci sarà) oppure si dividerà in vari rivoli destinati a sparire nel tempo. In quest’ultimo caso, Grillo continuerà a lanciare editti e dare indicazioni e a urlare perdendo man mano forza e Conte cercherà di ritagliarsi uno spazio  in un micro partito personale (mahhhh) o ascoltando il canto delle sirene che dal Pd si sta già alzando. Anche se, a quel punto, sarebbe lo stesso Partito Democratico ad auto-annientarsi in un niente cosmico lontano anni luce dagli ideali di un tempo.

E il Paese? Ahhhh quello? Beh, i dettagli contano poco!

Alla ricerca della politica perduta

Quel che l’avvento al governo di Mario Draghi ha palesemente reso noto è la mancanza di ciò che una volta si chiamava politica. Si, una volta, perché oggi quella parolina spesso tanto vilipesa ha lasciato il posto a una miriade di chiacchiere, foto sui social e chimere inapplicabili, inutili o inconsistenti.

In pratica mentre una volta si faceva attività politica tra la gente, per le strade, quasi porta a porta (e toglierei il quasi), oggi appaiono tutti strenuamente impegnati a “mostrarsi” in modo che l’attimo d’impegno sia moltiplicato, senza troppi sforzi, per migliaia di visualizzazioni. Poco importa se poi latita il progetto politico (ancora questa parola!).

Questo non vuol dire certo che i mezzi a disposizione non possano o non debbano essere utilizzati. Ci mancherebbe, vuol solo lasciare intendere che se a questo si accompagnasse un disegno organico, credibile e attuabile di funzionalità del Paese forse sarebbe meglio. Molto meglio!

Comunque anche in questo caso le differenzazioni occorre farle perché esistono.

Il potere del web, preso come espressione di massima democrazia è miseramente fallito sotto i colpi di una vita reale ben diversa da quella di uno schermo con il quale ci si illude che uno valga uno. L’idea di una politica concreta senza realismo, di un rimanere attaccato a vecchi schemi e, soprattutto, all’idea fissa di eliminare ad ogni costo chi è contro, ha mostrato tutti i suoi limiti nella stessa misura in cui l’ha mostrata l’odiosa parola “rottamazione”. Il tutto condito dalla incapacità cronica di trovare, tra le varie fazioni, un filo comune che non sia il solo avversario di turno.

A destra invece – pur con i limiti determinati da una serie di variabili, ma anche grazie allo sforzo salviniano di spingere la Lega verso un orizzonte più centrista e meno legato a posizioni ormai in disuso – troviamo flussi di gradimento che pur variando rimangono interni allo stesso schieramento, ormai maggioranza nel paese. In tale contesto merita particolare attenzione chi ha mostrato coerenza rimanendo, sì, in posizione alternativa ma avendo l’abilità di non arroccarsi in uno splendido ma inutile isolamento.

Questa operazione, non semplice e piuttosto coraggiosa, ha consentito al partito della Meloni di proiettarsi nei sondaggi verso percentuali impensabili in attesa del voto che dovrebbe concretizzare quanto riscontrato sinora.

Di certo è un qualcosa da tenere ben presente nel quadro generale e nel Centro Destra in particolare. FdI sta mostrando una capacità di intercettare un’area estesa del sentire nazionale superiore agli altri. Un po’ come il primo Berlusconi. Una dote, quella del Cavaliere, di rara portata e che solo la violenza dei suoi avversari (e non solo) ha limitato nelle azioni. E qui va fatta una riflessione.

Si parla in queste ore di federazione del Centro Destra, un’idea già messa in atto con l’esperimento berlusconiano della Casa delle Libertà e quindi, naturalmente, accolta con interesse dal Cavaliere. È chiaro che su tale aspetto Giorgia Meloni appaia, in questo frangente, un po’ meno entusiasta, forte com’è dell’onda lunga di cui sta usufruendo stando all’opposizione così come piuttosto scettiche sono alcune frange di Forza Italia. La verità però è una sola. Semmai una tale operazione federativa dovesse riuscire, convincendo anche la Giorgia nazionale, il Paese si troverebbe di fronte all’embrione di una sorta di novella DC che, nel bene e nel male, è stata comunque l’artefice principale della rinascita italiana del dopoguerra.

E adesso, nel post pandemia, torna l’esigenza di una grande forza politica, moderata ma aderente alla realtà, pronta a dar vita ad una politica concreta e pratica. In questo caso la federazione di Centro Destra, con le anime presenti, risulterebbe molto simile a qualcosa di già visto con le sue correnti, con le proprie differenze interne ma con il chiaro intento di portare avanti, nel bene e nel male, il Paese. Il pragmatismo della gente italica e l’esperienza passata, con un’opposizione che punti ai fatti e non a colpire solo l’avversario a qualunque costo, potrebbero evitare problemi già visti e puntare dritti al futuro.

In quest’ottica appare fondamentale il contrappeso che la stessa Meloni potrà avere all’interno della ipotetica federazione, un’azione che servirebbe da un lato ad evitare tentazioni di un centro spostato verso sinistra, dall’altro a bilanciare anche il leaderismo della Lega.

E poi occorrerebbe il coraggio, e ripetiamo il coraggio, di ridare la parola agli italiani, magari con un Draghi al Quirinale per tranquillizzare i mercati e il continente. Come pure appare indispensabile, in un’ottica del genere, attivare un ripulisti generale interno a tutti i partiti, non certo per uno spirito puramente missionario, ma perché questo consentirebbe di tornare a guardare con rinnovata fiducia a quella vecchia e irrinunciabile arte che si chiama politica.

Scuola: indicazioni precise per risolvere i problemi

Il Segretario Nazionale UGL Scuola, Ornella Cuzzupi, riporta tutti alla realtà e chiede al Ministro chiarezza, realismo e tempistica sugli interventi per la scuola

Prendiamo atto degli auspici che il ministro Bianchi ha riposto nella scuola, ma la “costruzione di una nuova normalità” necessita di specifiche indicazioni e, soprattutto, di punti fermi e concreti”. Questa la risposta del Segretario Nazionale UGL Scuola, Ornella Cuzzupi, al ministro dell’Istruzione dopo le dichiarazioni rilasciate dallo stesso in un’intervista sul futuro della scuola.

Se parlare è facile, fantasticare non lo è da meno. I problemi però rimangono ed occorre averne piena coscienza affinché siano predisposte tutte le azioni per risolverli. Come si può ipotizzare – continua il Segretario Nazionale UGL – che a settembre, cioè tra meno di 80 giorni, vi possa essere una scuola che punta al futuro se non esiste un piano vero, concreto, dettagliato d’interventi? Se nemmeno si conoscono tutte le esigenze di edilizia scolastica? Se, ancora una volta, occorre prendere atto della mancanza di aule, laboratori, strumenti, tecnologie? Se è sotto gli occhi di tutti il funzionamento delle scuole a velocità diversa a seconda della zona? Se ancora siamo qui a richiedere la garanzia di servizi e strutture idonee per gli istituti scolastici del Mezzogiorno?”

Il Segretario Cuzzupi ha ben chiara la strada su cui muoversi per avere una scuola funzionale e inclusiva. “Il ministro parla di condivisione tra realtà scolastiche diverse, un elemento la cui importanza non si può negare, ma, forse, prima di questo occorrerebbe mettere in condizione alunni e docenti di lavorare bene. La scuola a tempo pieno, la conseguente stabilizzazione dei precari, la determinazione di un progetto realistico corredato da tempi e metodi di azione, la possibilità per i dipendenti pubblici di usufruire di norme per il pensionamento anticipato così come per i privati, aiutando, in tal modo, il necessario ricambio generazionale. Tutti questi sono temi da affrontare e risolvere con urgenza; ogni giorno di ritardo rappresenta l’ennesimo fallimento politico. Occorre strutturare – continua l’agguerrita sindacalista – una vera pianificazione con azioni precise e adeguate. Sappiamo che non è semplice, ma ci rendiamo altresì conto che più il tempo passa più si accumula ruggine su una struttura sempre più in difficoltà.

Occorre, quindi, per l’UGL Scuola un sano pragmatismo che consenta di raggiungere in maniera veloce gli obiettivi. “Lo abbiamo già detto diverse volte, i voli pindarici affascinano ma producono poco o nulla. L’UGL Scuola chiede un confronto su questi temi, in modo che venga definito il perimetro degli interventi e una calendarizzazione degli stessi. Uno sforzo intenso, ma necessario al Paese. Per questo motivo reputiamo essenziale mettere da parte ogni pregiudizio e ipocrita prospettiva. Badiamo al sodo, offriamo alla scuola, al personale scolastico, agli alunni e alle famiglie un esempio di come si possa ancora aver fiducia nelle istituzioni. Questa deve essere la vera normalità. Noi siamo pronti, noi ci siamo!”