La manovra finanziaria che si sta approvando in queste ore è di fatto un’operazione che va vista ed analizzata in funzione del tempo risicato che la compagine governativa ha avuto per strutturarla. Una considerazione che però non esclude il fatto che essa sia migliorabile come, tra l’altro, lo stesso Premier ha ammesso pur difendendo le misure assunte soprattutto in relazione alle azioni introdotte per contrastare il caro energia.
Tra l’altro la stessa corsa contro il tempo che l’approvazione della manovra impone non è certo una novità se si considerano le tempistiche delle finanziarie precedenti, alcune delle quali – proprio le più recenti – approvate il 30 dicembre.
Detto questo vanno comunque fatte alcune considerazioni sui primi due mesi del Governo a trazione Meloni. Settimane che sono comunque bastate per delineare un quadro che, se da un lato, mostra aspetti interessanti per una diversa visione del Paese, dall’altro lasciano trasparire abitudini non sempre positive.
Fermo restando alcune perplessità in merito al pressing che l’Europa ha mosso e muove su alcuni indirizzi ipotizzati, ci riferiamo ad esempio ai POS e al MES, resta di fatto che l’abilità di un esecutivo sta pure nella gestione degli equilibri necessari a non inficiare certi rapporti internazionali che vanno salvaguardati in funzione degli interessi nazionali. Su questo aspetto il governo sembra barcamenarsi piuttosto bene nonostante pregiudizialmente non goda di particolare simpatia; non dimentichiamo che arriva dopo l’era Draghi, personaggio che per il gotha di Bruxelles rappresenta un totem mai da discutere troppo.
Laddove invece occorre che il premierato Meloni dia al più presto una scossa è proprio nei rapporti interni e nelle decisioni da assumere per lo sviluppo economico e, quindi, per la creazione di posti di lavoro, vero problema del Paese.
C’è poco da dire e da raccontare. Il reddito di cittadinanza va rivisto, non può essere un vitalizio eterno, ma accanto a questo è assolutamente necessario creare le condizioni affinché vi sia una vera, concreta e stabile offerta di lavoro. Certo il contesto non è dei migliori, ma – paradossalmente – proprio questo, in prospettiva, può rivelarsi un trampolino per il rilancio. Ora però è il momento d’individuare opzioni e impulsi per stimolare in maniera decisa un’economia in difficoltà. Questa è l’esigenza da cui non si può prescindere.
La crescita della fiducia di famiglie e imprese deve essere interpretata come un segnale di speranza verso il futuro. Meloni non può permettersi di fare troppi passi falsi. Occorre che il piglio a cui ci ha abituato dagli scanni dell’opposizione rimanga tale e gestisca al meglio le forze interne alla maggioranza che tendono, per una legge non scritta ma valida sotto tutte le latitudini politiche, a curare più i propri interessi che quelli generali. Questo per avere la forza di decisioni, magari non semplici, ma che smantellino tutti i pesi che gravano sulle ali di un’economia nazionale che deve volare ben più alto di quanto non faccia ora. Burocrazia, snellezza nelle procedure, indirizzo dei fondi verso obiettivi di produttività, salvaguardia dei più deboli non come assistenzialismo bensì come prospettiva di poter cambiare la propria condizione, una scuola aperta a logiche più funzionali alla realtà, sono obiettivi da perseguire con determinazione. Sarà proprio la capacità di delineare tutto questo che farà della Meloni un Premier da guardare con rispetto, ma soprattutto servirà alla nostra gente per sentirsi, con orgoglio, parte di un Paese che rialza la testa.
