La figura dell'Infermiere Scolastico non serve solo per evitare responsabilità ai docenti, responsabilità per cui non sono preparati, ma per garantire al massimo alunni e famiglie

È ormai noto quanto sia fondamentale che gli insegnanti intervengano per salvaguardare la salute degli alunni. Su questo punto l’intera comunità scolastica concorda: la tutela e la sicurezza degli studenti sono prioritarie.
Ma cosa accade quando un alunno è affetto da una patologia oppure, in caso di crisi, richiede la somministrazione immediata di un farmaco salvavita?
La risposta, in teoria, è semplice: l'intervento medico deve essere quanto più tempestivo.
Oggi, nella pratica, a pensarci (e farlo) è l’insegnante presente in classe, in modo ancora più determinante se l’intervento deve avvenire in pochi minuti.
Tuttavia, sorge un interrogativo: cosa succede se l’insegnante — privo di adeguata formazione pratica o formato solo tramite nozioni teoriche — commette un errore?
Dal punto di vista legale, ben poco: generalmente le deleghe dei genitori sollevano l’insegnante da responsabilità civili.
Esiste però un aspetto spesso trascurato: il coinvolgimento emotivo. Quando a stare male è un proprio alunno, l’insegnante non è un semplice operatore esecutore. È emotivamente investito, vive la situazione con ansia e responsabilità affettiva.
E qui nasce una riflessione: se persino a un medico, altamente formato, il codice deontologico sconsiglia di intervenire quando è emotivamente coinvolto, per quale motivo un insegnante è di fatto obbligato a farlo, fosse anche solo per una questione di sensibilità umana se non per urgenza?
La domanda che dovremmo farci, come sistema educativo e sanitario, è se non sia arrivato il momento di reintrodurre, in maniera definitiva e strutturata, la figura dell’infermiere scolastico, professionista competente nella gestione delle emergenze e nella tutela della salute degli studenti.
Sarebbe una scelta che garantirebbe sicurezza, serenità e professionalità per tutti: alunni, famiglie e personale scolastico.