FUS: quando lo strumento “sbagliato” diventa una colpa nei concorsi scolastici
La storia della chitarra classica e dei chitarristi, fin dall’Ottocento, insegna una lezione amara: vivere di chitarra, salvo rarissime eccezioni, significa convivere con la precarietà. Nessun posto fisso, nessuna stabilità, una carriera costruita su concerti, sacrifici e continui spostamenti. A questo storico fardello, però, se ne aggiunge oggi un altro, meno visibile ma altrettanto pesante: quello legato ai concorsi e alle graduatorie scolastiche, dominati da una sigla ben nota a chi opera nel mondo musicale, il FUS – Fondo Unico per lo Spettacolo.
Ma in che modo il FUS incide concretamente sulla vita professionale dei chitarristi che aspirano a insegnare nella scuola pubblica?
Per rispondere, è necessario fare un passo indietro e chiarire a chi è destinato il FUS.
Il Fondo Unico per lo Spettacolo finanzia principalmente Fondazioni lirico-sinfoniche, teatri d’opera, orchestre sinfoniche stabili e, solo in misura marginale, cori e festival storici. In nessuno di questi contesti la chitarra classica è prevista come strumento d’organico stabile. Quando compare, lo fa quasi esclusivamente come “aggiunta” occasionale, legata a singole produzioni. Parlare di sporadicità, in questi casi, è persino ottimistico.
La conseguenza è evidente: un chitarrista difficilmente potrà maturare titoli professionali riconducibili ad attività finanziate dal FUS, mentre questi stessi titoli risultano centrali nella valutazione dei titoli artistici (BA) all’interno delle graduatorie di strumento musicale.
La chitarra classica vive altrove: nei recital solistici, nelle rassegne cameristiche, nei festival specialistici, spesso di altissimo livello artistico ma raramente finanziati dal FUS. Attività che costruiscono una carriera solida e riconosciuta nel mondo musicale, ma che, paradossalmente, rischiano di non avere alcun peso o di averne uno minimo nelle graduatorie scolastiche.
Un esempio pratico aiuta a comprendere la distorsione. In una ipotetica graduatoria “mista” – che nella realtà non esiste ma che chiarisce bene il meccanismo – un violinista con due stagioni in orchestra finanziata dal FUS e un’idoneità orchestrale può raggiungere un punteggio elevato con pochissimi titoli. Un chitarrista, per avvicinarsi a quel punteggio, dovrebbe collezionare circa sessanta concerti solistici, partecipare a festival internazionali, pubblicare più CD, sperando comunque che tutto questo venga riconosciuto e valutato.
Il risultato è un’emarginazione di fatto, probabilmente non voluta, ma profondamente lesiva. Una limitazione che colpisce soprattutto i giovani chitarristi, costretti a partire svantaggiati non per mancanza di talento, studio o attività artistica, ma semplicemente per aver scelto uno strumento che il sistema non contempla.
Non si tratta di una questione corporativa, ma di equità. Un sistema di valutazione che premia la struttura finanziata e non la reale attività artistica rischia di trasformare l’accesso all’insegnamento in una corsa a ostacoli selettiva non per merito, ma per compatibilità con un modello pensato altrove. E in questa corsa, oggi, la chitarra classica continua a partire molti metri indietro.
